
IL FATTO: Il 28.01.2006 l’insegnante Giuseppina Valido di una scuola media di Palermo scopre che due suoi alunni hanno impedito a un terzo, che viene preso spesso in giro per la sua ‘delicatezza’ (lo chiamano Jonathan, un concorrente ‘delicato’ del Grande Fratello), di entrare nel bagno dei maschi dandogli della femmina e del gay.
La professoressa racconta a tutta la classe la situazione accaduta. Illustra le origini del termine gay e spiega che l’episodio è avvenuto perché le cose non si conoscono. Nascono, quindi, da ignoranza, deficienza. Uno dei due bulletti comprende e chiede scusa. L’altro non demorde. L’insegnante gli fa scrivere sul quaderno 100 volte “sono un deficiente” e invia un messaggio al padre del ragazzo, invitandolo a presentarsi a scuola per discutere l’accaduto. Il genitore non si fa vivo. In compenso, la professoressa riceve dal genitore una denuncia per aver ‘traumatizzato suo figlio’ che è ‘dovuto andare in terapia psicologica’.
Dopo un anno, Giuseppina Valido viene processata e assolta dall’accusa di aver abusato di mezzi disciplinari e di aver causato danni psicologici al ragazzo (la sentenza la trovate qua: www.movimentoperlagiustizia.it/diritto-penale/520.html). Il padre del ragazzo ricorre in appello. Il PM chiede 14 gg di carcere. In maniera del tutto inaspettata, l’appello vede accogliere le istanze del genitore del ragazzo. La sentenza, tra l’altro, va ben oltre la richiesta del PM: la professoressa è condannata a un anno di carcere con la condizionale (condanna sospesa).
IL LINK: Spiega un po’ di cose sulla faccenda e come l’hanno affrontata alcuni giornalisti: www.elementidicriticaomosessuale.blogspot.com/2011/02/giuseppina-valido-condannata-in appello.html.
LA DISCUSSIONE: Sulla mia pagina facebook c’è stata un’accesa discussione alla mia segnalazione di questo articolo: www.mosinforma.org/2011/corte-dappello-palermitana-a-favore-dellomofobia. In pratica, due schieramenti. Il primo pone l’accento sui modi ‘non ortodossi’ dell’insegnante che – a detta di questi commentatori – non ha saputo affrontare la situazione in modo corretto. Il secondo schieramento fa leva invece sul disagio del ragazzo preso di mira e difende il comportamento dell’insegnante.
In sintesi, vi riporto qualche commento.
Lalla C.: Credo che la condanna sia giusta. Un insegnante che voglia punire una violenza non aggiunge violenza. Sono metodi ottocenteschi, orrendi e che alimentano odio e risentimento. Additare al pubblico ludibrio un ragazzo omofobo non farà di lui un cittadino rispettoso, ne acuirà la parte malata.
Klaudia L.: Magari non è il massimo sul piano pedagogico, ma almeno ha fatto qualcosa… Sapete quanti fanno finta di niente, si girano dall’altra parte… E dopo questa sentenza lo faranno tutti!
Daniela C.: Io sono mamma di figlio che è stato vittima di bullismo. So cos’è quando tuo figlio vomita e ti confessa che lo mettono in un angolo tutti i giorni e lo prendono per le orecchie a sventola, lasciando i lividi. So cos’è ricevere la telefonata della preside che ti dice: “suo figlio deve svegliarsi e imparare a difendersi”.
Vincenzo S.: Molto subdolamente, una professoressa sa che non vai dai tuoi genitori a dire “a scuola mi chiamano tutti frocio”, per uno strisciante senso di colpa. Mentre invece andare dai tuoi a dire “a scuola mi hanno punito perchè ho chiamato per scherzo frocio un compagno” ha tutta un’altra musica.
Marcella L.: Avevo letto ieri di questo caso. Secondo me un anno è pura follia e dò la mia piena solidarità all’insegnante. Non penso nemmeno che lei abbia additato il bullo omofobo al pubblico ludibrio: voleva fargli solo capire d’essersi comportato da idiota.
Julien C.: Per l’insegnante la parola “deficiente” non è offensiva per un discorso etimologico. Penso che un ragazzo che compia atti di bullismo non abbia la capacità critica di capirlo. Lui è stato costretto a offendere sé stesso, subendo una degradazione. Non lo trovo educativo per niente.
Mariagrazia R.: La vera rivoluzione sta nel cambiare lo sguardo sulla realtà, nell’insegnare ai ragazzi a pensare con la propria testa e usare il cuore, e questo si può fare solo con il rispetto. Per insegnare il rispetto non bisogna MAI cedere al non rispetto. Altrimenti un insegnante è solo uno che passa delle notizie e non un educatore. […] La sentenza non è a favore dell’omofobia, ma contro un comportamento professionalmente sbagliato.
Renata Di M.: Credo sia molto grave se l’insegnante non consideri entrambi vittime perché il bullo non può essere liquidato con una punizione, e l’altro non rafforzerà la sua “resistenza sociale” alle difficoltà e pensare che debba esserci sempre qualcuno che lo difende!
LA MIA OPINIONE:
Diciamo che sarei pure d’accordo con Lalla C. Ma allora, col bulletto (portatore di un sintomo sociale e anche familiare) come ci comportiamo? E quali leggi tutelano il ragazzo invece che si è dovuto pisciare sotto (in tutti sensi) perché era una ‘femminuccia’ e non poteva entrare in bagno?
Non tutti hanno gli stessi mezzi, la stessa rabbia, la stessa forza per poter reagire, e comprendo come può sentirsi Daniela C. quando lo stesso preside ti dice che tuo figlio deve ‘svegliarsi’.
Non si può affidare al solo educatore il compito di sopperire alla mancanza di quelle informazioni che facciano crescere in un mondo tollerante, né si può biasimare lo stesso educatore se sceglie poi un metodo poco ortodosso per sopperire alla mancanza di principi civili che dovrebbero, tra l’altro, essere patrimonio ‘anche’ del genitore del bulletto. Qui si tratta di costruire una mentalità civile e tollerante, mica cosa da poco.
Ma queste possono essere opinioni, e lasciano il tempo che trovano.
Quello che è grave, invece, è il fatto che la Corte D’appello pensa di dover e poter condannare un insegnante per aver abusato dei suoi mezzi educativi e non tiene conto dell’impatto sociologico, e dell’impatto che una tale sentenza ha a Palermo (che non è proprio Amsterdam, eh).
Tra i due mali, omofobia-bullismo e abuso mezzo educativo, e in considerazione di quello che ha ‘abusato’ l’insegnante (niente di più di quello che facevano i nostri insegnanti nel ’76, ad esempio), qual è il male peggiore? Per la Corte D’appello è l’educatore che ha sbagliato. Va bene, ci possiamo anche stare. Ma al bulletto nulla, neanche un ‘non si fa, cattivone’. Una sentenza, diciamo così, machista.
Verranno tempi migliori, piano piano, ha detto qualcuno nei commenti di cui sopra.
Ma tra il dire e il fare, penso, c’è di mezzo la vita, la serenità, l’integrazione di un ragazzo che non deve e non può aspettare che i tempi cambino. Ha bisogno di un segnale immediato. E questo segnale l’insegnante (pur non essendo figlia di Maria Montessori) l’ha dato.
Pur volendo comprendere la posizione della Corte D’appello, perché allora non punire – anche nominalmente (tramite una sanzione al padre, che so) – il ragazzino bullo? Se fosse stato così, ci sarebbe stata una sorta di giustizia, oltre alla divulgazione di una coscienza tollerante e l’indicazione precisa che certi atteggiamenti vengono perseguiti… O no?
La sentenza, così com’è, legittima il comportamento del ragazzino e delegittima il ruolo dell’educatore. L’insegnante, la prossima volta, ci penserà due volte prima di prendere un qualsiasi provvedimento. Il ragazzo ci penserà due volte prima di dire chi lo insulta.

Posso essere d’accordo sul senso complessivo del messaggio, ma da operatore del diritto mi permetto di osservare che la Corte d’Appello non poteva sanzionare in alcun modo il genitore. Affinché potesse irrogarsi una sanzione nei confronti del genitore del minorenne omofobo, sarebbe stato necessario intentare una causa contro il genitore o contro il minorenne. Un cordiale saluto.
e vissero infelici e scontenti.
Siamo il paese della giustizia al rovescio.
In una legislazione che non sancisce nè riconosce il reato di omofobia, e in cui si continua a delegittimare la classe degli insegnanti, questa è la tristissima conseguenza.
Mi chiedo se i legislatori hanno invece pensato di infliggere una qualche pena ai genitori del bulletto: visto che c’è evidentemente un problema educativo famigliare.
Tre i risultati:
1)che la giovane vittima del bulletto continuerà ad essere vittima e a non sentirsi tutelata.
2) La prof. vivrà l’umiliazione e la frustrazione di un lavoro non ‘riconosciuto’.
3)il bulletto, garantito dall’esito del processo, potrà continuare per la sua strada.
Senza parole.
sta nel post precedente :
Un anno di reclusione per aver fatto scrivere a un alunno “sono un deficiente” cento volte. Fossero state dieci, immagino le avrebbero inflitto 36 giorni o giù di lì. Fosse stata una volta sola, tre giorni di cella alla caparbia e certo antiquata professoressa non glieli avrebbe tolto nessuno. Se glielo avesse detto a voce, chissà. Fatto sta che la sentenza dei giudici è ben più pesante rispetto alle richieste dell’accusa (14 giorni), ma i magistrati avranno avuto buone, imperscrutabili ragioni con le quali misurare l’improprietà dell’accanimento pedagogico della prof e il peso del trauma – quello del ragazzino, che si era rifiutato di chiedere scusa a un coetaneo dopo avergli impedito di entrare al bagno perché “gay”. Forse la Corte avrà valutato la correttezza politica del fanciullo: mica gli aveva dato del ricchione.
ciao ernesto.
capisco.
e certo che non può, non ci sono leggi che proteggano in tal senso.
ma la corte d’appello preferisce ribaltare la prima sentenza. ovvero, sul piatto della bilancia pesa di più, per tale corte, il presunto abuso di mezzi educativi.
Dunque se continuo a far ripetere 3 volte al ragazzo che non fa i compiti “voja de faticà vèneme addosso” (nell’ilarità sua e dell’intera classe) sono perseguibile perché non sono ortodosso? Chissà quanti traumi avremo causato?
Allora c’è andata bene che non siamo stati ancora denunciati
La condanna inflitta è stata di 1 mese (non 1 anno) con sospensione della pena. Vi è poi una discreta e consolidata giurisprudenza in materia di abuso dei mezzi di correzione.
L’Ansa ha precisato la pena realmente inflitta nello stesso giorno,il 17 febbraio, alle 15.44, il TG1 no (e nell’edizione serale ha stigmatizzato la – errata – condanna ad un anno). La cosa ridimensiona in parte la questione e consente anzi di spostare il riflettore sul concetto di corretta informazione (a qualcuno potrebbe far piacere, ad esempio, rimarcare la severità e l’irragionevolezza dei giudici indicando, nel caso, una pena 12 volte superiore !)
Carrino ha fatto benissimo, in ogni caso, a dar conto e dar stura…..
Grazie
In effetti, Antonio, la sentenza non è ancora disponibile. Anch’io qualche gg dopo ho letto della correzione. Ma solo l’Ansa ha corretto. Altri siti riportano condanna a un anno.
In effetti, questo ridimensiona soltanto la ‘follia’ dei giudici.
Tuttavia, la ‘pazzia’ resta, a mio avviso.
La condotta dei due ragazzi che impediscono al compagno di scuola l’accesso al bagno sembrerebbe integrare, a un sommario esame, gli estremi della violenza privata (art. 610 c.p.). Probabilmente gli autori di tale ipotetica condotta delittuosa, punibile in astratto con la reclusione fino a quattro anni, non avevano ancora compiuto 14 anni al momento del fatto e, di conseguenza, non erano imputabili, cioè non erano passibili di pena. Cionondimeno i genitori della vittima (mi si vorrà perdonare questo crudo linguaggio tecnico) avrebbero potuto agire civilmente contro i genitori degli altri due ragazzi per cd. “culpa in educando”, onde ottenere il risarcimento del rilevante danno non patrimoniale (art. 185 c.p.; cfr. Cass. Civ., Sezioni Unite, sent. 11 novembre 2008 n. 26972). Quello che volevo, sommessamente, segnalare all’autrice del post come (scusabile) errore di “grammatica giuridica” è il cumulo tra la posizione della professoressa e quella dei genitori dei due ragazzi “da rieducare”: sono posizioni non cumulabili, non foss’altro perché la professoressa è maggiorenne ed imputabile mentre i ragazzi sono minorenni e non imputabili. Tradotto in italiano: per questi fatti era strettamente necessario un duplice processo. Uno a carico della professoressa, uno a carico dei genitori dei minorenni “da rieducare”. Non essendo possibile in alcun modo il processo cumulativo (detto anche, tradizionalmente, simultaneus processus), non si poteva pretendere dalla Corte d’Appello che infliggesse sanzioni anche ai genitori di detti minori. Avrebbe dovuto occuparsene, separatamente, il giudice civile! Con questa postilla, spero di aver chiarito il senso del mio precedente intervento.
Sono un frequentatore occasionale di questo blog e non sapevo che Carrino fosse un autore, anziché un’autrice. Mi scuso con l’interessato e con i lettori.
sento che finirò in galera perché a certi alunni maschi, con la faccia da ornitorinko alle otto del mattino, bolsi e impreparati, dico spesso, tra lo sganasciamento generale: “navigatore solitario”, alludendo a certi siti visitati nottetempo e comportamenti conseguenti. ne dico tante. mi raccomando: arance sugose e gialle.
Nulla Ernesto 🙂
Grazie per le tue precisazioni.
Purtroppo l’omofobia idiota è molto diffusa tra i ragazzi, gridarsi “frocio”, “richcione”, “gay” come insulto è normalissimo, lo sento spesso quando purtroppo mi trovo vicino a una scuola all’ora dell’uscita. Fa tutto parte di una tristissima situazione di degrado mentale, di neomaschilismo fascista idiota, di svalutazione della donna e innalzamento dei valori più beceri. E’ dura, non so se e come si potranno sanare i danni di tanto genocidio culturale. Personalmente sono pessimista. Eroici amici insegnanti, sta tutto sulle vostre spalle…
Resta tuttavia da chiedersi se costringere un ragazzino a definirsi 100 volte “deficiente” possa servire a farlo ragionare sul proprio comportamento ed eventualmente a fargli capire di aver sbagliato. Io credo che purtroppo non serva a niente, se non a imbestialirlo ancora di piu’.
Sarà…posso capire la posizione di Cannella, tuttavia il bel tomo era già stato invitato a cambiare atteggiamento e a non offendere gratuitamente. Ma nisba…Dunque la maniera spartana non è proprio uscita dal cappello. E’ stata evocata con tono di sfida. Se le regole ragionevoli e illuministiche di convivenza non vengono accettate che cosa si fa? si va dal preside? si denuncia? si organizza un’assemblea con l’arci-gay? Insomma rimaniamo coi piedi per terra. La pedagogia è anche un “ceffone simbolico” a volte, o no? Il problema è che bisognava darlo anche al padre del bel tomo.
Anch’io cerco di capire. A scuola non ero proprio un bullo ma di sicuro ero uno che provocava i prof e i compagni, non certo con atteggiamenti omofobici ma comunque piuttosto stupidi. Avevo dei problemi, era evidente. I metodi correttivi che gli insegnanti adottavano nei miei confronti non si discostavano molto dal “ceffone simbolico”. Il fatto e’ che mi servivano soltanto come molla per accelerare nelle provocazioni. Con l’unico prof che invece tento’ di mettersi in relazione con me attraverso il dialogo (molte volte sterile e alcune volte no), strinsi col tempo un rapporto di confidenza che e’ morto solo quando e’ morto lui.
la rabbia non è mai una buona consigliera e certamente l’insegnante ha reagito d’istinto. il giudice però poteva rigettare la causa, quello che per un mucchio di beghe cretine dovrebbero a volte fare. il genitore avrebbe dovuto darlo lui quel ceffone, e neanche tanto simbolico, al figlio, e noi tutti, a turno, al genitore, che resta l’unico responsabile della violenza, volgarità, idiozia del figlio.
una volta un bambino di cinque anni srotolava parolacce e bestemmie accanto a me al supermercato. la madre lo riprendeva piano, senza convinzione. incrociammo gli sguardi, sorrise imbarazzata, sospirai “eh, l’asilo!”. “no no: il padre!”.
io inviterei la tal Corte d’Appello a passare una settimana ad insegnare in una terza media italiana qualsiasi, poi ce la vengono a raccontare…magari si rendono conto che la prassi di una classe prevede anche un certo regime di durezze non proprio ortodosse (certo, non solo quelle: come mi diceva un amico gay, magari anche fargli fare una ricerca sugli omosessuali internati dai nazisti, per esempio… insomma, una cosa più seria dopo la semplice punizione)
per inciso: complimenti a carrino che ha inventato un nuovo genere letterario per i post (come chiamarlo? “montaggio plurivocale”?)
un saluto caro,
r
🙂
un saluto a tutti
🙂