La lepre cede il passo all’oro – di Francesca SALLUSTI


(L’immagine di copertina è uno still dal video Voyager, a journey through time and water (2005-2008), di Marco Mazzi.)

[Francesca Sallusti, La lepre cede il passo all’oro, prefazione di Jacopo Ricciardi, postfazione di Stelvio Di Spigno, Forlì, Editrice L’Arcolaio, “I Germogli”, 2008.]

Dalla prefazione (“Nell’universo nessuna cosa può mentire“) di Jacopo Ricciardi

     La sincerità è incanto. Si deve parlare di poesia quando questa è portata con tanta sincerità e quando la sincerità è tanto particolare da porgere un incanto; un incanto particolarissimo e ricco come è quello femminile nel momento unico e privato di una donna che mette al mondo un figlio: questa poesia sembra possedere tutte le doti emotive e propulsive di un animo femminile còlto nel momento di maggiore sensibilità, come è quello, per una donna, della rivelazione di una nascita che si prepara. E questo tema non è per nulla scontato nel panorama della poesia di oggi. E non lo è, proprio per il naturale e privato modo di esprimersi che utilizza, al cuore di una poetessa madre, dall’interno di un sentimento – in un modo che a me, da uomo, sembra molto più intimo di qualsiasi altra poesia maschile. Viene utilizzato il carattere di una innata bontà, che è proprio di una vita che crea dentro di sé una vita che deve venire al mondo e nascere e crescere: è l’inevitabilità della vita, in tutto ciò che è vivo e vissuto vivamente, in un incanto naturale biologico.

     Questo è sicuramente uno dei pregi di questa poesia: una complicità vitale, quotidiana, anche poetica, nel presente dell’unione più forte tra due individui: il concepimento di un figlio, la vita di quel loro figlio, da quel momento, che trascina e porta insieme le loro vite, l’una per l’altra. Che l’incanto abbia un suo centro preciso e che coincida con il suo stesso sogno e che questo sia la complicità, e che questo stato di cose venga rivelato attraverso il mezzo della poesia, mantenendolo davanti al lettore vivo e pieno, è cosa che ha del miracoloso, non soltanto per le doti della poetessa, ma per il valore umano trasmesso: un incanto reale, coraggioso.

     Mi sono chiesto se queste poesie potessero essere apprezzate più e meglio di quanto io ne abbia goduto alla lettura; me lo sono chiesto perché nel caso fosse possibile sarei geloso di quel segreto pensiero, di quel lettore o di quella lettrice. Lo sarei perché qui ci troviamo in un ambito di vita vissuta e di confronto umano, e la lettura in questo caso è quanto mai simile al vivere, e io vorrei viverla e vivere in ogni modo che questa poesia consente. Lo vorrei perché farei della mia vita un evento più ricco e la solleciterei come accade con un evento reale – come se assistessi al valore e al potenziale di una nascita. E da uomo assisto al fiorire del senso drammatico naturale e preciso del senso della femminilità. […]

*

Dalla postfazione di Stelvio Di Spigno

     È una poesia di difficile decifrazione, quella di Francesca Sallusti. E senza voler correre il rischio di applicare etichette incongrue senza centrare l’obiettivo, sarà meglio parlare dei suoi versi come fossero venuti dal nulla, frutto di un talento aristocratico e altezzoso che d’improvviso mostra le proprie credenziali ai nostri occhi, fin troppo abituati a consonanze e detriti di esperienze poetiche consolidate. La lepre cede il passo all’oro è una raccolta di versi nella quale la disarmonia del vivere quotidiano si riempie di simboli preziosi, di chiaroscuri ricchi e viziosi, di echi deformanti, di continue slabbrature che mimano la casualità della vita; la scommessa della Sallusti, quanto mai ardita come il coup de dés di un Mallarmé apocrifo, mira a un significato complessivo originario quanto indefinibile.

     Questo libro inizia proprio lì dove l’esperienza concreta di un personaggio fittizio e volontariamente abnorme sconta la propria rinuncia a una definizione personale. L’io non intende essere se stesso, individuarsi, starsene buono mentre le ipotesi di leggibilità altrui fanno a gara a immettere per primi una qualche trama di protagonismo a questi versi. Direi di più: Francesca Sallusti conia un vero e proprio anticonformismo poetico, depistando alacremente le buone maniere di una vita fin troppo borghese e abbracciando un’etica capovolta, quella di rinuncia a una identità accertabile.

     Si tratta di una scelta esiziale, in quanto fonda le coordinate di un esilio coraggioso: quello dalla frenesia della ricerca di un ruolo, nella vita come nella ideazione letteraria. Ma questa mancanza di identità vuol dire anche follia, ascolto delle cose in tutte le loro vibrazioni, poter essere e diventare tutto: madre e puttana, moglie e scrittrice, figlia e madre, alata creatura angelica precisa fino all’ossessione sui propri contenuti. La libertà sofferta e caotica di questa operazione è lo scotto da pagare all’ambizione invalidante del vivere in questo nostro tempo. […]

*

Un libro di esordio di stupefacente bellezza e compiutezza: una scrittura sicura che “lascia intravedere margini di originalità lampanti e cristallini”. (fm)

*

Testi

DICEMBRE

In quel tempo la luce premeva nel cielo
e il cielo giaceva nella stanza, ci portava il ristoro,
chino su di me come fosse il casto rifugio prima del cammino.
La volontà si sporgeva in quel giaciglio e glorificava il mio corpo.

*

Lasciammo quelle pareti calde,
la delicatezza della prima mattina e l’ultimo gioco.
Lui cerca la parola lungo il corridoio assolato,
in questa luce che riscalda le ossa a chiunque la trapassi.
C’è solo questo cammino di linee di ferro illuminate dal sole,
le sacche sbattono sulle gambe come cuccioli di giraffa.
Nel cuore un pendio, le braccia si cingono l’un l’altra.

*

Il suo viso appena sbocciato dal mio ventre aperto al mondo,
prendeva man mano forma
rassicurato dalla luce e dal mio onesto respiro.

*

Una nuova consapevolezza sfiora i perimetri della nostra sfera,
assorta nel grembo denso e antico,
ed io e mio figlio ne siamo la dottrina e il seme sbocciato,
il rigore.
Placido è il nostro abbraccio e i nostri occhi aperti.

*

I nostri occhi aperti, fragili come le stoffe sotto i lombi delle zingare,
sono aperti sulla città, aspettano la luce che intaglia la pelle e la
notte, giaciglio che ruba le forme dei corpi

*

Creatura che tendi la tua vita a chiunque.
Hai fatto di me un volto.
Prima di te l’argilla, il bosco di giorno.

***

PARTE PRIMA

Sotto il cielo di questa città di questa èra l’amore dirotta
trainato da un viso qualsiasi
donna uomo madre figlio.

. . . .

Ho trovato un angolo questa mattina,
a occhi bassi,
come quando l’amore e l’aurora erano un unico sigillo negli occhi
e contaminavo quel cemento con i miei occhi bassi.

. . . .

La luce che entra nei capelli come il ragno nella tela
e i passi tra i passi nella città.
Un’automobile in fretta sulla strada, come la fine del cielo,
più calda della pietra che porti sulla fronte.

. . . .

Ho speso tutti i miei soldi per comprare delle rose.
Hanno il colore che hanno le rose
il loro colore
di quelle rose dalla carnagione del cielo al suo finire.

*

ELEFANTINA

Sono madre scalza sulle pendici della terra e levigo un’arma, straniera.

La mia nuova terra si chiamerà Elefantina.

In omaggio all’obesità dei giorni la mia nuova terra si chiamerà Elefantina.

Con lei migrerò in me.

Ho riposto le tue ossa nel cielo
anche se io non conosco il cielo
lo posso vedere aspettandoti.
Poi arrivi come l’uccello che migra.

Dunque sei la nuova terra che si stende cadendo
dalle mie mani
l’inchiostro su cui la giovinezza planerà
l’orma sulla schiena dell’universo.
Il volto che l’idolo dirigerà.

Stendi il seme che porto sulla fronte,
te lo donerò tra la fine del giorno e l’inizio
di un altro giorno ancora
quando la luce si sporgerà, e lieve e ordinata
attenderà fuori alla porta, appoggiandosi.

Tu porgilo sui tuoi occhi.
Il tuo viso è la mia parola

Scosta il viso dalla pioggia come il battito nel cuore,
la sua pelle sarà la mia nuova vita.
Madre sorella figlia.

Il tuo viso è la mia parola

Rammenda i miei occhi come un tempo si barattava l’orzo
bagna la mia fronte come la delizia del primo vento mattutino.
Il tuo viso è la mia parola

Spargi la mia parola su questa sfera che ha sete,
porgi a lei l’acqua dell’universo.

Il tuo viso è la mia parola

Scrivi,
del tempo che si avvicina al tuo corpo e,
donandoti il suo passo ti rende indifferente alla sofferenza.

Dell’acqua versata sul viso e stesa sulle gote con le mani,
quando il caldo impedisce il cammino.

Scrivi,
della forma breve,
come una preghiera prima della notte,
del tuo linguaggio.

*

Non è meglio rivelarsi, lasciare i capelli sui sassi alla sera,
il viso bruno sulla terra cocente, le brune geometriche giunture
come calcoli perfetti racchiusi in un baule?

Da un disco la dea s’affaccia, ascolta i corpi nel vento della mattina.

E noi figli e figliastri, prodigi e incanti, attendiamo su lastre di marmo
noi, figli di fronti spregiudicate.

Non è meglio rivelarsi – la mattina stende il suo panno sugli occhi innamorati
– rotolare sulla vita dell’altro come fosse una giostra veloce?
E noi figli e figliastri ci scaldiamo tra fianchi sconosciuti,
fianchi pieni di ossa, e ci cingiamo il capo di lacrime e fragole.

*

In piedi davanti all’immagine sono felice
e piango

Esisteranno poi nuovi amori,
ali morire nelle nebbie
nuovi sorrisi.

*

Nuova sorte
Sugli alberi albini
Questa notte amore abbiamo dormito sugli alberi albini.

Nuova sorte
Notte svelta come una spina nel sole,
i nostri occhi perdono doni
cadono nei cerchi del pavimento.

Nuova sorte
Il mio cuore è piegato verso il sole, è sonnambulo,
la pelle si affaccia ed è una ventosa al cielo.

Nuova sorte
intanto abbasso la chioma all’universo
e spalmo un liquore sul manto crespo di un bambino.

Nuova sorte
La vita è stretta nei vestiti della prima comunione
accanto alle stelle
rammendata dall’onda materna.

***

3 pensieri su “La lepre cede il passo all’oro – di Francesca SALLUSTI

  1. gianfranco

    Grazie al caro, fraterno amico Francesco. Il libro di Francesca è di eccezionale interesse.
    Una sola precisazione: L’arcolaio ha sede a Forlì e non a Rimini.

    Abbracci da Gianfranco

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  2. violaamarelli

    Un esordio di buon livello, con una scrittura che fa trapelare sicuri la materia e gli strumenti, e soprattutto, cosa più rara, l’autonomia della voce.
    Qualche dubbio soltanto sullo sguardo critico dei “pre/post/fatori” (non questi ma in genere): ogni volta che si commenta un’autrice rientra sempre in ballo la “femminilità” declinata in ogni salsa… ma così va il mondo, un caro saluto, Viola

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  3. Giovanni Nuscis

    “I nostri occhi aperti, fragili come le stoffe sotto i lombi delle zingare,
    sono aperti sulla città, aspettano la luce che intaglia la pelle e la
    notte, giaciglio che ruba le forme dei corpi”

    Davvero belle queste immagini, e non solo queste.
    Un buon esordio, senza dubbio.
    Auguri a Francesca Sallusti e all’editore, Gianfranco Fabbri, per questa nuova scommessa.
    Grazie a Francesco per la proposta
    Un caro saluto
    Giovanni

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