(Poesia per chi non legge poesie. Non ad uso dei Direttori del Personale)
Un lavoro e una vita malsani generano appetiti e desideri malsani. L’uomo non può essere sfruttato peggio di un cavallo, alloggiato e nutrito come un maiale, e avere nello stesso tempo ideali e aspirazioni giusti e chiari.
Jack London – Il popolo dell’abisso
La mia attività professionale
si è svolta prevalentemente
in ambiente commerciale.
a) Alla T.R.N.
industria medio-grande nel campo
degli accessori elettrici
ho lavorato nell’Ufficio Vendite Estero
con mansioni interne di tipo
segretariale.
Mio padre era il Direttore Vendite
ma i suoi capi erano proprio
degli stronzi fottuti.
(Vomitino le iene il loro fetore
disumano di capitalisti).
b) L’esperienza alla UE.LA.
trading di piccole dimensioni operante
nel settore cartotecnico
e delle macchine da stampa
per esportazione
nel mercato libico
mi ha dato la possibilità
di lavorare soprattutto
in funzione di acquisitore
supportando altresì
l’attività di vendita
svolta in prima persona dal Titolare
con frequenti viaggi in Libia
all’interno dell’ufficio
(preparazione delle Fatture Proforma, Fatturazione ecc.)
Il Titolare, e quella sbronzona jugoslava della moglie
hanno mandato
tutto, sì, tutto
a puttane, o in vacca (a scelta).
(Ho visto lei anni fa girare ubriaca e con i vestiti strappati per la circonvallazione, era la sera di Natale, per la strada giravano solo cani ciechi e sul far del morire).
c) Nel periodo alla O.K.A.Y.
nota trading e agenzia di intermediazione commerciale
ho svolto la mansione di
Assistant Buyer nel settore Casalinghi, Ferramenta, Giocattoli
per conto di clienti stranieri
della G.D.O.
come il gruppo Schutzenkatzenlueger (Svizzera)
La Brutte e Blurxxx France
cataloghi di vendita per corrispondenza
compiendo prospezioni di mercato
e accompagnando i compratori stranieri,
perlopiù fottuti svizzeri tedeschi psicopatici e alcolizzati,
presso i fornitori italiani di casalinghi
e non solo, maledetti.
(Ora Herr Affentranger avrà almeno settant’anni, chissà come se la cava la sua svizzerissima prostata bollita in salsa bernese).
d) L’esperienza alla Cavicavi ha costituito il tentativo
di immettere sul mercato italiano
i prodotti fabbricati dalla Casa Madre tedesca
Karlo Hintermann & Viktorio Gassmann
fabbricante medio-grande di cavi elettrici per uso industriale.
Per questo scopo è stata fondata una S.r.l. da me diretta
e della quale sono stato nominato dalla Casa Madre
Amministratore Delegato.
Poi Tangentopoli e il grazieadio defunto Deutsche Mark hanno fatto il fottutissimo resto…
(Sognai spesso i blackout dell’energia, ieri notte ho avuto un incubo favorevole, i cavi si disintegravano sotto monete d’oro da seimila euro, nelle fabbriche giravano solo i padroni, al lumicino senescente, sempre più off…)
e) L’esperienza alla Jeanrenoir Edizioni mi ha dato la possibilità
di entrare in una struttura molto piccola ma agile
– cioè, porca troia, microscopica-
e nel fottuto mondo editoriale
svolgendo mansioni sia commerciali che redazionali che di prospezione
del mercato internazionale,
come visite alla Fiera del Libro di Torino
e alla Buchmesse di Francoforte;
a tutto campo quindi, anche a livello creativo:
scelta delle copertine, suggerimenti su volumi
da mettere in stampa, ecc.
Però soldi pochi o niente
però (anche, ci mancherebbe) un sacco di promesse da marinaio e chiacchiere inutili.
(Spero che la loro nave sia naufragata, carica di parole vuote, di concetti sballati, di illusioni perdute, di volumi ingialliti anzitempo per assenza di lettura).
f) L’esperienza alla K2Z, fabbricante di vassoi in melamina
mi ha logorato oltremodo i nervi
e non aggiungo altro
perché gli avvocati sono cari.
(So solo che la moglie del farabutto era una troia che spompinava ai cavalli, uomini, loro, con un poco di nerbo).
g) L’esperienza alla trading Introdurex Goldone mi ha permesso di andare nel Golfo Persico
a farmi il mazzo
per un pugno di lenticchie
ma davvero, grazieadio, per poco.
(Facile fare i ricchi e insieme gli amiconi a mie spese, dopo l’11 settembre spero in embarghi mastodontici e crack ventinoventici.)
h) L’esperienza alla Negrotto S.p.a.
fabbricante di astucci pieghevoli in cartone per uso prevalentemente alimentare
mi ha dato la possibilità di svolgere un’attività di Export Manager
nel tentativo di ampliare la clientela estera
piuttosto scarsa
soprattutto in Francia.
Le difficoltà oggettive riscontrate in un mercato inflazionatissimo
e concentratissimo
come quello francese
nonostante i miei sforzi significativi, cioè
frequentissimi viaggi su potenziali clienti al primo contatto
hanno purtroppo costretto la Società
a dispensarmi dall’incarico brutalmente e in maniera davvero infame
alla fine dei sei mesi di prova.
La Società ha comunque chiuso l’Ufficio Export, e la gestione
dei pochi clienti esteri è stata data agli “insides” dell’Ufficio Vendite Italia.
(Spero vivamente in un loro fallimento generale, totale e globale, nell’inferno cartonaceo in terra, nello tsunami globalizzante della carta mondiale).
****
EPILOGO 1.
Spero che godano tutti ottima salute
in un sanatorio bulgaro, perché con me
(non con uno qualsiasi)
si sono tutti comportati
chi più e chi meno
da veri bastardi
nonchè da figli di una grandissima
lercia puttana, infetta;
spero soffrano le pene dell’inferno
e dell’infermo, in coperta di gemiti,
che siano loro caduti tutti i denti
che non tiri loro più il cazzo
– se prima per caso gli tirava –
che la moglie li cornifichi col peggiore nemico
che vadano all’inferno, per contare moneta
che non possono spendere, in tutti i fuochi
dove ardono teste malate e membra flosce;
siano umidi nelle ossa rifratte contro
grumi di terra bianca, asfissiata dall’aria,
siano malconci nei ricordi belli e savi,
e tutti d’un pezzo nel ricordare
ferite stizzite e dolori acuti;
minestre di bubboni siano le cene
da meritarsi, oppure a digiuno, di tutto
se non d’ossa spezzate, e pelle
inchiavardata, a un mozzicone di spine
deglutito con aceto di bile nera.
EPILOGO 2. (BUONANOTTE AL SECCHIO)
Il lavoro rende liberi
come è libero l’affogato
che stolido galleggia
sul proprio sudato sangue
e scellerato, e intossicato
e finito. Siamo nati per godere
del mondo, non per esserne
frustrati e stritolati
come vermi in un temporale
di vento tagliente.
Io a quest’osceno mi ribello
con le mie ultime forze
come fa il ratto disperato
braccato dal gatto nero
dall’umano veleno, sgocciolante
dalla pioggia acida, dal
tempo infame, sprecato,
perduto, come amore mancato.
Un Amen solo
e una maledizione allungata
alla stanga, dove si frustano
solo cavalli morti.
Questa gente non merita che questo
e a fondo di venire accecata
dal proprio male, dall’ingordigia
che li involge in pacchi
di torba acidula, svellata
da anse di pozze nere.
Che la durezza di cuore alfine li prostri
a selciati nodosi come bastoni
di petulanza e di voglie cupe,
rattrappite, nel male, su e giù
e ferito, dalle a alle zeta,
e li tagli, come una lama esatta.
Sono infetto di rabbia e sangue
come un cane duro, per fame
e senza padrone, i denti scossi
dal pianto della terra cancellata
per calamità magnetiche bruciate.
La mia pietà s’è uccisa da tempo
lanciandosi da speranze troppo alte.
(2003 – inedito. Immagine: Gerhard Richter – Tote 1977)

“Siamo nati per godere
del mondo, ” ecc.
Secondo me non è vero, e comunque nessuno con certezza può dirlo; comunque l’insieme è asciutto e potente, sono ammirato, davvero.
Un caro saluto,
Roberto
Nel leggere ‘Poesia per chi non legge poesie’, mi sono catapultato. Le descrizioni degli ambienti di lavoro sono terribili, ma alquanto reali.
Le due chiose finali: perfette!
Blackjack.
Iperrealismo, e un “dies irae” laico e quotidiano, è un buon testo, compatto..un saluto, Viola
Complimenti Franz!
Vorrei affrontare temi analoghi, parlando dei linguaggi del lavoro. Quotidianamente assisto a uno sviluppo di neoprose volgari e risibili, su cui mi piacerebbe dire qualcosa…
Ciao
Paolo
caro Franz,
questo poemetto mi è piaciuto assai.
bravo!
Un capitolo del tuo romanzo in corso?
Ed è vero che la forma poema aiuta molto a mettere a fuoco, enucleare anche un prosatore?
MPIa
“Siamo nati per godere
del mondo, non per esserne
frustrati e stritolati
come vermi in un temporale
di vento tagliente.
Io a quest’osceno mi ribello
con le mie ultime forze
come fa il ratto disperato
braccato dal gatto nero
dall’umano veleno,”
Condivido, e mi viene difficile pensare che non debba essere così. E’ giusto cercare di vivere un’esistenza più gioiosa possibile – o, almeno, di minore sacrificio e sofferenza; senza però che siano altri a pagare la cambiale della nostra gioia e libertà. Calato nel concreto il discorso si complica – i giovani, i figli -: c’è forse un’età del “comprensibile egoismo”, del “doveroso sacrificio”?
Una poemetto duro, schietto, intenso, di ustionanante attrito con la vita.
Grazie, Franz
Grazie a voi! Io penso davvero (altrimenti non l’avrei scritto) che siamo nati per godere. Il sacrificio è un male che è morale, giusto accettare, perchè dal sacrificio spesso nasce il bene. Penso all’educazione dei figli, al sacrificarsi per loro, o per una moglie, un marito, un compagno/a. L’esempio del Cristo taglia la testa al toro. Ma io sono un gaudente, amo troppo la vita, amo il piacere di un amore sconfinato, potrei dire; e dunque ho scelto di “sacrificare” (ma le virgolette potrebbero non starci, ugualmente)una potenziale famiglia per il mio piacere. Che poi – e il cane qui si morde la coda – è spesso un contravveleno contro la solitudine. Ma il problema della vita è il lavoro: io ho condensato in un poemetto ancora in versione provvisoria (ci lavorerò ancora, ma ho voluto pubblicarlo ancora così perchè credo che il web questo possa anche offrire, vale a dire la possibilità di pubblicare testi non definitivi – se poi esistono, i testi definitivi) la storia di una vita fino ai 37 anni di età. Dopo c’è stata una forte svolta; ho scelto, come l’Henry Miller del “Tropico del Cancro”, di non stare più alla “alla stanga, dove si frustano
solo cavalli morti.” In inglese infatti esiste un espressione che si traduce con “non si può frustare uh cavallo morto”. E il mondo del lavoro, spesso osceno, inumano, contro natura, è fatto di tanti cavalli morti, o “polli d’allevamento” per dirla con Gaber e l’Ugo Gregoretti di “Rogopag”.
Il lavoro è la misura, la livella del nostro stare nel mondo. E quello dell’artista è un lavoro che si fa “produzione di libertà”.Quando ho deciso di “lasciarmi essere” un artista, ho deciso di produrre libertà, ancora più che emozioni (per quelle ci sono le canzoni che fanno il lavoro meglio e in quattro minuti).
Se la società contemporanea produce infelicità e profitto attraverso lo sfruttamento del tempo e delle energie dell’uomo, l’artista produce la sua libertà; lo scacco alla società capitalistica può essere dato nel momento in cui questo lavoro viene giustamente (o ingiustamente, nel caso di cachet miliardari) retribuito.
Per rispondere a Maria Pia: la poesia mi serve sempre per raccontare, da narratore; ma per raccontare in maniera ancora più sintetica, per raggrumare concetti e sensazioni. Esempio: la tematica del poemetto è il lavoro. Bene, su questo argomento ho scritto un romanzo, “Cattivo sangue”, uscito nel 2005, che è un noir nella forma, ma che racconta sostanzialmente la storia di una dannazione lavorativa e ovviamente spirituale: un uomo che vende articoli cartotecnici (come me, mio alter-ego) diventa killer a pagamento. Insomma, da una situazione di insostenibile alienazione lavorativa da “vita agra” commerciale, il protagonista passa a una situazione ancora più insostenibile, passa all’omicidio su commissione. L’azienda per la quale lavora si scopre essere una copertura; e allora cosa si puo’ pensare? Che il killeraggio è, tutto sommato, il “sistema”. Se non uccidi un uomo con una rivoltella, lo uccidi con il lavoro. E con la mancanza di questo, specularmente. Non c’è salvezza, se non nel “delitto”. Il “delitto” dell’artista è la sua opera d’arte.
Il poemetto è una variazione in altra forma dello stesso tema trattato nel romanzo, tutto qui.
Ciao!
Franz
bel pezzo Franz!
è carico della tua creativa grinta!
aurevoir
carla
Mi piace tanto…
😉
dear Franz, davvero splendido curriculum
Un pugno nello stomaco. Fa male leggerlo perché è *assolutamente vero*. Franz, trovo il tuo commento altrettanto significativo del poemetto che hai pubblicato. Qualcosa su cui riflettere (e su cui personalmente rifletto ogni giorno). Quindi doppiamente grazie. Bàcioti.
Franz, bel curriculum e bella incazzatura d’artista!
ottimo Franz,
sei stato davvero una catapulta di righe dure e sentite, bravo!
MarioB.
Grande, grande Franz. Il lavoro di massa è proprio questo: maiali che si nutrono di carne di maiale. A presto.
La prima volta che mi hanno pagato per insegnare filosofia credevo che fosse goduria e creatività, non fatica.
La prima volta che mi hanno pagato per suonare in un pub ho pensato: diavolo, è come se mi pagassero per scopare la donna che preferisco. Mi sbagliavo in entrambi i casi.
Il lavoro resta, perchè quello che comprano non è ciò che fai, ma il tuo tempo. Il lavoro è la zavorra della condizione umana. Pensare di evitarlo crea illusioni pericolose, e porta al parassitismo. Vedasi Genesi.
Ma ragazzi vi voglio bene! Grazie per il gradimento.
Valter, sì, va bene: ma il tempo che ti occorre per suonare e quello che ti occorre per farti il culo a una fresa sono tempi qualitativamente simili? Non credo. Bisogna senz’altro lavorare, certo. O fare i giornalisti: sempre meglio che lavorare, come dice l’adagio. (Con esclusione dei giornalisti culturali, che scrivono per la gloria).
franz
A me è piaciuto molto questo “experimentum”, col quale costringi il vissuto del racconto alla sintesi stringente e necessaria della poesia. E non sto parlando della poesia/verso quale espediente metrico o struttura formale che può venire utile per occupare lo spazio del foglio e piegarlo, arbitrariamente, verso altri registri di voce: perché di ben altro si tratta, quando, come in questo caso, in gioco c’è, né più né meno, la pagina bianca su cui si imprimono, a forza o con dolcezza, i segni della vita. Parlo proprio della poesia come sintassi di un lampo improvviso che cristallizza una forma e la strappa al divenire, lasciando il suo movimento vivere, comunque, senza annullarsi, disperdersi, perire.
In questo, magari mi sbaglio e mi correggerai, io ci vedo, stavolta su un piano di assoluta consapevolezza del progetto e delle sue finalità, che immagino ampiamente e razionalmente meditate, qualcosa di molto simile (nella simmetria rovesciata di un’immagine allo specchio, ad ogni modo) a quello che, probabilmente senza “progetto” e guidato da dinamiche inconsce, avevi realizzato in “Le cose come stanno”. Lì, ad esempio (ed è una notazione che nasce da parecchie riletture del libro), la materia prima nasceva da un’accensione di natura chiaramente “poietica”, che tu costringevi, con risultati a mio parere straordinari, nell’alveo controllato di una struttura narrativa, desueta quanto si vuole, ma sempre canonicamente guidata, che ti permetteva, proprio per questo, di tenere sotto controllo tutto il processo scritturale. Ma qualcosa strabordava, comunque, e quel magma sfuggito all’occhio vigile della forma data, colorava le pagine di una vitalità struggente e disperata, di una patina di lacerata, devastante bellezza.
Sono proprio curioso di vedere, adesso, a opera conclusa, a quali esiti ti costringerà, nel nuovo romanzo, la spinta contraria che intravedo, i.e., la tensione del flusso narrativo a impadronirsi degli “spazi magmatici”. Mi aspetto moltissimo, soprattutto se riuscirai a trovare, come pure da questo testo mi pare di capire, quell’accensione, anche sul piano formale, che lascia i due “momenti” farsi uno, pur nella assoluta distinzione e riconoscibilità delle rispettive voci.
Buon lavoro.
fm
Mi verrebbe voglia di dedicare l’EPILOGO 2 a chi ha firmato l’accordo sulle pensioni un mesetto fa ..che ha rubato il mio
tempo, la mia vita, perché io, assieme ad altre pedine, dobbiamo ‘salvare’ l’economia nazionale 🙁
Bravo. “Questa gente non merita che questo”. Mettila in neretto.
Grazie. buonanotte
Quello che mi ha colpito particolarmente è la tendenza al perdono. Avrei preferito che l’autore ci vendicasse tutti, noi muti e impotenti, che continuiamo a ripeterci: “non è mia la vendetta” e ci limitiamo ad osservare il karma in azione, ma solo quando agisce. Se le macchinette del caffè non danno resto, erogano acqua priva di caffè o caffè privo d’acqua, quando le calze si smagliano, i tacchi alti si spezzano, quando il parrucchiere sbaglia colore, noi riconosciamo il segno karmico.
scusa ,pamela, quel noi mi pare usato con un po’ troppa disinvolta sicurezza, forse tu ci vedi il karma. io, per esempio, non scomoderei il karma per l’incuria e le disattenzioni umane…
bella pagina questo curriculum.
che si sia nati per godere mi sembra un eccesso di contrario verso il sopruso quotidiano che quasi tutti sopportiamo. solo i ricchi e i lattanti che riescono con facilità a succhiare ne sono esenti. il problema è politico, sociale ecc. il CAPITALE deve essere aumentato con il profitto che agisce contro le nostre spalle che mai possono far spallucce. qui la ribellione-narrazione si dà vissuta e condivisa. ma le oscenità di parola verso la donna sono una forzatura. ciao fk
Io che ho cambiato una quantità di lavori, e sono sceso e salito più volte dalle stelle alle stalle, mi sono fatto l’idea che sia i lavori elevati (artistici o psudoartistici o paracreativi), sia quelli manuali e pesanti (manovale, muratore, operaio in fabbrica, camionista) hanno dinamiche simili, molto simili, con soddisfazioni, problematiche, frustrazioni del tutto simili (poi, come dice Franz in un commento, le ore alla fresa non sono le stesse di quelle di chi insegna a scuola). Però vi sono singolari e stupefacenti punti in comune. Franz comunque di lavoro se ne intende. Cattivo Sangue è anche un romanzo sul lavoro. Bello questo poema-curriculum. Mi ha stupito per originalità.
Caro Francesco, ti ringrazio molto per questa tua nota. Penso che nel prossimo libro ci saranno momenti espressivi diversi. Una narrazione scopertamente autobiografica, nel mio caso, ha bisogno di svolgersi su piani diversi, anche per non annoiare il lettore. Esplosioni ed implosioni, accensioni liriche, momenti più piani, di pura narrazione, tensione sempre presente tra il presente e il passato, raccontato in maniera spesso schizofrenica, raccordi tra un episodio e l’altro creati da suggestioni scaturite da altri ricordi. Piuttosto diverso da “Le cose come stanno”, mi sembra. Speriamo che non ne venga fuori un caos troppo scoperto.
Ciao!
così
Grazie amica solita, ciao.
Grazie a Mauro, mi piacerebbe leggere un tuo libro sul lavoro di fotografo, una specie di “Uomo che guarda”.
Marina, il poemetto è tutto una forzatura, secondo me. Se tiri un calcio, questo è una forzatura. Questo è un calcio.
Commento in forma di “minaccia”. O minaccia in forma di “commento”. A scelta.
Franz, vedi che io non mi aspetto, dal tuo prossimo libro, niente (“niente”: con le virgolette, e senza sconti) che sia, anche minimamente, al di sotto di “Le cose come stanno” (parlo in termini di “valore”, non di struttura dell’opera). E ora sono cavoli tuoi: règolati di conseguenza!
fm
Fino all’ultimo respiro…si deve lottare per la propria libertà. La libertà degli altri molto spesso coincide con la nostra schiavitù e non solo nel lavoro. affermazioni banali, lo so, ma si vive giorno per giorno ed è il presente che dobbiamo cambiare per non finire in un “sanatorio bulgaro”, questo quando va bene!
Sono proprio cavoli miei.
(Constatazione in forma di commento:-)
Ciao Francesco.
sei un grande, Franz. meno male che quel giorno m’hai mandato quella mail. chi l’avrebbe detto che dopo il massacro di Ni sarebbe venuto fuori tutto questo.
Caro A Blink Before The End, scherzavo, infatti.
Pamela
vabbè.
al sanatorio per [malati/savi mentali] già ci siamo da un bel gran pezzo!
avrei tolta la negazione: “ad uso dei Direttori del Personale”
tanto per più sarcasmo in faccia al marmo del potere!
W la natura di pace dell’anarchia!
Ma io con quelli non ci voglio avere un cazzo a che fare Marinah, te capì? Coi direttori del put.
Ciao Marina dal… (rullo di tamburi, musica altamente drammatica)
Tedelsud
Caro Franz,
certo che ho capito; e mi è venuto in mente quando l’anno scorso per il centenario della CGIL, mi chiesero un racconto per l’antologia “Nate a lavorare”, che puntualmente scrissi. Ispirata, eh!
“Lavoro lavoro(mi piace lavorare)” scrissi(sottotitolo dopo avere visto la Braschi in omonimo?).E c’è un momento in cui dopo i curriculum della mia vita: lavorativo- militante- culturale,dove ci stava la maestrina, la scrittrice, la fre lance, la disoccupata, la mamma,(e chi più ne ha), il gremito insomma, mi metto a un balcone , il mio,e vedo le folle e la follia dei raduni, gli happy hour ad esempio, atrocità inventate durante il precariato delgi ultimi anni, appunto, e la finta allegria, e l’affolata disperazione, cui si mescola quella privata fra acquaio, famiglia e apparente (ma va!) normalità dove il mentire quotidiano è il sale del rapporto, mi raccomando. Senoché per pudore alla fine, dopo che la Sexton e la Plath ne scrissero così bene, cinquant’anni prima, pianto lì.
E mi rimetto tailleurini, voce limpida e pronta e cerco un nuovo..lavoro.
Divertente, appunto.Come il tuo c. v.
Rob de matt!Sull’anarchia felice di cui parla Marina, o le comuni da “primi comunardi” di cui parlava Metropoli, con scambi in natura, i poeti potrebbero esprimersi, sognando, o scrivendo (o uccidendo, come Franz),e poi migrare sulle colline milanesi, 8ah ah)
Maria Pia
Scrittura tosta, tra prosa e poesia realista. Ottimi i ‘tagli’ in corsivo. Quando azzanni… azzanni, e ciò ti qualifica, inserendoti fra i predatori… e non fra i tanti ruminanti. Va a finire che sei anche bravo e intelligente 🙂 e anche ‘poeta’ 😉
ohè hoè oohèè quanto m’è piaciuto, sono tutto un frizzolazzopazzo.
Fabrizio, sei tu un grande.
Azzanno, Gian, azzanno, è vero, è vero:-)
Grazie!
Ciao Mary Pie, un abbraccione!
fk
Ciao Franz!
Che bello questo curriculum maledetto e che fatica metterlo nero su bianco, leggerlo fa bene:-)
C.V.
Sì, ho lavorato solo per questo:-)
Complimenti per le iniziali!
fk
(anch’io, modestamente…)
Capisco sempre meglio perché quel tizio, il tuo personaggio, sparava.
Questa gragnuola d’invettive, preceduta da un curriculum vitae dettagliato, è davvero potente, Franz. E (consentimi), anche divertente.
Mi piace molto, inutile dirlo. Mi piace la scrittura umorosa e umorale, senza filtri e leccamenti di stile.
Sul tuo edonismo non mi pronuncio (potrebbe sembrare un cliché, anche con la tua chiosa e il riferimento a Henry Miller, ma so bene che sei esattamente come ti descrivi, e cioè sei sincero… alla fine mi sono pronunciato).
Giovanni, che ti devo dire? Che ti ringrazio sempre delle tue note, e grazie soprattutto per quel “sincero”; è vero, senza falsa modestia.
Miller più che altro è stato un maestro di stile e di ribellione. Un caro saluto, sono contento quando ti leggo.
Franz
L’esperienza “a tutto campo” alla Jeanrenoir Edizioni l’ho fatta identica identica pure io, con le promesse da marinaio etc etc !!!!
E’ da quando ho capito che nella nostra società anch’io devo lavorare e cioè da quando sono diventata una scienziata fallita (quasi dieci anni) che sto meditando sul tema del lavoro… Prima lavoravo ma non mi importava, non me ne accorgevo, tale era la passione per quello che facevo, che mi sono sempre e solo divertita come in un immenso gioco di idee e formule e di studio, come se lo studio remunerato non fosse lavoro.
Laborit diceva che l’essere umano è fatto per agire, quindi qualcosa dobbiamo fare per nostra natura… senza il lavoro dei primordi la specie si sarebbe estinta (il nostro lavoro occidentale è un’evoluzione o involuzione o una degenerazione del lavoro dei primi gruppi umani, dopo secoli di storia).
Il lavoro è un’autosuggestione sociale per distrarsi dalla morte, forse. C’è chi lo usa per sfogare i propri istinti peggiori. Per mantenersi in vita. Per evitare di pensare pensando a cose imposte da altri. Un ripiego. O lo fa da quando gli hanno detto che si fa.
Ma il lavoro può essere anche occupazione per se stessi e per gli altri.
Molti lavorano per l’interesse della specie e del pianeta, e fra loro ci sono anche gli artisti, ovvio.
Penso alla visione positiva del lavoro che avevano Primo Levi (lui che aveva subito la scritta infamante proprio sul lavoro che rende liberi) o Joan Mirò (che lavorava ai propri quadri come un “giardiniere”).
D’accordo anch’io che siamo nati per godere e per fortuna – nel mio caso – questo coincide con la vita in comune. Non ho deciso nulla è tutto successo come quando piove e l’amore sconfinato lo vivo anche in famiglia, forse perché è arrivato tutto molto tardi a quasi trent’anni e desideravo tutto quello che ho adesso e ho trovato tutto quello che volevo e mi basta perché non finisce mai. Vi sono strati sempre più profondi e impensabili di felicità. Una coscienza che si fa concreta sulla fragilità di chi mi sta accanto e su me stessa, confermata sempre più mi addentro nella maturità. Fragilità anche nel senso che si rompe, si ammala e muore quando meno te lo aspetti. Fragilità temporale. E allora, finché c’è vita, amiamoci!
Ho questa specie di inerzia di reazioni di fronte al mondo, succede con il lavoro e anche ad esempio con la morte, ancora non me ne capacito. Mi sono accorta che ci sono, però sto lì impalata a guardarli. Come oggi, eravamo a fare una bella gita sul lago ed ero sul traghetto e non facevo che dirmi “è pazzesco, galleggia, è proprio impensabile che succeda” nonostante conosca la statica dei fluidi……. guardate che se ci pensate bene è impossibile.
Franz, per il tuo testo, i soliti miei complimenti di sempre, mi piace particolarmente questo:
Che la durezza di cuore alfine li prostri
a selciati nodosi come bastoni
di petulanza e di voglie cupe,
rattrappite, nel male, su e giù
e ferito, dalle a alle zeta,
e li tagli, come una lama esatta.
fem
Tempo fa ho scritto anch’io una poesia di odio contro un barone universitario della malora che se lo inghiotta la pizza de fango
laborit diceva…
con quel nome, sul lavoro, poteva dire ciò che voleva.
fk ok.
saluti,
rs
omen nomen!
fem
(per la cronaca, sto mangiando 🙂
Indiscusso, le mie iniziali sono sempre state curiose, talvolta addirittura appropriate 😉
messaggio di servizio: ci sono quasi.
C.laudia V.enchiarutti 🙂