Fabrizio Centofanti, in Stelle, affronta ancora una volta uno degli aspetti della scrittura che gli sta più a cuore: il rapporto privilegiato tra scrittore e lettore. Il lettore deve fare la sua parte, è lui che mette insieme i pezzi, le tessere sparse del mosaico che si va definendo a poco a poco (Fofner). Come non pensare a Se una notte d’inverno un viaggiatore, di Italo Calvino?
Ezio Raimondi, in Un’etica del lettore, scrive: La lettura non è mai un monologo, ma l’incontro con un altro uomo, che nel libro ci rivela qualcosa della sua storia più profonda e al quale ci rivolgiamo in uno slancio intimo della coscienza affettiva, che può valere anche un atto d’amore. La solitudine diventa paradossalmente socievolezza, entro un rapporto certo fragile come sono fragili tutti i rapporti intensi e non convenzionali, che aspirino a essere autentici. E qui forse, tra il lettore e lo scrittore, si producono lo sguardo, la coscienza, il faccia a faccia di una vera e propria relazione etica.
Ed è una relazione etica quella che Centofanti instaura con il lettore, grazie alla quale hanno origine e si sviluppano quasi tutti i suoi libri. A questo proposito, infatti, non bisogna dimenticare che dalla pubblicazione quotidiana nel blog La poesia e lo spirito dei capitoli che andranno, successivamente, a comporre sia i romanzi che le raccolte di racconti e poesie, scaturisce una interazione in tempo reale con i lettori, i quali attraverso i commenti cooperano attivamente allo sviluppo del racconto, suscitandone, a volte, cambi di direzione e di prospettiva.
Faccio un passo indietro. Il libro Le parole della felicità, pubblicato nel 2005, contiene una dichiarazione di intenti: La mia aspirazione è che queste pagine possano essere lette, anche, dalla casalinga in fila al supermercato, dall’impiegato che ha un momento di tregua, dal dirigente tra una riunione e l’altra, dalla baby sitter quando la bambina si addormenta, dal negoziante in attesa del cliente. È questo il motivo per cui i paragrafi sono tanto brevi, semplici commenti che consentano un contatto con il mondo, troppo spesso sconosciuto, dello Spirito. Naturalmente il brano si riferisce al contenuto del libro citato, però, secondo me, in linea di massima la si può considerare una dichiarazione di intenti che aiuta a chiarire quello che potremmo chiamare “metodo Centofanti”.
Situazioni improbabili, dialoghi inverosimili, salti temporali difficili da seguire, il piano della realtà, quello del sogno e quello della memoria che si intrecciano e si fondono, caratterizzano La cura e Fofner, i due romanzi che compongono Stelle, dando del filo da torcere al lettore.
Si potrebbe dire che sia La cura sia Fofner non sono tecnicamente perfetti? Un purista di tecniche narrative coltivate in laboratorio storcerebbe il naso: incongruenze, alcuni stereotipi e luoghi comuni, qualche eccesso di lirismo. Don Fabrizio scrive senza spogliarsi della fatica quotidiana, quella che nasce dalle tante incombenze e responsabilità alle quali si trova a far fronte. Gli stati d’animo diventano lievito, non prende la giusta distanza dalla materia, ma ci si tuffa dentro e nuota a stile libero. A volte lo fa in modo impeccabile altre volte, invece, si percepisce il fiato grosso, la bracciata meno potente. E insieme a lui il lettore ora plana sulla superficie dell’acqua ora annaspa un po’. Non è così che dovrebbe comportarsi uno scrittore? Non lo so, ma è così che Centofanti scrive, questo è il suo stile, ciò che rende la sua voce originale e riconoscibile. Con buona pace degli insegnanti di scrittura creativa.
Impara dai gatti, sono semplici, com’è semplice la vita, se la prendi dalla parte giusta (Fofner).
Ma i personaggi di La cura e Fofner sembrano del tutto impreparati alla semplicità della vita. Come equilibristi, camminano su di un filo teso sopra il nulla. Le loro vite si intrecciano senza che dal contatto scaturiscano scintille. Per incontrarsi hanno bisogno di inventarsi un motivo che li tolga dall’imbarazzo di un bisogno di relazione che li vede, ormai, incapaci di confessare persino a se stessi. Il piacere connaturato all’incontro, così come il desiderio di stare insieme senza cercare giustificazioni, sembrano debolezze dalle quali affrancarsi. Queste stelle, orfane di un cielo in cui brillare, sono uomini e donne che non sanno più né parlarsi né ascoltarsi, poiché ciascuno parla soltanto a se stesso. Sulla bilancia del loro vissuto è sempre il passivo a pesare di più; i sentimenti e i desideri nascono da ossessioni, come succede quando si è troppo concentrati su quello che non si ha e incapaci di vivere nonostante. Amerigo, Arturo, Ester, Marika & c., sono prigionieri di se stessi e delle loro storie, indifferenti al fatto che c’è tutto un mondo intorno che gira ogni giorno, come cantano i Matia Bazar.
Stelle racconta l’incomunicabilità, la difficoltà che abbiamo di relazionarci gli uni con gli altri in modo schietto e privo di artifici, di vivere una vita autentica e improntata ad un senso di giustizia e responsabilità che privilegi il noi all’io. E parlare di incomunicabilità nella cosiddetta era della comunicazione globale fa sicuramente riflettere.
Pesanti e privi di leggerezza, gli uomini e le donne di Stelle non ridono e sembrano aver smarrito, o dimenticato, la strada per la felicità. Già, la felicità… Don Fabrizio sa che, anche quando ci si trova nelle condizioni di vita più propizie, manca sempre qualcosa per essere del tutto felici o appagati. Ma sa anche che troppe riflessioni dal sapore metafisico potrebbero essere percepite, e forse a ragione, da chi si trova ad affrontare le ordinarie (purtroppo) tragedie quotidiane – penso alla solitudine, alla perdita del lavoro, della casa, degli affetti – come un passatempo privilegiato e snob di chi certi problemi non li ha. Quindi, come conciliare questi due aspetti della vita, ovvero la necessità di concretezza e il bisogno di “altro”? Forse il segreto è essere quello che si è, scoprirsi felici senza nessun motivo, per qualcosa che è accaduto prima e continuerà ad accadere, nei secoli dei secoli, dice Centofanti in Fofner. Può bastare?
Sia in Fofner sia in La cura assistiamo alle incursioni di personaggi strani: angeli/stelle, come Rigel e Aldebaran, piovuti sulla terra da un altro mondo, oppure della stessa consistenza del vento, come Fofner. Li seguiamo nel loro disperato tentativo di tradurre in termini comprensibili agli uomini e alle donne di oggi una possibilità di vita autentica, consapevoli che, come accade a ogni traduzione dall’originale, qualcosa inevitabilmente andrà perduto e ciò che rimarrà sarà una traccia imperfetta da seguire, sul filo di una domanda destinata a rimanere senza risposta: dimmi se bari, facendo balenare un orizzonte che non c’è (Fofner). Ma è con questa imperfezione che i personaggi di La cura e Fofner dovranno accettare di fare i conti nel loro vivere quotidiano, con domande senza risposte, vuoti che sembra impossibile riempire. Imparare a essere e a vivere imperfettamente felici è l’unica cosa che possiamo fare per uscirne vivi? Fofner, dove sei? Dimmi come va a finire questa storia. C’è una soluzione?
Stelle è una discesa nel disagio esistenziale e nell’incapacità o impossibilità di comunicarlo, nella solitudine, nello spaesamento che nasce dalla perdita di punti di riferimento e dalla difficoltà di accettare la realtà delle cose che nascono nel tempo e dal tempo vengono distrutte.
E, forse, proprio in quel qualcosa che è accaduto prima e continuerà ad accadere sta la sintesi perfetta, per Centofanti, tra l’accettare la vita così com’è senza porsi troppe domande, e la ricerca o costruzione di senso attraverso il ripristino di una connessione tra l’uomo e la forza creatrice dell’universo, quel soffio vitale capace di (ri)animare gatti di pietra.
La cura e Fofner hanno entrambi novantanove capitoli, ne manca uno per arrivare a cento, come nella vita di ciascuno manca sempre qualcosa per essere del tutto felici o appagati. Nell’alfabeto ebraico alla lettera Qof, ovvero la santità di Dio, l’essere illimitato che permea l’intero universo e che è impossibile contenere in qualsiasi forma, corrisponde il numero cento che racchiude il segreto della bellezza, dove ogni parte deve contenere tutte le altre. Questo mi ha fatto pensare che novantanove rappresenti, quindi, ancora il mondo dell’imperfezione, il nostro, insufficiente per poter contemplare la bellezza, a meno che non si ripristini la connessione di cui si parlava sopra.
Forse il dio dal nome sconosciuto quando ha soffiato su quel pugno di polvere ne ha conservato un granello per sé, affinché l’uomo si sentisse incompleto e costretto a cercarlo per riempire un vuoto, perché chi ama troppo non sopporta di poter essere dimenticato.


Ti ringrazio tanto cara Barbara di aver recensito così dettagliatamente il libro di Don Fabrizio, sei stata davvero bravissima!
Io ho letto questo, e credo tutti i suoi libri, e devo dire che mi hanno convinta di una cosa, soprattutto, della grande umanità e sensibilità del nostro scrittore, ci ha “permesso” di partecipare attivamente ai suoi lavori, questo dimostra che l’amore per l’arte è condividerla con tutti! e, non tutti, hanno dato ai lettori questa grande opportunità: scrivere di noi con lui, è stata una esperienza davvero unica.
Credo che il titolo di questo blog, non poteva essere che questo!
Amore e condivisione è” la parola d’ordine”.
grazie a Fabrizio Centofanti, e a te complimenti.
ernestina.
Stelle, spente, mezzo accese, brillanti, anche noi siamo stelle, più o meno in cerca di luce, di continuità, di equilibrio, alla ricerca consapevole o non, di un Fofner che ci unisca una all’altra, che ci presti i suoi due grandi occhi per seguire quel filo tanto invisibile, quanto più resistente, che lentamente ne disegna il corso, ne scrive la trama, ne immagina le facce e le smorfie, i sogni e le emozioni di autori e protagonisti unici, di una storia inventata e vissuta giorno dopo giorno. In tutta la sua autenticità.
Un romanzo questo che regala al lettore un cielo dove far brillare i sogni.
Il filo del romanzo, il filo della vita, intuirlo, individuarlo, a volte perderlo, per ritrovarsi in un messaggio semplice, grandioso, impegnativo, un finale aperto che non può non spostare lo sguardo verso il cielo stellato.
Grazie Barbara, una lettura del romanzo che arriva nel profondo. Complimenti!
Grazie a voi, sempre. E grazie a Fabrizio, che lancia il sasso e osserva i cerchi che si producono sulla superficie dell’acqua 🙂
A questo romanzo sono particolarmente legata, sono pagine che tante volte hanno riportato luce in giorni un po’ spenti e mi fa’ piacere che venga impreziosito da una così bella recensione. Grazie.
Grazie a te, Rossella.
“Stelle” di don Fabrizio,purtroppo è unico suo libro che non ho perché era uscito quando io stavo fuori Roma per un po’, però sempre ho la speranza che un giorno reccupero questa dolorosa mancanza.
Grazie a te Barbara dalla tua recensione, la voglia di avere questo libro diventa ancora più grande.