
di Giorgio Morale
Erin è nell’età in cui farebbe di tutto per compiacere i genitori. Se dico che qualcosa andrebbe fatto, raccoglie le mie parole senza darlo a vedere. Me ne accorgo e mi riprometto di darle un segno della mia riconoscenza. Poi me ne dimentico, o me ne manca il tempo, e il suo gesto passa sotto silenzio.
Quando è in casa Simone invece sono io che gli vado dietro, raccogliendo e mettendo in ordine ciò che lui sparge in giro.
Nella sua stanza il pavimento è un campo seminato, il tavolo una bancarella del mercato delle pulci. Vi ammucchia mutande, calzini e fazzoletti, pile scariche e cartoline illustrate, libri e crackers, biglietti usati e fogli di appunti, penne e foto, bicchieri di plastica, fumetti, CD e audiocassette.
“Lascia stare” assicura. “Faccio io”.
E come non fa:
“Per me va bene così. E’ camera mia”.
Oggi si è alzato nel pomeriggio inoltrato, che ora che è inverno sembra sera. Si è barricato in camera, in modo da mettere un po’ di tempo fra la levata e l’apparizione. L’ho sentito aprire un cassetto, poi sedere al tavolo come per leggere; poi la tosse insistente, il ripetuto soffiare il naso.
“Non voglio farmi cambiare dalla scuola” mi dice. “Non so cosa voglio, cosa faccio. Se sei tu o sono io a volerlo”.
Sul far della sera cominciano le telefonate.
“Cosa fate? Fate qualcosa?”.
A volte origlio i discorsi, l’orecchio incollato alle porte, ai muri, studiando la migliore trasmissione del suono. A volte apro la finestra, confidando nella conduzione dell’aria. Sento un borbottio confuso, di cui riesco a decifrare solo le parole meno significative. Oppure colgo la parola, ma non il discorso.
“Che quadro di dignità” mi dice Elle.
Quando Simone esce, gli domanda:
“Hai intenzione di fare tardi stasera?”.
Quando Simone rientra di notte siamo tutti a letto. Non va in camera dal corridoio, ma dalla porta del terrazzo. Lascia scarpe e vestiti nel salotto.
Ma i sensi, una volta desti – per un inciampo, un colpo di tosse, lo spostamento di una sedia – faticano a riprender sonno. Lo cercano nella casa, tentano di localizzarlo, individuarne i movimenti.
Spesso, fosse pure l’alba, fa uno spuntino, o guarda la tv. Il giorno dopo troviamo i segni tra il divano e lo schermo: briciole, macchie d’unto, un bicchiere per terra. Ha uno spazzolino e un dentifricio che lascia in cucina, per non fasi sentire andando in bagno.
La sua sveglia suona a un orario ragionevole. Chi ascolta apprezza la buona volontà. Lui la spegne e torna il silenzio. Troppo silenzio. Ha ripreso a dormire.

Sottotitolo: un marziano in casa mia.
“Nella sua stanza il pavimento è un campo seminato”
Caro Giorgio, mi ricorda qualcosa.
L’altro giorno alle mie due bestie ho detto:
“L’ordine di fuori rispecchia l’ordine che uno ha di dentro”.
Risposta: “E allora?”
le due bestie sarebbero?
ogni casa abitata ne ha almeno una (di bestiolina) 🙂
Francesco di 18, Alice di 16.
Mi sa che io e Giorgio abbiamo più di un punto in comune.
Pare anche a me, Valter. E se è vero che non c’è due senza tre… alla prossima!
PS. Però, queste bestie, un po’ somigliano ai noi stessi di poco tempo fa!
Niente da fare per il tre, ormai. Con qualche rimpianto.
mi associo al gruppo di coloro che coabita con i marziani, il mio ha tredici anni e le cuffiette perennemente piantate nelle orecchie, per quel che riguarda la testa deve averla persa nel caos, unico vero sovrano nella sua vita,
ma anch’io, quando lo guardo, mi ricordo il walk-man con le cassette da 90′ , il nastro che si ingarbugliava dopo un po’ che le usavi e dovevi buttarle via. se la tecnologia è progredita quello che non cambia è la voglia dei figli di sentirsi diversi, di identificarsi in altro da noi
non è stato così anche per noi ?
saluto tutti
elena f
Comprendo benissimo… chi ha figli comprende più che bene.
Bel testo, dietro l’apparente pacatezza c’è verità e partecipazione.
Grazie e un caro saluto a tutti, a chi coabita (con marziani e bestiole) e a chi no.
Bella questa cronaca familiare. Attenzione e delicatezza. Captare tutti i segnali. Auscultare. Piaciuto molto anche l’origliare… a fin di bene.
Grazie, Giancarlo. Seguo sempre con gusto le tue “magnifiche cazzate” sparate… a fin di bene.