Nadia Agustoni, “Taccuino nero”

TACCUINO NERO COPERTINA

Taccuino Nero di Nadia Agustoni
di Francesco Tomada

Sono pochi, e spesso arrivano da piccole ma validissime case editrici, i lavori in poesia che riescono a scavarsi uno spazio nella vasta produzione odierna grazie alla loro unicità ed alla loro pienezza, e uno fra questi è il Taccuino Nero di Nadia Agustoni (Le Voci della Luna, 2009), una raccolta densa, costruita su una scrittura matura e potente.

Il libro si compone di tre sezioni: la prima, Fabbrica, è incentrata sulla realtà del lavoro sul piano esteriore ed interiore; la seconda, Paesaggio Lombardo e Voci, mette in evidenza un mondo di confini e marginalità industriale; la terza, Frammenti, è costituita da brevi prose che raccontano di infanzia, memoria, mestieri scomparsi ed ancora paesaggio industriale, cambiamenti nel costume. Rubo queste spiegazioni alla breve nota conclusiva dell’autrice e lo faccio con rispetto, utilizzando le sue parole per iniziare ad addentrarmi in un lavoro che in ogni caso, è bene dirlo subito, giustifica e ripaga del tempo necessario per attraversarlo e sedimentarlo.

Fabbrica già dal titolo ricorda un altro splendido ed importante libro pubblicato di recente, quel Fabrica in cui Fabio Franzin racconta, attraverso il dialetto, gli operai del Nord-Est. La prospettiva di Nadia Agustoni è però differente: se Franzin descrive, con acutezza, profondità e compartecipazione, le vite e lo smarrimento di chi porta sulla propria pelle il peso di una realtà che è ancora più industriale di quanto spesso si pensi, Nadia Agustoni parla dall’interno di quello stesso smarrimento, gli dà corpo e voce, grida “viene a galla un accidente nella bocca / sputo sillabe grosse e glosso / viti barocche”. Mi verrebbe da utilizzare la parola “alienazione”, se non fosse che è già stata pronunciata spesso e talora a sproposito, ma poche volte come in questo libro l’alienazione diventa uno stato fisico e spirituale, “l’ammaestrarsi [degli occhi] a vedere soltanto / l’ovvio”. La scrittura diventa essa stessa fabbrica, e la parola bullone, attrezzo, pietra nera che si carica di tutto il proprio peso.

E’ l’ossessione di un tempo “dentro e fuori a fare toc”, e non si distinguono più un dentro e un fuori, tutto si mescola nel ritmo del sonno e del turno di notte; sono occhi che “ci seguono e non sanno più / chi siamo, chi siamo stati”, mentre matura la inevitabile certezza che “la classe operaia non va più in paradiso”. E’ un mondo fatto non solo di gesti ripetuti all’infinito, ma soprattutto, come accade per la laboriosità degli insetti spesso richiamati qui, inesorabilmente privati del loro senso individuale e rivestiti soltanto di un fine collettivo – se fossimo appunto insetti almeno potremmo dire sociale, a noi anche questo è negato -, dove l’operaio finisce con il portare dentro di sé la macchina: “Con 5 balene-macchine nel cuore vivo / vive di bulloni e motori a drenarmi il pensiero”. Da questo deriva comunque una dimensione che da individuale diventa collettiva (ma non politica, “meglio le filastrocche degli slogan”), come raccontano il “noi” così spesso utilizzato, il “ci si stanca a vivere e fare il dovere nostro”: una comunione che proviene dalla consapevolezza di vivere lo stesso presente in cui si diventa necessariamente soli. Così il plurale che troviamo in “ci tocca pazientare /… / costruire castelli di sabbia e abitarli” è già una forma di resistenza, un gesto di attaccamento alla vita che si manifesta nel desiderio di vita, nella “notte [che] ci imbocca d’aria / mostra stelle vere, una dolcezza incurabile”, fortunatamente e ancora incurabile.

Nella seconda sezione, Paesaggio Lombardo e Voci, finalmente lo spazio si allarga, accoglie panorami, case e cose, nebbie e paesi, ma l’apertura non è un sollievo. E’ il ritorno a casa di chi esce dal turno di lavoro e si ritrova vuoto, non fa “niente più che esser segno / di sola vita”. È una distanza che si espande, “c’è in questa terra un non appartenere che sfiora gli occhi”. Il noi diventa meno presente e continuo, lasciando spazio ad un io che comunque pensa rivolto a se stesso e all’esterno, ad una geografia di uomini e persone che si è trasformata nel tempo e non è più fatta di “gente che ama la gente”. Se da un lato c’è più spazio per la riflessione e un minimo di quiete, dall’altro si scopre che la fabbrica è diventata un orizzonte geografico e che tutto sembra essere stato trascinato in una esistenza che non risponde più ai tempi e alle profondità umane; la trasformazione è lucidamente irreversibile, “perché il mondo non cambierà / non un’altra volta, non per noi”.

Anche i tempi interiori in questa sezione si dilatano e lasciano aria a tutti quei sentimenti che il lavoro prima soffocava nelle esigenze dei turni e dei gesti: ecco allora affiorare in alcuni passaggi una nostalgia pudica ma soprattutto la paura, la paura diretta e prepotente che fa dire “come è ovvio aver fifa troia fifa grande di quel che ogni giorno / mi tocca in vita, così viva che non posso amare meno o amarla / un’ora sì e una no”. Venendo a mancare la costrizione della fabbrica, che porta al resistere per una sorta di reazione uguale e contraria, la nudità si rivela in tutta la sua pienezza, che è al tempo stesso mancamento e forza: nei versi “[la vita] che non posso amare meno o amarla /un’ora sì e una no” c’è una tensione etica che non è più contro, ma diventa per, per sé, per continuare comunque, per trovare quantomeno il coraggio di mostrarsi nei propri limiti, di non nascondere la “sete d’aver sete”. Quello di Nadia Agustoni non è un ottimismo esibito, tutt’altro; è piuttosto l’affermazione di una umanità dolente e necessaria, che in questa necessità trova la propria ragione di essere, è l’offrire la propria insicurezza come un bene, fino a permettersi di dire “non ho che tenerezza oscura da dare / un buio che indovina la luce ma non l’incontra”. “C’è un’idea di fame / e di rabbia innocente”, una rabbia senza colpa che anzi viene quasi coltivata, che permette di sognare “una metamorfosi di mostro” per attrezzarsi al futuro, se serve, con un retino non di filo ma di ferro.

La terza sezione, Frammenti, opera uno stacco in apparenza piuttosto netto dalle prime due: si tratta infatti di una serie di brevi prose, secche, incisive e livide ma pur sempre prose, che distendono la lingua e le atmosfere di più di quanto non avvenisse prima. “C’era un salto che gli occhi riempiono di anni e m’accorgo che non ci sono bambini in giro, ma sono io a far pensiero grosso di abitudini finite”. L’orizzonte, che lasciando la fabbrica si era allargato nello spazio, qui torna indietro nel tempo, e Nadia Agustoni ha vissuto abbastanza per ricordarsi che un tempo i paesi, le persone ed i giochi erano diversi anche in una Lombardia che si scopre post-contadina senza che siano passati abbastanza anni per cambiare. Cambiare non è soltanto una questione di valori, ma di abitudini, mestieri ed usanze che scompaiono senza essere sostituite da qualcosa che ne possa rilevare l’importanza: c’era modo di tenere il ricordo dei morti, “era una morte che non finiva da sola”; c’erano uomini che svolgevano mestieri – l’ombrellaio, l’arrotino – che oggi in qualche modo ritornano ma non riescono più a chiamare la gente a raccolta come prima, e fra i palazzi si muovono come fantasmi; c’era una complicità naturale fra bambini, fra ragazzi grandi e piccoli, ed in un mondo apparentemente più selvatico si generavano meccanismi di protezione intrinseca.

Lo strumento-prosa, per quanto si tratti comunque di una prosa nodosa, livida e nitidamente poetica nello sguardo, permette a Nadia Agustoni di soffermarsi sulla trasformazione, di raccontare il prima, il mentre e il dopo, un passaggio troppo rapido nel tempo che questi frammenti hanno il merito di fermare nei suoi fotogrammi come un replay immagazzinato nell’anima. “Ma l’impressione nostra era che il mondo fosse lì con noi e lo conoscevamo”, noi e non io, noi lo conoscevamo. Nelle note poste al termine del libro, l’autrice confessa di essere incerta su questa parte, non pienamente convinta del fatto di proporla qui; invece l’inserimento è più che giustificato, è come descrivere la terra da cui è nato un seme, esprimere con un po’ più di quiete l’humus dove sono fermentate le prime due sezioni del libro e farlo senza forzature, lasciando lo spazio a chi legge per entrarvi senza spingerlo, in modo che possa dirsi quasi inconsapevolmente “ecco, è stato così”.

Ed un libro di poesia che, anche se scomodo, anche se duro, anche se per nulla accondiscendente, riesce comunque ad appartenere a tutti e diventare patrimonio comune, è un libro non solo bello come questo, ma soprattutto importante.

23 pensieri su “Nadia Agustoni, “Taccuino nero”

  1. Arminio

    nadia nel caso che ti fa piacere farmelo leggere
    puoi spedirmelo in via caravaggio 1
    83044 bisaccia av

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  2. viola

    Francesco attraversa con cura tutto il percorso del “Taccuino” una cura che nasce dalla risonanza anche affettiva col libro che ci restituisce con estrema efficacia. *Taccuino* sicuramente non è accondiscendente ma, forse proprio per questo, si legge d’un fiato, per la scrittura diritta e fonda che mai si appesantisce di nessuna enfasi, mirando anzi alla nudità della parola, o meglio come dice Agustoni ai “fatti spogli”. Ogni augurio per questo lavoro, e un abbraccio a Francesco, V.

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  3. nadia agustoni

    Intanto un grazie a Francesco Tomada e a Giorgio.

    @ Franco

    Ti ho rispoto privatamente, certo mi fa piacere che tu lo legga.

    @ Viola

    Un abbraccio e come sempre il dovere di ringraziarla per essere una lettrice attenta come poche.

    @ Franz

    Il 19 allora ti conoscerò.
    Un caro saluto

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  4. Fabio Franzin

    La raccolta di Nadia, che ho avuto l’onore di leggere prima che venisse “copertinato” da quella splendida persona che è Fabrizio Bianchi (l’anima delle “Voci”, che col suo amore, la sua passione e il suo intuito, va raccogliendo un po’ quelle voci disperse, autentiche, sommesse solo come persone, e che va facendo delle “Voci” una delle collane di poesia più vere nel panorama nazionale), la raccolta, dicevo, è stupenda: trasuda sudore e fatica, sguardo e cuore, memoria e attualità. E’ un libro che ho amato da subito, stupendamente prefato da Marotta (un altro cui non si finirebbe mai di ringraziare). Un libro cui auguro tutto il bene possibile, perché lo merita, perché Nadia, con la sua voce che ha dentro trucioli e preghiera, lo merita.
    Qui saluto, ringrazio e abbraccio il caro amico Francesco T., per avermi citato, anche se non occorreva, anche se però sono felice l’abbia fatto a proposito del libro di Nadia.
    Fabio F.

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  5. mariapia

    Mi sono già complimentata con Nadia, e per questo bel lavoro, in attesa di leggerlo, spero davvero ascoltarla dal vivo, in lettura. Maria Pia Quintavalla

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  6. Giorgio

    Grazie a Nadia per questo splendido libro e a Francesco Tomada per la bellissima recensione, che con grande chiarezza e aderenza ne coglie la struttura intima e che sono onorato di aver proposto.

    Conto proprio di non mancare il 19. A presto, allora.

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  7. lambertibocconi

    Il libro di Nadia l’ho avuto oggi, l’ho preso e sfogliato sull’autobus, e sentite che avventura: seduta vicino a me c’era una bellissima ragazza bionda, tipo modella, e io sulle mie, cercando di essere molto dignitosa, leggevo il libro – ed era già una bomba! – ma intanto percepivo che quella biondona si sporgeva verso di me, insomma a un certo punto non mi sono tenuta e le ho detto: “Vuoi vedere il mio libro?”; e lei con entusiasmo mi ha risposto di sì, e così alla fine siamo scese insieme e abbiamo simpatizzato. E’ una poetessa ucraina leggermente sregolata e molto molto accattivante, e naturalmente l’ho invitata alla presentazione, speriamo che venga! Hai capito, cara Nadia, quant’è magnetico il tuo libro? 🙂
    Ciao a tutti.

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  8. lambertibocconi

    PS: Arminio, guarda che i libri dei giovani poeti e degli artisti non famosi e non miliardari SI COMPRANO!!! Pensa te, sembra che fai un favore a Nadia chiedendole di spedirtelo! Ma dove siamo? Lievemente scandalizzata, Anna L.B.

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  9. nadia agustoni

    “ma anche con una miracolosa leggerezza.”

    Ecco la cifra è questa, grazie Fabrizio di aver trovato le parole e grazie a tutti gli intervenuti. Ogni libro ha la sua strada poi.
    Il 19 spero di vedere questi amici e amiche e ovviamente anche la poeta ucraina.
    In ogni caso le cose che mi dite mi sono care.

    A tutti un saluto.

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  10. francesco t.

    Sono contento, nel mio piccolo, di aver potuto scrivere di questo libro importante, che spero abbia la fortuna che merita.
    E ricambio volentieri i saluti!
    Francesco

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  11. nadia agustoni

    Solo per stanchezza ho risposto qua e là a caso, ma me ne scuso:

    @ Anna Maria

    per Roma si vedrà.
    Ovviamente ti farò sapere.

    @

    Manuel

    su Rebstein trovi altro, poi magari ne parleremo.

    Un caro saluto

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  12. Chiara Daino

    E nell’abbraccio, Nadia, speriamo riuscire ad organizzare [anche] una presentazione a Genova.

    Nel mentre *ti cerco* [e sì, concordo, la Poesia si deve sostenere acquistando] per la fame di leggere [ancora] il tuo.

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  13. federiafrabetti

    Cara Nadia,

    grazie per avere scritto un nuovo, sicuramente splendido libro.

    ti scrivo poi in privato. e ti abbraccio.

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  14. Daniela M

    Cara Nadia, tanti complimenti!!! Non vedo l’ora di leggere il tuo libro, sarà straordinario, come le tue poesie d’altronde!!

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