Il blues del dire – di Franz Krauspenhaar

Non abbiamo niente da dire.
Ma lo diciamo.
Lo diciamo sempre e comunque.
Le parole sono libere, democratiche,
possono essere
persino illuminanti, ma noi
non illuminiamo
noi stanchiamo
voi stancate
essi eccetera.

Non abbiamo niente da dire, ma sappiamo
come dirlo, lo diciamo con arte, ipocrisia.
Non vogliamo dire che siamo alle corde,
e nemmeno felici, vogliamo dire invece
cose intelligenti, costi il poco che costi.

Dove sei parola, se la violentiamo
con la nostra cattiveria, infelicità,
sdegno posticcio, superbia, tutto minimo…
Dove sei, se non qui, nel petto invaso
delle nostre ragioni, delle nostre lacrime
restanti e incurvate. Dove sei parola
se non nei libri che non vengono letti,
che costano sangue e sudore; ma noi
non possiamo farci niente, abbiamo, noi
il sudore nostro, pesante, da dirigere.

Noi vogliamo dire, noi diciamo, esprimiamo
il nostro profondo sdegno. La nostra alta
commozione. Urliamo o abbiamo urlato,
nei cortei. Una rara volta. Tanto tempo fa.

La nostra vita è regolata dalla precarietà.
Un tergicristallo che leva la pioggia
delle nostre giornate. Così oggi.

Diciamolo, e che in fondo così sia.

[Vagamente ispirato da “Middle class blues” di Hans Magnus Enzensberger. Immagine: FK – L’espace d’un matin.]

6 pensieri su “Il blues del dire – di Franz Krauspenhaar

  1. lucypestifera

    questi versi non infondono coraggio, ma una sorta di rassegnazione ad accettare la misura dei nostri giorni: un tergicristallo che lava via la pioggia… apprezzo il dolore che vi si annida poiché mi preoccupa. vorrei però non farmi bastare più la bellezza. anzi, non mi basta già più: non salva, e credo che abbiamo bisogno un po’ tutti di essere in qualche modo “salvati”. io dalla parola mi aspetto, romanticamente, ancora questo. sono fuori tempo massimo?

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  2. alfonso

    non so se musicato questo brano possa adattarsi a un blues. certamente ne ha l’anima. si sente la depressione lievemente contagiosa insieme al fastidio del tema, diventato tormentone, del “politicamente (s)corretto”

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  3. Anna Maria

    Doppio ringraziamento, Franz: perché mi hai implicitamente invitato a rileggere Middle Class Blues di Enzensberger nel testo originale del 1964, che scopro di un’attualità sconcertante e perché il tuo Blues del dire dice, urla, scandisce, sussurra lo spreco-scialo-scempio di occasioni, oltre che di parole. La chiusa ha un sapore che va piuttosto nella direzione Bachmann-Bernhard, mi pare.

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  4. krauspenhaarf

    sì, anche bachmann e bernhard mi hanno influenzato, anna maria.

    a lucy: non so essere fiducioso nelle parole, ma certo esse vengono continuamente calpestato. il blues mi serve come lamento compatto e amaro.

    vi ringrazio.

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  5. Fabio Franzin

    Io trovo che il blues sia di nuovo il canto degli schiavi, di tutti noi, cioè; e che, come dice bene Franz, bisogna raccoglierle anche se calpestate, le parole, provare a raddrizzarle, farle volare di nuovo con la musica; io credo che non bisogni mai stancarsi di farlo, anche se sembra un passatempo sempre più inutile, perdente.
    Ciao Franz, con affetto. Fabio

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  6. Salvatore D'Angelo

    “Dove sei, se non qui, nel petto invaso
    delle nostre ragioni, delle nostre lacrime
    restanti e incurvate. Dove sei parola….”

    Ecco, ad esempio questo è un altro nucleo poetico che potrebbe prendere nuovo abbrivio e concrescere in altro testo, magari più jazzato ( ché sempre dal padre blues nasce..) Comunque molto bello, stimolante. Anni e anni fa mi ci cimentai anch’io, con ingenua convinzione.
    Blues o non blues, Henzensberger o meno, quel che ha di interessante questo testo di FK è proprio il rabbioso pessimismo,che non si rassegna, che lotta comunque contro il “silenzio” disperante delle parole” che concrescono ccpiose intorno a noi. In fondo, non si tratta di “moralismo”, come potrebbe dire un orecchio cinico, ma tensione etica, che non guasta. Sarà che di questi tempi, tali temi ruotano nell’aria e ci afferrano. Come a me, toh, nello stesso giorno di questo post…

    CONTROCANTO N.2
    A Mario Luzi

    Non c’è più spazio per il racconto
    né luogo dove figgere un punto
    solo dar conto d’un parola sfinita
    spuntato arpione contro il muro del silenzio.

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