Se non è lecita dopo Auschwitz
come dice il filosofo
la poesia
mi chiedo
come sia lecito al poeta
il silenzio
dopo quella filosofia
*
L’amico che è morto
di notte mi torna
a parlare
Mi chiede notizie
del mondo
che ha dovuto
abbandonare
Ascolta ciò che dico
Poi scuote la testa
sospira
e scompare
*
Il paese intero
è in gran disordine
Non c’è nessuno
esente da male
Tutti lo compiono allo stesso modo
Le facce degli uomini
sono stolide
Non c’è nessuno
che sia saggio
abbastanza da conoscere
Non c’è nessuno
che sia adirato
abbastanza da parlare
Ci si alza al mattino
per soffrire ogni giorno
Il misero non ha forza
per proteggersi da chi
è più forte di lui
Così scrisse
Kha-kheper
più di trentotto secoli fa
al tempo di Sesostri
Faraone d’Egitto
*
Basta una semplice
particella
dice Weinrich
una congiunzione
perché due parole
si uniscano
in un abominio
Sangue
e
suolo
Oggi
come allora
*
Ormai li tirano
su a pezzi
dal fondo del mare
i pescatori
braccia
gambe
tronconi
qualche volta una testa
smangiati dai pesci
incrostati di sale
Poi li ributtano all’onda
Il loro nome
affondò con loro
Hassan
Mriam
Alì
“Fleba il fenicio”
dice il poeta
“dimenticò il guadagno
e la perdita”
La perdita
fu loro
Di altri
il guadagno
*
A Torino
Nietzsche
abbracciò
un cavallo
e gli chiese perdono
prima di perdersi
nella notte
Nella notte
a Milano
un ragazzino
annoiato
maledisse il barbone
prima di dargli
fuoco
*
Si chiamano per nome
e si danno del tu
i potenti della terra
con la familiarità
di chi
si spartisce un bottino
*
Io sono solito
portare al collo
un medaglione di porcellana
i frammenti
di un vaso cinese
infranto
durante la grande rivoluzione:
una mano paziente
li ha raccolti li ha incollati
e li ha rimessi assieme
Sul retro del medaglione
sono ancora visibili
le crepe che l’insidiano
ma davanti
sul volto del saggio mandarino
che vi è effigiato
aleggia un sorriso
La meta da raggiungere
attraverso le rovine della storia
*
Si giocavano a dadi
ai piedi della Croce
i carnefici
le vesti
del Signore
Non fidandosi
della sorte
i bravi cittadini
escono curvi
sotto le suppellettili
dal campo nomadi
che hanno appena
incendiato
*
Il diritto
di morire
fra i tormenti
è stato
assicurato
per decreto
da coloro che
sfruttando
la vita altrui
ne decretano
il tormento
*
Dato che
di vita
si parla
e di morte
dato che
si invocano
la Santa Chiesa
e il Sommo
Pontefice
dato che
le parole
di fronte
all’infamia
cominciano
a scarseggiare
propongo
in via del tutto
teorica
e tanto
per portarsi avanti
di tornare
a studiare
i Dottori della Chiesa
là dove
di vita si parla
e di morte
e in particolare i passi
dove i Venerandi Padri distinguono
fra tyrannus in titula
e tyrannus in regimine
giustificandone
in entrambi i casi
l’uccisione
*
Odisseo l’astuto
costruì il cavallo
e distrusse la città
Di ciò
si perse memoria
dato che la città accoglie
come un dono
il veleno che l’infetta
*
Il serpente
affascina il topo
lo paralizza
prima di
divorarlo
Nella penombra
del suo salotto
è immobile
lo spettatore
col telecomando in mano
*
I1 pòpul al era il furmínt ch’a no’1 mòur.
Adès al scumínsia a murí. Qualchidún
a à tociàt la so anima
Il popolo era il frumento che non muore. Adesso comincia a morire. Qual-
cuno ha toccato la sua anima
Così scrisse
trentaquattro anni fa
Pier Paolo Pasolini
avviandosi
allo sterrato
dove il suo corpo
giacque rotto
massacrato
Ciò che mi colpisce
non è tanto
l’esattezza
della diagnosi
quanto
la dolcezza
della sua lingua
d’infanzia
che mantiene intatte
una promessa
una speranza
*
Non ci sarà resa giustizia
questo ormai
lo sappiamo
E tuttavia ogni anno
si ostina
a fiorire sul balcone
il geranio
*
Caligola com’è noto
elesse senatore
un cavallo
Nihil sub sole
novi
verrebbe da dire
se non fosse che
si è moltiplicato
il bestiario
*
Perché le hanno coperte?
Sono morte
Ma guarda!
Davvero?
Eh già…
Chi erano?
Due zingare sorelle
annegate giocando
con le onde del mare
Ma guarda!
Davvero?
Eh già…
Scusa me la passi
la crema per la pelle?
Un vero portento
contro l’eritema solare
Ma guarda!
Davvero?
Eh già…
*
La donna gentile
che mi sta accanto
col suo sorriso
ogni giorno mi insegna
la tenerezza
che è la legge
di questa casa
e dovrebbe esserla
del mondo
* * *
Giulio Stocchi, le “poesie di schifo”
di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi
“Poesie di schifo” sembra aver detto con una battuta infelice un noto politologo a proposito di un testo di Giulio Stocchi (lo trovate in questa raccolta a pg. ) che richiama alla memoria la celeberrima epigrafe Il monumento di Pietro Calamandrei, forse, oggi, la poesia civile più nota e apprezzata da chi ancora sa distinguere regole e valori, etica e giustizia, libertà e bene comune.
E poesia civile è pure quella nobile, sofferta, altissima di Giulio Stocchi: “di schifo”, forse, ma non nel senso delle proprie qualità intrinseche, l’Autore, infatti, risulta tra i versificatori più colti, raffinati, intelligenti degli ultimi anni; “poesie di schifo”, dunque, ma solo perché raccontano, hanno la forza, la volontà, il coraggio, il desiderio di narrare brutture, sconcezze, corruzioni, malefatte dell’Italia e del mondo di questi ultimi vent’anni.
I quadri dell’esposizione di Giulio Stocchi in tal senso sono come le pagine, o meglio, i frammenti di un diario costante, ininterrotto che svelano tutto lo schifo vissuto, subito, ingoiato oggigiorno: la perdita d’identità della classe operaria, il razzismo xenofobo dilagante, la persecuzione nei confronti degli “ultimi” (Franz Fanon, e chi se lo ricorda? eppure nel ’68 lo citavano tutti o quasi), l’autocrazia di un Presidente del Consiglio che ha programmato il rincoglionimento del popolo (e della borghesia) attraverso le televisioni, il consumismo, lo spauracchio di dittature sovietiche (soppresse prima ancora che lui entrasse in politica).
Di fronte a tutto questo la voce del poeta civile Giulio Stocchi, ideale erede di Bertolt Brecht e Pier Paolo Pasolini, si erge nobile e cristallina, non solo a esternare lo “schifo”, ma a meditarlo, a chiosarlo, a rifletterci sopra: e lo fa evitando i facili tranelli dell’attuale società mediatica (e in parte letteraria). Al nemico che sbraita, impreca, sgomita, bestemmia, grida, Giulio Stocchi non risponde urlando, ma con il tono fermo, pacato, autorevole, risoluto di un verso gentile, quasi dolce nella costruzione perfetta di un linguaggio verbale memore della lezione dell’oralità popolare.
Con l’oralità Giulio Stocchi riprende la filosofia delle poesie di strada e al contempo reitera, attualizzandole, le arcane tradizioni rituali, dai salmi alle litanie. Si tratta per lui di una religiosità laica, quasi atea, pur nella consapevolezza spiritualista di un impegno concreto, ma affidato a una morale trascendente: non è un caso che i versi di Quadri di un’esposizione abbondino di riferimenti alle Sacre Scritture, dall’Antico al Nuovo Testamento, come pure alla letteratura greca classica, quasi a riprendersi la memoria storica delle culture ebraica e ateniese, spesso trascurate o rimosse, oggi, a favore di un millenarismo cristiano assolutista.
Lo “schifo” si sublima dunque in verità? Difficile a dirsi. Certo è che la grande poesia di Giulio Stocchi smuove le coscienze, pone dei dubbi, inquieta a fondo ogni tipo di lettore (dal rivoluzionario al benpensante), va insomma in profondità. E di questi tempi, a fronte della leggerezza, dell’effimero, dei best sellers o della cultura usa-e-getta, non è davvero poco.


davvero tutto mol.to potente
cosi si costruisce poesia
e morale
superlativo
grazie
c.
Davvero,
superlativo assoluto.
Roberto
poesia civile: è quello che vado cercando. questa insegna sia il che cosa che il come.
l’ultima, quasi stilnovista, la ritengo un omaggio bellissimo, un conforto, un incoraggiamento in mezzo alle storture.
Testi esemplari, per l’essenzialità della forma e l’equilibrio tra memoria storica e tradizione e l’acutezza dello sguardo nel presente.
Complimenti a Giulio Stocchi e grazie a Giorgio per la proposta.
Giovanni
Belle.
La bellezza della poesia di Giulio Stocchi è nella straordinaria musicalità .Il ritmo aderisce al contenuto , la memoria é presente in tutti i suoi aspetti .Il sacro ci viene offerto nella sincerità delle parole.Grazie !
Grazie a Giorgio per la scelta.
Parole nitide esprimono lo sdegno ritmando la cadenza. Il suono sospeso, diffonde la voci dei senza voce. Grazie Giulio.
Testi davvero incisivi e indispensabili. Di Giulio Stocchi, poeta e operaio, ricordo i testi in una collaborazione col musicista Gaetano Liguori, Cantata Rossa per Tall al Zaatar, che fecero un’impressione grandissima sul sedicenne che ero (e che mi piacerebbe tornare a essere).
Ci sono problemi a procurarsi il libro, qualcuno può dare qualche dritta?
Grazie e ciao,
Roberto
io l’ho buscato riprodotto su più di un sito, ma vorrei averlo fisicamente.
cfr. qui:
http://www.scribd.com/doc/13001781/Quadri-Di-UnEsposizione-Giulio-Stocchi
questa la casa editrice:
http://www.farepoesia.it
non ho ancora provato a cercare, so che ibs non l’ha in catalogo.
chi è il politologo? ho letto ‘compagno poeta? nell’80, poi ho riletto diverse poesie altre volte, spesso provando rabbia o commozione. anche se in quelle poesie a volte c’è retorica, prevale la passione di chi è stato partecipe. ora, che ci sarebbe bisogno di “poesia civile”, c’è solo silenzio. “Compagno poeta” e “Il sovversivo” di Stajano sono due libri che, anche se sembrano datati, consiglierei ai miei alunni di leggere.