Guido Michelone intervista Alessandro Barbaglia

Barbaglia in notte bianca a borgomanero
Alessandro Barbaglia è un giovane scrittore novarese, che a trentatré anni pubblica ora la sesta edizione del suo secondo libro dal titolo provocatorio (Testicoli) con una nuova casa editrice (la prestigiosa Mercurio, che ha stampato un altro Alessandro, quasi omonimo, il prof. Alessandro Barbero di Torino che, da storico medievista, ha antologizzato alcune divertenti storielle boccaccesche. Il libretto di Barbaglia, ascrivibile al genere ‘poesia comica’ o anche ‘diario autoironico in forma di versi’ è andato a ruba in Piemonte al punto da raggiungere, con Mercurio, la sesta edizione.
barbaglia alessandro

Così, a bruciapelo chi è Alessandro Barbaglia?

A Bruciapelo? Così a bruciapelo direi che sono uno sta cercando un cerotto e che sente una gran puzza di pollo scottato. Che poi è come dire che, a freddo, sono uno con la pelle d’oca o che rispondendo a caldo c’è il rischio di dir sciocchezze sudate. Achille Campanile alla domanda “Mi dice in 10 righe cos’è l’ironia?” Rispondeva: “Farò di meglio, glielo dirò in tre parole: non lo so”. E parlava dell’ironia. E Campanile era l’ironia… Non so se ho risposto alla domanda, forse perché è una domanda a cui non so rispondere. E comunque ho poi solo 33 anni. Se a 33 sapessi già a bruciapelo che sono cosa farei per il resto della vita?

E in poche righe, cosa rappresenta il suo nuovo libro quasi d’esordio?

Testicoli infatti non è esattamente il mio esordio, prima c’è stata un’introvabile raccolta di racconti brevi intitolata Di neve di pioggia e di altri rovesci e il racconto lungo L’ultima solitudine. Ma editorialmente parlando Testicoli è il primo ed è sicuramente più intimo, diciamo. Sono testi brevi, ecco perché testicoli, sono testi brevi dalla forma comica ma con dentro una scintilla di vita. Ecco perché testicoli. In massima sintesi sono 87 poesie d’amore che non sono poesie, non parlano d’amore e soprattutto non sono 87. E allora? E allora va bene così.

Perché un titolo così provocatorio, Testicoli?

Perché amo il gioco di parola. Testicolo è usato come diminutivo di testo. E’ un colpo basso, certo, è ambiguo, certo, ma se la poesia non è ambigua (con tutte quelle balle di metafore e figure retoriche) che cos’è? Tutti i poeti raccontano balle, nel senso di bugie. Io sono un poeta delle balle, se vogliamo. Nel senso di testicoli.

Quali sono i motivi che l’hanno spinta a diventare uno scrittore?

Fondamentalmente rimorchiare le ragazze. Alle scuole medie ero convinto che il ragazzo mezzo secchione, mezzo intellettuale, mezzo scrittore (e che non capisce nulla di matematica e mette insieme tre metà) potesse piacere alle donne. Poi ho trovato una donna che piaceva a me, la lettura. Poi ho pensato di scrivere quelle storie che mi sarebbe piaciuto leggere. Scrivevo per raccontarmi delle storie. Non ho mai pensato che avrei avuto un lettore diverso da me. E ancora non lo penso. Scrivo per raccontare al bambino che è in me le storie che l’adulto che è in me si inventa.

Si sente più poeta o più narratore?

I poeti dicono che non sono un poeta ma un comico, i comici dicono che non sono un comico ma un narratore e narratori dicono che non sono un narratore ma un poeta. Hanno ragione gli idraulici, che dicono che non sono un idraulico. Sono un giocatore di parole, tutto qui.

Cos’ha in più o di diverso la poesia rispetto al racconto?

La poesia in più, rispetto al racconto, è tutto quello che manca. Il racconto è avere un’idea e darle la parola, la poesia è avere un’idea e toglierle tutto. Lasciarla nuda. Il racconto è la montagna di marmo, la poesia la pietà di Michelangelo il cui marmo è stato estratto da quella montagna. Ma forse hanno ragione gli scultori: non sono uno scultore, e allora che parlo di marmo a fare?

Ma cos’è per lei ‘scrivere’?

Scrivere è tentare di dimostrarmi che non sto dormendo.

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associa alla letteratura?

La solitudine. La letteratura, e mi spiace per tutti i miei amici scrittori (quelli seri, non i cialtroni come me) si chiama così perché è fatta di lettura. Non di scrittura, sarebbe scritteratura. E la lettura è il luogo della solitudine. Si legge da soli anche se leggiamo in 10 contemporaneamente lo stesso libro.

Lei lavora anche come librario; tra i testi che vendi ce ne è uno a cui è particolarmente affezionato?

Una sera, nel 1986, mio padre tornò a casa con un regalo per me. Un pacchetto. E dentro: un libro. Avevo 5 anni, non sapevo leggere ma capii subito che libro era. La storia infinita. L’avevo visto col babbo, qualche sera prima al cinema e lui disse che il libro era un capolavoro infinito. Passammo l’inverno a leggerlo ed ascoltarlo. Quando vendo La storia infinita ancora mi commuovo.

Il libro della sua vita, ossia quello che le ha aperto un mondo?

Quella copia della Storia infinita con la dedica di mio padre. Mi ha aperto tanti mondi

E tra i romanzi che ama quale porterebbe sull’isola deserta? Due o tre…

Il negativo dell’amore di Maria Paola Colombo. Per poi chiamarla e dirle. “Ho il tuo libro ma mi serve l’autografo”, farmi raggiungere sull’isola e stare un po’ in sua compagna. E poi Il paese che amo, di Simone Sarasso. Perché su quell’isola deserta prima o poi mi verrà voglia di bere delle birre, e allora Simone verrà a portarmele. E a firmarmi la copia, s’intende. E poi il saggio di Freud sul motto di spirito e l’umorismo ebraico.

Quali sono stati i suoi maestri nella narrativa, nella cultura, nella vita?

Ho fatto per anni il giornalista. Senza Attilio Barlassina (giornalista novarese) non mi sarei mai divertito tanto. E poi Dino Buzzati, di cui mia madre mi leggeva La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Italo Calvino e Roal Dahal. E Laura Bosio che è stata mia docente di scrittura creativa in Università Cattolica. Posso dire che li amo tutti?

E gli scrittori italiani l’hanno maggiormente influenzata?

Da ragazzino prendevo le poesie di Leopardi e cambiavo le parole cercando sinonimi sempre un po’ più distanti dalla parola originale. Quando avevo una poesia in cui nessuna parola era più quella del Leopardi andavo da mia madre e le chiedevo se, secondo lei, quella poesia poteva essere di qualche autore noto. Lei mi diceva di no. Che non conosceva nessun poeta così scarso. E io ridevo.

Qual è per Alessandro Barbaglia il momento più bello nell’attività di scrittore?

Non scrivere. Guardar fuori dalla finestra.

E come vede la situazione della cultura in Italia?

Io sono convinto che sia necessario un grande investimento nella scuola. Bisogna aiutare gli insegnanti, sostenere le scuole, far sì che chi forma i giovani sia bravo, preparato e motivato. Non credo nelle rivoluzioni che decapitano qualcosa, credo in quelle in cui si costruiscono piedi forti e e si allenano gambe per stare in piedi e camminare. Bisogna insegnare cultura e curiosità. Bisogna farlo. E temo non lo si stia facendo.

Cosa sta progettando per l’immediato futuro?

Di andare a mangiare. Lei non lo sa ma è l’una, e io ho fame. Viene con me? Offro io.

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