
Nota di Anna Elisa De Gregorio
Adelelmo Ruggieri è al suo terzo libro di viaggio (i due precedenti hanno per titolo Porta Marina-Il poggio, Edizioni Pequod, 2008, e I tetti sono semplici a Sali, Capodarco Fermano Edizioni, 2012) e anche questo, come gli altri, è un diario del tutto fuori degli schemi e del tempo, intransitivo e originalissimo, con andirivieni beatamente insensati in quell’intimo territorio poetico che è per l’autore l’“Adriatica”.
Si sieda.
Mi vede stanco?
Si, si sieda.
È in Ancona per lavoro?
Sono qui per un libro.
Un romanzo?
No, è un diario intimo.
Un diario intimo? Come si chiama?
Adesso si chiama Adriatica, ma mancano ancora tre mesi per finirlo, e quando sarà finito non so come si chiamerà.
Che cosa guidi questo “turista per caso”, alla boa dei sessant’anni e davanti a metaforici bivi esistenziali, nell’eleggere i luoghi da visitare e da appuntare sul suo taccuino (un vecchio moleskine con letteraria orecchia, come, magari, può capitare di mettersi in tasca al nostro più casalingo Chatwin) è un mistero che non si scioglie neppure dopo la lettura dell’ ultimo volume della trilogia, che si è andata dipanando lemme lemme, nel corso di sei anni. Ma proprio non ci sembra granché importante perché è alla guida di un poeta che ci siamo affidati, ‹‹un poeta sempre intenso e lievemente inceppato, titubante››, come magistralmente lo descrive in una riga Franco Arminio (Adelelmo Ruggieri ha infatti già pubblicato tre volumi di poesia per i tipi di Pequod e ne aspettiamo altri). Già mettiamo felicemente in conto che le motivazioni del poeta sono dettate da contingenze invisibili, pur se strettamente necessarie. E quel che si chiama il “risultato” ci giunge incantevole (mi prendo la responsabilità di questo aggettivo del tutto desueto, ottocentesco, ma che arriva, dopo la lettura, con la stessa necessità che ha avuto l’autore nel suo riflessivo andare, senza orologio). Infatti, quando si dice diario, si fa una scelta riduttiva. Il libro di Ruggieri è una raccolta di considerazioni, di sensazioni mai banali seppure minime (piccoli lampi e piccola gente, periferie di ricordi inattesi). Di riferimenti politici contingenti, di filosofia personalissima (Massimo Gezzi parla “di un emozionante libello politico”), di domande, di maniacali riferimenti alle distanze fra le strade, soprattutto stradine, meglio se sterrate, meglio ancora se deserte, al disegno di una foce o di un incrocio di antiche vie e al senso di quell’ incrocio, agli sperdimenti in un apparente bicchier d’acqua. Si manifestano chiaramente gli studi di ingegneria dell’autore, la sua attenzione ai numeri, alle forme geometriche, all’angolo, al particolare (siamo soavemente invasi dai particolari descritti con termini tecnici molto puntuali), alle epoche e, ancora una volta, ai perché della storia, dell’architettura e pittura, del paesaggio. Tutto in uno spazio ristretto, viaggetti insomma (Ruggieri vive a Fermo) intorno a se stesso, in un centro Italia ridotto, alla riscoperta anche di un paesaggio squisitamente marchigiano che, proprio a chi è marchigiano, risulta sconosciuto e novissimo. Ma che ho girato a fare, fino ad oggi, si domanda più di una volta chi le Marche crede di conoscerle, che ho visitato a fare musei e quadri e atmosfere? E questo Lorenzo Lotto, che ci racconta Ruggieri, dove l’ha visto, che posti ha fotografato? Sono forse questi i famosi luoghi dell’anima? È questo il famoso ritmo interiore?
Dice il nostro autore che non ha una vista d’aquila e che a volte non trova la via che cerca e per questo deve tornare necessariamente in certi posti dove ha lasciato qualcosa a metà, come in un imperfetto inaccettabile. Sembra che tutto alla fine debba avere, nella sua ricerca, un andamento circolare, come è il tempo dei poeti, come è la “luce intatta” di Lorenzo Lotto, che ‹“gira” dal quadro verso chi lo guarda, come è lo svolgersi di ogni libro vero compresi i suoi, e… come altro non saprei.
Sono del tutto pertinenti, a questo punto, i versi che Montale scriveva in Xenia alla moglie che, pur portando occhiali spessi, ci vedeva meglio e ben più profondamente di lui: questo tipo di “vista” è quanto di più speciale ci può offrire Ruggieri nel suo vagabondare.
Si chiarisce anche il senso del titolo, ironicamente dato al libro, una scelta di tempi che privilegia la lentezza e la meditazione (in barba a quel kronos che corre al di là di ogni nostra rivolta), cifra necessaria per ogni “vedere” poetico: il viaggio durerà un anno.
Ma in Subito o domani. Non è la stessa cosa resta necessario anche il senso letterale, tragico nella sua ovvietà alla “Catalano”, messo in evidenza dall’autore attraverso le parole che pronuncia (ma proprio con il significato rovesciato: Subito o domani è la stessa cosa) durante un momento di sosta, un meccanico, in uno dei tanti monologhi surreali appuntati nel diario…Dialoghi, frasi rubate a occasionali testimoni delle sue flâneries, casuali parole (a meglio pensarci, per niente casuali, ma elette fra le tante altre veramente banali in banali contesti urbani), che mai nessuno ascolta e tanto meno appunta, che odorano di vecchio, di perduto, di saggio. Una umanità minima e mite come sono, in una perfetta e aurea simmetria, i luoghi preferiti dall’autore (allora è questa la logica segreta del viaggio ruggieriano?)
‹‹Amo le cose semplici, questo sì, minime e miti, e più minime e miti sono più le amo, e più mi sento in dovere di amarle››. Con queste parole è lui stesso a darci, forse, la chiave delle scelte fatte nel suo vagabondare fra le parole.
Lo struggimento del tempo perduto e, nel contempo, la necessità di perdere tempo sono il paradosso e il leitmotiv della ricerca di Ruggieri, priva di tragicità, condotta con garbo e levità commovente e quasi fanciullesca: si ritrova qui e si riconosce la costante dei suoi tre libri di poesia, la famosa marcia in più, che tanto ce lo ha fatto apprezzare.
Questa ineluttabilità, girando intorno ai sessant’anni (quando si pensa di dover tirare le fila e si è consapevoli dell’inutilità di farlo), si può arginare ascoltando il proprio kairòs interno, godendone lento pede, con distacco, con un filo di malinconia, ma nemmeno più di tanto, con infinita, garbata ironia e continuando, nonostante tutto, ad andare.
Il movimento è intrinsecamente legato alla parola (al canto) e alla creazione(del mondo) racconta Chatwin in La via dei canti.
Guida poetica per piccoli viaggi: Subito o domani. Non è la stessa cosa, di Adelelmo Ruggieri, Italic Pequod, 2014, € 15,00.
