Provocazione in forma d’apologo 180

L’ovile di un giovane pastore cominciò a subire devastanti razzie da parte dei lupi.
Non più soltanto una pecora o due sbranate, ma mezza dozzina per volta, e sempre più di frequente.
Così, visto che rinforzare ed alzare il recinto non era bastato, il pastore decise che era giunto il momento di lasciare il suo letto caldo in paese e passare le notti all’ovile, facendo la posta al branco.

Alla terza notte l’assalto venne: ma non si trattava dei lupi, bensì di un lupo solo, gigantesco, con gli occhi di fiamma e il pelo nerissimo striato di rosso ruggine. Superò con un balzo che parve stregato l’alto recinto e si piantò davanti al pastore che, subito in piedi, l’affrontò col fucile spianato. Mentre le pecore si sbandavano qua e là dietro di lui, il pastore gridò: “Chiunque tu sia vattene, e non tornare mai più!”. Ma il lupo, per nulla intimorito, si fece sotto, nell’atto di balzargli addosso. Il pastore sparò, un colpo solo, preciso. Il lupo ricadde colpito a morte, sul muso un’orribile smorfia che pareva una risata.
Per nulla tranquillizzato da quella vittoria il pastore decise di rimanere anche le notti seguenti, e fece bene. Ogni notte da allora venne un lupo, sempre più grande di quello della notte prima, con gli occhi di fiamma e il pelo nerissimo nel quale le striature di rosso ruggine eran sempre più numerose. E ogni notte la scena si ripeteva: la formula ingiuntiva, l’attacco, lo sparo e la morte del lupo, sul cui muso restava la traccia di una risata sempre meno equivocabile e più orrenda.
Il pastore non lasciò più le sue pecore, che l’avevano sempre amato, anche se ora sembrava che cominciassero ad avere paura di lui: in effetti, quando gli lanciava il suo richiamo, la voce gli usciva come fosse un ululato, e quando gli capitò di guardarsi nel pezzo di specchio che ogni tanti mesi gli serviva nell’operazione di accorciarsi la barba, vide un viso che a lui stesso parve poco meno che lupesco. Rise, imprecò, gettò lontano lo specchio che finì contro una pietra infrangendosi in mille frammenti.
Il pastore, come s’è detto, non tornò più in paese, nella sua casa, dalla sposa e dai figli. Né la sposa, spaventata o crucciata che fosse, fece mai la poca strada che separava il paese e l’ovile per vedere il suo uomo e parlargli.
Solo dopo anni si decise a quella sgambata l’anziano parroco, uno che nella sua vita ne aveva viste tante; ma quando giunse nelle vicinanze dell’ovile e di lontano scorse ciò che il pastore era diventato e ne udì il benvenuto che pareva un urlo di belva, scappò di carriera, tornò di volata al paese, e su quell’avventura non ci fu verso di strappargli una sola parola.
Passarono altri anni e un’altra persona venne a trovare il pastore, ormai quasi vecchio, e non ebbe paura di lui: la sua prima figlia, la preferita, già sposa e madre a sua volta. Si strinsero e si parlarono, né fecero fatica a capirsi: lei lo scongiurava piangendo di lasciare quell’opera inane, di tornare al paese, alla vita. E lui, commosso ma senza una lacrima, rispondeva che aveva intrapreso quella missione perché aveva creduto la sua vita fondata su certi pilastri, e quei pilastri doveva difendere fino alla fine, qualsiasi cosa fosse accaduta. Ci pensasse lei, se sapeva, ad educare i suoi piccoli a idee diverse, a un’esistenza che lui non riusciva a immaginare ma che pensava potesse essere migliore di quella che aveva condotto. Lui non poteva far altro che difendere le sue pecore, che un tempo avevano avuto persino paura di lui, ed ora non più; ma le pecore son pecore, si sa, ed hanno paura di tutto. Difendere le sue pecore contro il lupo che ogni notte veniva, sempre più grande e agguerrito, fintanto che riuscisse a reggere il fucile e a far fuoco; e poi, nel solo modo che sapeva, impedire che cadessero vive sotto quei terribili denti.
La figlia capì che non c’era altro da dire o da fare, che giusta o sbagliata, assennata o folle la decisione del padre era presa per sempre, e prima di andarsene gli chiese la sua benedizione. Ma l’uomo, rattristandosi ulteriormente nel volto, gliela negò, adducendo che troppo sangue aveva sulle mani, che troppa belluina raucedine aveva nella gola.
Così la figlia del pastore lo salutò per l’ultima volta, e giunse al paese appena in tempo prima che cadesse la notte.

15 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 180

  1. Carla

    Buondì Roberto,
    si avverte una chiara influenza della visione del film: La belva è fuori, con Jack Nicholson…molto interessante.

    Certe benedizioni bisogna essere anche pronti a riceverle…;-)

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  2. rrt

    Cara Carla,
    grazie dell’utile segnalazione. Il film non solo non l’ho visto, ma neppure lo conoscevo (e ovviamente non me ne vanto).
    Dalle informazioni che ricavo da internet sul film, la prima differenza che emerge è che il mio pastore non è morso dal lupo, non è quindi direttamente contagiato; perciò la sua violenza, per quanto non gli manchino ragioni per giustificarla, è proprio sua.
    Delle riflessioni sulla violenza che non si limitino a dei precetti buonisti mi sembrano necessarie, anche se certamente non bastano: con la sola ragione non se ne esce, ci vorrebbe uno scatto verso l’alto. Intanto cerchiamo almeno di chiamare le cose col loro nome, senza paura dell’ambiguità ma anche senza compiacercene.
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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  3. Giorgina Busca Gernetti

    Gentile Roberto,
    il tuo apologo mi sembra abbia una morale come le favole di Esopo o di Fedro, però con un’aura orrorosa che era estranea a quelle opere. La tenacia del pastore nel difendere le sue pecore dall’assalto notturno del lupo è un diritto/dovere di chi possiede un gregge. Ma se la tenacia diviene caparbietà nel difendere valori mai più verificati nella loro validità (“perché aveva creduto la sua vita fondata su certi pilastri, e quei pilastri doveva difendere fino alla fine, qualsiasi cosa fosse accaduta”), forse il pastore ha sbagliato tutto nella sue semplice vita, al punto da assumere a poco a poco le sembianze del suo nemico e da far paura alle sue stesse pecore.
    Discutibile la figura del prete che fugge e si chiude nel silenzio.
    Un caro saluto
    Giorgina

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  4. rrt

    Cara Giorgina,
    dai tempi beati in cui poteva sembrare che la soluzione di certi problemi si potesse racchiudere in breve formula (“o mythos deloi oti…”) abbiamo fatto un po’ di strada, sia pure girando in tondo,
    e mi rendo conto che il titolo che diedi quattro anni fa a questa rubrichetta non è sempre pertinente ai contenuti. Per tenere desta l’attenzione su problemi di non semplice soluzione, non essendo interessato a soluzioni semplicistiche, mi sono proposto di sceneggiarne con un po’ di pathos i termini, sollecitando quindi l’intelligenza emotiva dei lettori.
    Sono peraltro d’accordo sulla tua limpida lettura, anche se non sono sicuro che esaurisca la questione.
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  5. Giorgina Busca Gernetti

    Caro Roberto,
    nemmeno io sono certa che tutta la questione si esaurisca in quella che generosamente definisci “limpida lettura”. L’animo umano è molto più torbido e misterioso, come certi laghetti che in superficie appaiono quasi limpidi, ma nelle profondità difficili da scandagliare (ecco che “giriamo in tondo”) nascondono “mostri” e nefandezze che gli ingenui Esopo e Fedro nemmeno sospettavano. I tragici però…
    Un caro saluto
    Giorgina

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  6. rrt

    Cara Giorgina,
    sono d’accordo. E posso fare un’aggiunta? La vertiginosa capacità che attribuiamo ai tragici di cogliere icasticamente il punto forse (dico forse) deriva anche dalla relativa esiguità del materiale che ce ne è pervenuto.
    Dietro ad ogni tragedia arrivata fino a noi magari ce ne furono diverse, se non addirittura molte.
    Il risultato è che le relativamente poche parole che ci sono rimaste le abbiamo auscultate e scavate religiosamente per secoli, fino a farle diventare la parte più intima e migliore di noi.
    E questo si può dire di gran parte dei reperti, letterari e non letterari, dell’antichità classica.
    Non altrettanto invece si può dire di ciò che è venuto dopo, non necessariamente per un oggettivo scadimento di ciò che a mano a mano veniva prodotto, quanto forse anche per una progressiva incapacità da parte dei cosiddetti fruitori a metabolizzare adeguatamente sempre crescenti masse di materiali a disposizione. Insomma, troppi stimoli fuori e dentro di noi: è una condizione di cui sempre ci lamentiamo, facendo però poco o nulla per ovviarla; e questo non credo sia un caso.
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  7. Giorgina Busca Gernetti

    Caro Roberto,
    figurati se non puoi fare un’aggiunta, peraltro veritiera.
    Alle origini della tragedia greca classica (senza risalire al “canto del capro” nelle feste in onore del dio Diòniso), esisteva almeno un secolo di produzione tragica, anteriore alla “triade” celeberrima, di cui ci sono giunti solo frammenti talvolta di due o tre parole soltanto.
    Il termine “naufragio” che solitamente si usa anche per i lirici è veramente adatto. Non possiamo perciò valutare la profondità di quei poeti se non del solo Frinico.
    Oggi invece i naufraghi siamo noi, in un mare tempestoso di “materiali” e informazioni d’ogni genere.
    Grazie. Un caro saluto
    Giorgina

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  8. Roberto Plevano

    homo homini lupus, un lupo per se stesso.
    Ma già Plinio:
    Homines in lupos verti rursusque restitui sibi falsum esse confidenter existimare debemus …
    unde tamen ista vulgo infixa sit fama in tantum, ut in maledictis ‘versipelles’ habeat, indicabitur

    trad.: è falso che gli uomini siano trasformati in lupi e ristabiliti di nuovo a sé (nella loro forma)… Sarà mostrato tuttavia da dove questa diceria abbia messo radici tra il popolo, tanto che si ha (l’espressione) ‘versipelles!’ nelle imprecazioni.

    … quindi mi pare di capire che la trasmutazione sia qui irreversibile, un po’ come capita a qualcuno che vedo ogni mattina nello specchio del bagno, ogni giorno un linea, un pelo grigio (lupo!), un fastidio in più

    Ciao, un caro saluto ululato

    R.P.

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  9. robertorossitesta

    Caro Roberto,
    sì, questo mio uomo-lupo è tale dall’inizio, non ha bisogno che dell’occasione per rivelarsi a se stesso e agli altri – ai paesani che non sono molto diversi da lui (benché più vigliacchi, in quanto rifiutano di vedere e nominare ciò che lui vede e nomina), e in quasi ottima fede non lo crederebbero mai.
    Grazie e ciao,
    Roberto

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  10. Giorgina Busca Gernetti

    T. Maccio Plauto (“Asinaria”) e Th. Hobbes (“Leviatano”) concordano su questo concetto, seppure a distanza di secoli: “Homo homini lupus”, “L’uomo è lupo per l’altro uomo”, quindi è impossiobile istituire una convivenza fondata sull’amore, sull’aiuto reciproco, sulla collaborazione nell’interesse della collettività.
    Ciascuno per sé, a costo di sbranarsi l’un l’altro.
    Regna solo l’egoismo al tempo di Plauto, di Hobbes e di noi moderni.
    C’è chi lo ammette, chi invece finge di non accorgersene, salvo rare eccezioni.
    GBG

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  11. robertorossitesta

    Cara Giorgina,
    speriamo che almeno le rare eccezioni riguardino noi e i nostri paraggi.
    (Fra l’altro mi pare di ricordare, forse nell'”Opera da tre soldi”, un gioco di parole tra “homo homini lupus” e il lupus eritematoso che aggiunge orrore a orrore.)
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  12. Giorgina Busca Gernetti

    VOCE DIETRO LA SCENA

    Ahimè, di cosa vive l’uomo?

    SIGNORA PEACHUM

    Solo assaltando gli uomini,
    torturando, depredando, sbranando.
    Nel mondo l’uomo è vivo a un patto:
    se può scordar che a guisa d’uomo è fatto.

    CORO
    Signori, fate a meno d’imposture:
    l’uomo vive d’infamie e di brutture!

    Bertolt Brecht, “L’opera da tre soldi” (trad. E. Castellani)

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  13. alfonso

    ognuno nelle cose legge quello che sa, e che sa leggere.
    io rileggo la storia di Israle con Dio pastore e la parabola del pastore vero (che dà la vita per le sue pecore, imponendosi la regola del martirio) diverso dal pastore di mestiere, quello mercenario (che fugge di fronte al pericolo, facendosi leggi ad personam, oppure razzia il gregge, allargando la forbice tra le “classi”).
    quando inizieremo di nuovo a parlare e a fare LOTTA DI CLASSE?

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  14. robertorossitesta

    Cara Giorgina,
    grazie. Mi pareva di ricordare una citazione più letterale, che cercherò appena ne avrò tempo. Ma già questa, a senso, è davvero calzante.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  15. robertorossitesta

    Caro Alfonso,
    suvvia: ci siamo ripuliti, non usiamo LE MALE PAROLE.
    Ma ti dico questo: il giorno in cui questo post è uscito (scritto al solito con largo anticipo, e senza far ricorso a sfere di cristallo) a Cagliari è pur successo qualcosa.
    Grazie e un abbraccio,
    Roberto

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