
Prefazione di Riccardo Ferrazzi
Non si può chiedere a un narratore di essere sincero, meno che mai quando scrive la sua autobiografia. Ma c’è modo e modo di narrare la storia di una vita. Di norma, quando si narra una vita altrui, ci si picca di averne ricavato il senso e, fra migliaia di episodi, si raccontano quelli che servono per far risaltare la tesi di tutto il libro. Questo è il modo più ovvio di mentire, perché nessuno al mondo potrà mai seriamente sostenere di aver compreso il senso della vita di qualcuno, fosse pure Napoleone o Giulio Cesare.
Centofanti (poeta, narratore e sacerdote) vuole essere quanto più possibile sincero. E parte da una osservazione vera. Cosa resta della vita di un uomo quando ripensa alla sua infanzia, ai tremori dell’adolescenza, alla ricerca della propria strada nella vita? Molto poco. Ciò che prevale nei ricordi sono immagini, suoni, odori e sapori che non riescono a comporsi in qualcosa di organico e coerente. Come nel “Gattopardo”, quando il principe di Salina al momento di morire cerca nella sua vita passata un momento di felicità e tutto ciò che trova è qualche pomeriggio di pace, nel suo studio, occupandosi di astronomia. Così, nella nostra vita di plebei gratificati dal benessere, quando possiamo dire di essere stati felici? Quale attimo abbiamo vissuto al quale avremmo voluto/dovuto gridare: fermati, sei bello?
Tutto ciò che torna davanti agli occhi sono “la scritta bianca e blu di Minimax, il gazebo con la merce colorata, le vetrine della SMA da cui sporgono casse e casse di birra”, eccetera eccetera. Ognuno di noi ha l’infanzia connotata da immagini come queste. E cosa significano? Meglio ancora: c’è un significato in queste immagini, nel fatto che ci sono rimaste impresse, nel fatto che sono le uniche di cui ci ricordiamo, al punto che sono loro e soltanto loro ciò che resta di anni e anni della nostra infanzia?
Centofanti non ci dà la spiegazione del mistero ma ci mette di fronte al fatto: ognuno di noi deve trovare la sua risposta. Se miliardi di risposte potranno mai comporsi in un unico significato onnicomprensivo, non bisogna perdere la fiducia che ciò avvenga a un livello inattingibile alla mente umana.
Eppure, leggendo queste pagine, è inevitabile domandarsi: Centofanti ha trovato un senso per la sua vita. L’ha trovato, se lo è dato, oppure è stato don Mario a indicarglielo? Almeno questo l’autore ce lo dovrebbe dire.
E invece no. Nel romanzo, Don Mario assume una statura enorme quasi per sottrazione: di lui l’autore non ci dice nulla, eppure in questo prete si accatastano (come le immagini dell’infanzia) la figura del padre e della madre, il rigore e l’amore, difficili da comporre, inspiegabili nel loro stare insieme, ma necessari per occuparsi del prossimo e, prima o poi, anche di noi stessi.
In mezzo, al centro di questa strana autobiografia, ci dovrebbe essere l’evento cruciale nella vita dell’autore: la vocazione. Ma anche a questo fatto l’autore non dà la dimensione letteraria di una caduta sulla via di Damasco, di una luce abbagliante o di una voce che sale dall’interiore homine dove, come assicura sant’Agostino, habitat veritas.
Anche la vocazione è qualcosa che matura attraverso un procedimento di estrema complessità, che necessita, certo, di un Virgilio che guidi il novizio attraverso tutte le stranezze del mondo e gli insegni a vederle da un particolare punto di vista, ma necessita anche di centinaia di immagini, suoni, sapori, disseminati lungo la strada di una inconsapevole ricerca.
E così, dallo sguardo incomprensibile di una bambina, alle labbra indecifrabili di un’assistente universitaria, fino alle sensazioni estetiche della letteratura, passando attraverso la bulimia sentimentale e arrivando alla scoperta del prossimo, il percorso di vita dell’autore si sublima nella parola che le contiene tutte: amore.
Don Fabrizio scopre la verità che Platone e Gesù Cristo hanno insegnato da più di venti secoli: l’amore si nutre di se stesso, l’amore è dare amore senza chiedere nulla in cambio.
Ora don Fabrizio sa che solo occupandosi del prossimo, prima o poi, si occuperà di se stesso.
Fabrizio Centofanti, Diventare se stessi. Cosa ho capito della vita, Effatà Editrice, 2013.

Belle parole Riccardo: Fabrizio deve essere (è) proprio così.
Buona mattinata.
Questo libro è un altro dei tanti “doni” di don Fabrizio, grazie!
Quale attimo abbiamo vissuto al quale avremmo voluto/dovuto gridare: fermati, sei bello?
Il giorno in cui hai scoperto di amare profondamente Dio! Poiché è li che ritrovi te stesso.
Grazie Don Fabrizio ,per i doni che ci dai attraverso la scrittura.
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Quale attimo abbiamo vissuto al quale avremmo voluto/dovuto gridare: fermati, sei bello?
Il giorno in cui hai scoperto di amare profondamente Dio! Poiché è li che ritrovi te stesso.
Grazie Don Fabrizio ,per i doni che ci dai attraverso la scrittura.
Parafrasando il proverbio, Fabrizio una ne pensa e cento ne scrive: tenergli dietro è difficile ma proficuo.
Grazie e un abbraccio,
Roberto
complimenti vivissimi anche da una non troppo credente come me ma che ti stima molto
lucetta
“Centofanti ha trovato un senso per la sua vita”.
Veramente invidiabile per questo, ma anche per la fecondità della sua dedizione alla scrittura.
Congratulazioni vivissime!
Giorgina BG
“ognuno di noi deve trovare la sua risposta.”
E anche questo è segno di grande amore e rispetto per l’umanità.
Grazie!
Indovinare chi siamo, un’avventura meravigliosa se cerchiamo insieme.
L’ombrello rosso spicca, nell’immagine di copertina, fra tutti gli altri bianchi, quasi a riconoscersi come unico, a dire io sono così, e, senza vergogna, mi pongo e mi offro al mondo, senza presunzione di essere, ma con la consapevolezza e la speranza che, così come sono, possa essere mano tesa per il prossimo. Sembra quasi un suggerimento, il desiderio di invogliarci nel riconoscerci gli uni diversi dagli altri, accettandoci per la nostra autenticità, senza bisogno di uniformarci in schemi preconfezionati dai quali non si tira fuori altro che superficialità, apparenza, arte oggi molto prestigiosa all’interno dei musei dell’indifferenza in cui vige la regola della serie.
“Ora don Fabrizio sa che solo occupandosi del prossimo, prima o poi, si occuperà di se stesso” e la penna della sua coscienza ce ne lascia traccia in questo romanzo.
Grazie, ogni volta ci trasmetti il vero senso della vita.
DIVENTARE SE STESSI, abbracciare la pena di sapere che tutto si deve perdere affinchè tutto si acquisti, perchè il Signore si rifletta nell’essere, con gioia.
Per te, Fabrizio, l’evento di Dio nello spirito, un cuore che -naviga in solitaria- e un sacerdozio “custode delle nostre solitudini”, grazie per come sei.
Faccio i complimenti anche io al nostro poeta scrittore e uomo di grande fede, che ci trasmette sempre in ogni sua riga.
grazie per tutto e di tutto.
ernestina.