La città del vento di Ombretta Ciurnelli, Edizioni Cofine, Roma 2013, pagine 110, € 12.
recensione di Anna Elisa De Gregorio
Nella prima lirica dal titolo Puisïa, messa ad esergo, come ad anticipare contenuti e intenti del suo ultimo volume La Città del vento, Ombretta Ciurnelli ci racconta “una” città innominata, ce ne dà una visione di insieme (che si potrebbe adattare, forse, a varie nostre città). Ma con le parole dell’ultimo verso (e, soprattutto, con la lingua prescelta per dirle), separato dagli altri con uno spazio, quasi fosse una strofe a sé, si confessa e si scopre: ‹‹Na città già da lia è puisïa›› (Una città già da sé è poesia). Siamo davanti a una dichiarazione d’amore e “una” diventa “la” città, la sua Perugia. Anche il disegno di Paul Klee, dal titolo Chosen Site (sito prescelto), che troviamo sulla bella copertina, ne è la conferma.
Ombretta Ciurnelli è al suo quarto libro in versi nel dialetto arcaico del Pian del Tevere, a sud di Perugia (luogo delle sue origini), ricostruito e, soprattutto, ricordato con cura ed estrema puntualità. Flâneuse attenta e pensosa come il Baudelaire dell’epigrafe all’inizio della prima sezione, guarda la sua città, sempre misteriosa, imprendibile, proprio come la persona più amata, magari rubata a uno specchio di vetrina o ripensata, che cambia con le stagioni, la luce, il vento, attraverso lo skyline delle torri durante il giorno o nella notte illuminata. La narrazione comincia dall’alto di uno dei due colli di Perugia (Sul colle è, appunto, il titolo della prima sezione): ‹‹Sajono lente/Ji scaline ntol colle/che da millanne/’l chiameno del Sole/birate come fusson/’n organetto stirato/ da le man de ’n sonatore/ (o figurte sinnò/ventaje granne/merlette ormò scordate/ e nute pietra)//Poggiata su pi tette/na lindiera/ncla tramontana/ che canzona i súmmie›› (Salgono lente/ le scalette sul colle/ che da secoli/ chiamano del Sole/ piegate come fossero/ un organetto disteso/ dalle mani di un suonatore/ (o immagina se no/ ventagli grandi/ trine ormai dimenticate/ e diventate pietra) Appoggiata sui tetti/ una ringhiera/ con la tramontana/ che si burla dei sogni).
La seconda sezione indugia e scende per le stradine caratteristiche di Perugia (Aria di vicolo è il titolo), magari nella nebbia o in una nostalgia di mare: ‹‹Fin’a l’arco/ ch’archiude ’l bulagajo/ lia qualca volta/ ngluppa tutt’i tette// E dal turchino/ guaso pol toccallo/quil mar ch’ariempe/la spianata granne/(onne d’ovatta/tutte amontonate)// L’sé tu si pu/’na barca chiappa llà/poss’a qui monte/ch’ènno più svaprate…›› ( Fino all’arco/ che chiude la scarpata/ lei qualche volta/ avvolge tutti i tetti// E dall’azzurro/ puoi quasi toccarlo/ quel mare che riempie/ la grande pianura/ (onde d’ovatta/ tutte ammonticchiate)// Chissà se poi/ una barca naviga in là/ verso quei monti/ che sono più trasparenti…).
Nell’ultima sezione Ombretta Ciurnelli senza meta, vaga per Presenze, più o meno concrete, come possono essere le chiacchiere, gli oggetti, i suoni…
Le liriche, brevi, hanno quasi sempre versi brevi per una continua, necessaria ricerca di pause: endecasillabi fratti, da ricostruire, settenari e ottonari raffinati nel loro ritmo affannoso, quasi essi stessi camminassero in salita: ‹‹E curre supra/ ’l vèrde di lichene/’l fiaton del tempo/ nton rispir del vento›› (E corre sopra/ il verde dei licheni/ l’affanno del tempo/in un respiro del vento).
La punteggiatura scompare per dare al verso il flusso libero del pensiero: siamo davanti ad un moderno poema arioso, leggero, equilibrato. Alcune sonorità inconsuete e sorprendenti del dialetto ci danno un’emozione oramai dimenticata nelle letture in lingua italiana: “a bindlóne” per senza meta, “arimbuldche” per distruzioni, “múcciono” per fuggono, il gentile e musicale “gettlino de linòrio” per germoglio di alloro…
Un verso conseguente all’altro, una lirica conseguente all’altra; se dobbiamo trovare un difetto, diremmo che i titoli sono di troppo, quasi puntualizzazioni di servizio, non necessarie. Si legge tutto d’un fiato questo grande affresco, e tutta d’un fiato sembra l’ispirazione, in realtà ogni frase è cancellata e riscritta fino a raggiungere una nudità e una purezza “francescana”, dalla quale traspare, nella luce, un panorama di personaggi, di voci, ma anche, senza derive filosofiche, l’ombra del tempo, che scorre (un mantello oscuro onnipresente). C’è anche un tempo, che non è il cronos lineare, ma piuttosto storia, quella antica, che ha dato contorno e spessore ai luoghi, fra vite e morti, miserie e eroismi: ‹‹Sol che ‘’l rimor di passe/ ntol grigio acomodato/ de le pietre…/ e discurremme/ benanco lor erono/ di tempe che ntra i tempe/ènno i più addietro// Del viaggio pel mare/ e pu d’Auleste/ dle pietre granne/ a cigne case e foche/ del gol di uceje/ che i soché arcontava/dle guerre fatte/ per chiappà più terra…/De tisto discurrémme/ e ncó di muje dle donne/ del gí e ní… del fatigà/ del fiume dla collina de j’ulive…/ e del bussà del vento ta le porte›› (Solo il rumore dei passi/ sul grigio ordinato/ delle pietre…/ e parlavamo/ sebbene loro fossero/ di tempi che tra i tempi/ sono i più lontani// Del viaggio per mare/ e poi d’Aulèste/ delle grandi pietre/ a proteggere case e fuochi/ del volo degli uccelli/ che i segreti raccontava/ delle guerre combattute/ per conquistare più terra…// Di questo parlavamo/ e anche dei bambini delle donne/ dell’affanno del faticare/ del fiume della collina degli olivi…/e del bussare del vento sulle porte›). In questa lirica tratta dalla terza sezione dal titolo Discurrémme (Parlavamo), troviamo un’armonia perfetta fra realtà storica, racconto e struggimento.
Questo “stare” di Ciurnelli davanti al mondo-città che la circonda potremmo chiamarlo poetica dello sguardo: c’è disincanto, separazione, eppure compassione, condivisione profonda, che sale, inspiegata, dalle parole stesse. Vien da dire, parafrasando Cervantes, che la penna è la lingua della sua anima.

