Monaco di Montaudon, Le poesie, a cura di Massimo Sannelli

  

poesia 12

A me non piace, lo capite questo?,
chi parla molto e serve chi è cattivo.
A me non piace uno che ama uccidere!
A me non piace un cavallo che tira!
A me non piace! Per l’amor di Dio!
Un giovane! Che porta troppo tempo
lo scudo bello vergine dai colpi.
E i cappellani! E i monaci barbuti!
E il becco aguzzo! Di chi parla male!

Io penso che una donna è una schifosa
se è povera e orgogliosa:
così è l’uomo che adora la sua sposa,
pure se ama la donna di Tolosa.
E a me non piace mai un cavaliere
che esce dal paese e poi si gonfia!
In casa sua non ha nessun valore,
e pesta solo il pepe nel mortaio,
si scalda al focolare.

E non mi piace, non mi piace mai,
un debole che porta la bandiera!
E un astore cattivo nella caccia!
E poca carne in una gran caldaia!
E non mi piace, per santo Martino,
chi mette troppa acqua in poco vino!
E non mi piace uscire in un mattino
con uno zoppo! E anche con un cieco!
La loro compagnia è un grande spreco!
E non mi piace mai la lunga cura
e carne poco cotta e molto dura!
Ed un prete che mente e poi spergiura!
E vecchia troia che a morire è dura!
E non mi piace, per santo Dalmazio,
un brutto ceffo in troppo lungo ozio!
E correre a cavallo sopra il ghiaccio!
E non mi piace col cavallo armato
fuggire. E bestemmiare pure i dadi!

E, per la vita eterna, a me non piace
mangiare senza fuoco quando è inverno!
E stare con il vento a fare veglia,
se mi arriva il profumo di taverna.
E non mi piace, non mi piace e odio,
un servo che si lagna!
E non mi piace un marito! Severo!
Quando lo vedo con la bella moglie!
E chi non mi dà niente! E niente offre!

E non mi piace, per san Salvatore,
viola suonata male in bella corte.
E poca terra per molti fratelli,
chi gioca male quando io gioco bene.
E non mi piace! Per santo Marcello!
Vedere due pellicce in un mantello,
e troppi proprietari di un castello!
E un ricco che non paga molte feste!
E nel torneo i dardi ed i quadrelli!

E non mi piace, per l’amor di Dio,
tavola lunga con tovaglia corta,
e un uomo che ha la rogna e taglia carne,
e usbergo grosso di cattiva maglia!
E non mi piace mai stare in un porto
quando dal cielo nero piove forte!
E non mi piace! Peggio della morte!
La lite degli amici, il disaccordo
quando so bene che si parla a torto.

E vi dirò che non mi piace mai
la troia che si muove troppo e vecchia
e dà fastidio al povero soldato,
e il giovane che guarda la sua gamba .
E non mi piace! Per Abbondio santo!
La donna grassa con la fica secca!
E signoria cattiva che comanda!
E non dormire quando il sonno è molto,
io non conosco peggior noia al mondo.

Ancora questa cosa non mi piace:
andare a testa nuda sotto l’acqua!
E una scrofa che sta col mio cavallo,
e che divora tutto al posto suo!
E non mi piace! E non mi sembra bene!
Una sella che balla sull’arcione,
fibbia senza ardiglione,
un uomo indegno e tale
che dice e fa! E il detto e il fatto è male!

 

da

MONACO DI MONTAUDON – Le poesie

a cura di Massimo Sannelli

(introduzione, cura del testo e traduzione)

La Finestra editrice, Lavis (Trento) 2011

*
per informazioni :

La Finestra editrice : www.la-finestra.com
tel. 0461 241800  –  338 8202829

contatti:
[email protected]

[in copertina: il nome del Monaco appare nella forma in cui lo scrive Francesco da Barberino nei Documenta Amoris]

*

5 pensieri su “Monaco di Montaudon, Le poesie, a cura di Massimo Sannelli

  1. robertorossitesta

    Massimo Sannelli e “La finestra”, un’accoppiata prestigiosa… e prodigiosa.
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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  2. PB

    Non assomiglia a nessuno: questo è il suo stile.
    Noi siamo nell’urlo, nella piazza visibile da tutte le angolazioni – ma altro è lo spazio, e altro è l’urlo, che crea. Massimo è mite solo in apparenza. Non sgomita. Non ingrassa con le parole di altri. Vive solo, passa solo: la sua forza è nella scrittura. Questo è il suo corpo, il cibo, lo sguardo. La fionda colpisce il sonno del mondo. Il fatto è che dopo una lettura di Massimo non si osa aprire bocca: se si dice qualcosa è per far tacere un’altra voce, che non può mescolarsi alle parole di tutti i giorni. Altri sono i suoi significati, altre le luci, anche in penombra.

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  3. massimo

    grazie a Renata – al sito *tutto*, su cui rimangono molti dei miei *asterischi*… incollo un frammento di un monologo di CASSANDRA, attrice e traduttrice, forse ha a che fare con il mio lavoro, anzi non con il lavoro ma con il “peso di una responsabilità di cui non capisco il senso”, secondo Bousquet. la sua frase mi accompagna da anni. la sua singolarità. il mio dovere. il limite mostruoso di Bousquet e il suo dolore. le mie uscite e “mi piacciono le scelte radicali”… “la tua intensità fa paura”, sentito stamattina. se fa paura l’intensità di un corpo che morirà e vive nella Città Barbara – quanta paura deve fare l’Oriente e tutto ciò che non morirà.

    ….
    c’è la vita selvaggia, non ricordi?
    non ti ho mai detto questo: c’è una volta
    che la bambina Cassandra si stese
    tra ramo e ramo e cadde e cadde e poi
    volò da ramo a ramo, e più non cadde
    la bambina Cassandra. e tu ci credi
    a una donna che vola? e Maura disse,
    ricordi? disse: la stronzetta è brava,
    senti come traduce. ma io recito
    ancora meglio, senti? non ricordi
    che sono brava. io sì, me lo ricordo
    ancora molto bene. e la stronzetta
    è brava, perché no? perché no? questa
    è una lode, sì. qui nessuna frase
    contiene meno di undici sillabe,

    capìto?

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  4. massimo

    [da un altro libro: *al popolo futuro*, uscito in 100 copie per Cantarena nel 2007, e ora sotto il labor limae che lo rifà. anche come risposta tardiva – due anni sono pochi tanti – ad una piccola provocazione calcistica; e poi è arrivato proprio, vero, il calcio in bocca, anzi: due, e in realtà. ma la risposta è sempre nell’*efficacia che dura*, negli otto o nove secoli di sopravvivenza, che sia il Monaco o altro]

    L’ossessione di queste pagine è l’enfasi, vista come Mostro. Si è mai visto un Mostro – *buono*?
    Potrebbe esistere anche un’enfasi *buona*. Se è buona, darà il suo frutto.
    Se l’enfasi fosse costellata di refusi e rumori e rime in -are – l’enfasi sarebbe umiliata e giocata. Ma non sarebbe ancora ridotta ad un GIOCO: ché, per giocare, serve più un atteggiamento che un giocattolo. Gioca chi sa giocare, secondo l’abitudine già vista.
    Se l’enfasi è cattiva – o *inutile* – l’enfasi sarà evitata. Di buono, soltanto ciò che non nega la carità; e così sempre.

    ***

    Il suono abbraccia il senso, il senso si appoggia al suono. Il metro simula altro e simula molto: danza e incantamento, non solo in senso dionisiaco; infatti Gio Ferri non vedeva continuità tra l’energia di Scialoja pittore e il ritmo calmo di Scialoja poeta («il verri», 6 [1998]). In fondo, non è necessario – su un piano di sola letteratura – che questa continuità esista.

    *

    Il mio verso libero non è libero e non lo è mai stato. Il verso è bloccato dall’interno e ripete un cursus interiore: intuizione e respirazione. Si tratta di un ritmo sezionato: se il ritmo è la ripetizione regolare *itto itto*, quello che oggi mi interessa è la pausa. Cioè il silenzio e il suo successo.
    Realizzare un’arte verbale (la poesia), prendendo a modello ciò che è pre-verbale (il passato, la nascita, l’emozione) o non-verbale (la musica), è una contraddizione felice: un trobar clus musicale e contenutistico, esteriore e interiore. Questa scrittura rispecchia il nostro corpo, che è esterno e interno; forse è per questo che l’argomento del corpo sta diventando un tópos della nuova poesia.

    2.
    Discutere di «attenzione» e «necessità interiore», un po’ Weil e un po’ Kandinsky (tendo a farlo), sembra (forse è) una semplificazione (dell’indicibile? forse; o della mia omertà rispetto al laboratorio, che è nell’uomo interiore e ci resta). Che cosa ho fatto? In generale, ciò che è strategico e programmato fa a meno sia della realtà sia della carità (agápe). Quindi non ci sono programmi, nemmeno nel senso della fecondità.

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