
Una grande Autrice tutta da (ri)-scoprire
di Guido Michelone
La recente ripubblicazione de Il ballo, uscito come Le bal in lingua francese nel 1930, già uscito in Italia prima da Feltrinelli (1989) poi da Adelphi (2005), consente di tornare nuovamente a discutere su una grande autrice tutta da scoprire, almeno nel nostro Paese, benché anche nella terra adottiva (la Francia) la piena valutazione storico-critica della Némirovsky giunga solo da una ventina d’anni in qua con la biografia redatta dalla figlia Elisabeth Gille dal titolo Mirador. Irène Némirovsky mia madre.
I modi in cui si può dunque oggi discutere della scrittrice risultano tanti, variegati, complessi, a cominciare dalla proposta editoriale: la Newton Compton grazie a questo e altri nove titoli vara la nuova collana Live al prezzo di 99 centesimi, rinverdendo le gloriose iniziative a mille lire che, negli anni Novanta, con la stessa Newton, Stampa Alternativa e poche altre piccole editrici, rivoluzionarono il panorama librario nazionale, costringendo le major a rivedere la politica dei prezzi dei singoli volumi, fra tascabili, economici, ristampe e persino novità.
La sostanziale differenza tra questi Live e i vecchi millelire consiste da un lato nella veste grafica (ora molto più curata e seducente), dall’altro in un’offerta di titoli che punta, lungo tre direzioni, sui grandi classici di sicuro successo, sulla letteratura novecentesca altrettanto famosa e importante, sui primi capitoli di nuovi libri di fiction per lo più consumistica.
Ed è appunto nella seconda direzione – il Novecento letterario internazionale – che va inserito il romanzo breve o racconto lungo che Irène (1903-1942) scrisse a venticinque anni, dopo la pubblicazione di altre quattro opere (la prima delle quali, Il malinteso, a soli ventitrè anni). Per molti critici Il ballo è il miglior lavoro di una scrittrice estremamente prolifica, la cui attività viene bruscamente interrotta dai nazisti durante il secondo conflitto mondiale: pur convertitasi al cattolicesimo, le sue origini ebraiche russe non le consentono di sfuggire al lager dove muore a circa un mese dall’arresto: Auschwitz, 17 agosto 1942.
La storia dell’autrice s’intreccia sia di proposito sia per motivi sociopolitici con le tragedie novecentesche, con la propria ispirazione artistica, con la fondamentale cultura europea tra le due guerre, in mezzo alle avanguardie e al decadentismo. Ukraina, Russia, Finlandia, Svezia, Francia, Germania, Polonia sono le tappe di un’esistenza tra alti e bassi, dove all’oppressione ideologica s’aggiunge quella genitoriale trasferita poi in una narrativa e in un giornalismo che conducono Irène a primeggiare tra le scrittrici francesi.
Non è caso che proprio Il ballo diventi quasi subito un film omonimo (1931) diretto da Wilhelm Thiele con l’esordio di una tredicenne Darielle Darrieux destinata a una fulgida lunga carriera attoriale che si conclude addirittura negli anni Duemila. È il segno che si tratta di un racconto che segna un’epoca, resta tra i più incisivi dell’intero XX secolo, colpisce il lettore di ieri (come quello di oggi), simboleggia il ritratto di una generazione che reclama ad alta voce la propria gioventù e il proprio desiderio di vivere sino in fondo tra libertà e consapevolezza.
In tal senso esiste una forte tradizione in lingua francese di giovani scrittori ribelli già a partire da fine Ottocento con Arthur Rimbaud, per continuare con il Raymond Radiguet de Il diavolo in corpo e il Paul Nizan di Aden Arabia e proseguire soprattutto con i tanti gruppi avanguardisti impegnati tra arti visive, letteratura e filosofia, fra gli estremi cronologici di dada e surrealismo da un lato e degli esistenzialisti e del teatro dell’assurdo dall’altro.
La trama de Il ballo è fin molto semplice nella quasi ostentata esemplarità: al centro una ragazzina di una famiglia parigina arricchitasi in fretta dopo modeste origine; entrambi i genitori di fatto nutrono indifferenza (se non astio materno) nei confronti di un’adolescenza in cerca di sicurezza, identità e affermazione: e proprio per questo la quattordicenne Antoinette, nei confronti del gran ballo, che la madre sta organizzando a soli fini arrivistici, coverà a poco a poco una sorta di reazione che a sua volta assumerà i tratti dello scherzo e della vendetta, mediante un colpo a sorpresa di cui è meglio tacere per non togliere il gusto della sorpresa al lettore.
Come i predecessori sunnominati nell’Antoinette di Irène ci sono elementi autobiografici, facendo emergere o persino anticipando quel ribellismo giovanile che solo nel Sessantotto con il Maggio parigino sarà completamente realizzato, passando, più o meno soffertamene, dalla scrittura funzionale alla realtà diretta.
Irène Némirovsky, Il ballo, Newton Compton, Roma, pagine 125, euro 0,99.

un piccolo assoluto capolavoro in perfetta forma breve. Quanto l’ho amato!
A mio parere un po’ troppo breve! Avrei preferito un centinaio di pagine in più!
Grandissima Irene. “Il ballo” è un romanzo bellissimo, perfetto e terribile. Lo scontro tra madre e figlia è atroce.
ricorda, per crudeltà, certi ritratti di balzac con in più lo sguardo obliquo, un po’ ambiguo, tipico della scrittrice