La poesia è luogo elettivo di accoglienza: di altra poesia, di vitali contaminazioni linguistiche e, innanzitutto, di sentimenti capaci di irradiarsi e comprendere la vasta comunità umana.
È, nei fatti, punto di incontro di esperienze e percorsi finalizzati a una nominazione veridica degli oggetti del reale e a un loro affidamento di senso. Compito altamente impervio in tempi di decerebrazione diffusa e torpore e ottenebramento delle coscienze (indotti o meno), e tale da esigere azzardi e ostinata determinazione.
Nell’accoglienza poetica, Nicola Bultrini mette di suo una forte istanza religiosa. Evidente, sia nella passata produzione in versi, che in questo suo recentissimo libro uscito da Aragno, con una significativa presentazione di Franco Loi. Istanza religiosa, dicevo, e se l’ossimoro non suona eccessivo, una disperata speranza. O un molto sofferto ottimismo sorretto però dalla volontà di agire, di produrre ancora canto. Che, mentre si fa carico delle altrui disfatte esistenziali, non esita a denunciare le proprie fragilità, i dubbi, i momenti in cui anche la propria “avventura” nella vita si rende difficoltosa e ripiega, per amore, su un impulso all’autodissolvimento. A testimonianza, versi appassionati e di bella nitidezza formale, come ad esempio: / che me ne faccio da solo / di questo corpo gigante / quanto è più dolce / lasciarlo per amore / nell’aria a consumarsi./ Ed ecco, a questo punto, un topos della poesia di Bultrini: il “gigantismo”. Dimensione, oltre che morale, in questo caso anche fisica. E che però non ha niente di rodomontesco, di spavaldo o, peggio ancora, di vanitoso. È anzi spesso disarmata, intrisa di profonda umiltà e malinconia che, se necessario, si convertono in un’attestazione (a tratti ironica, scanzonata) di forza: / Mentre agli uomini tremano / le vene ai polsi, noi giganti / continuiamo a camminare… /
Quello di Nicola Bultrini è libro degli affetti, dei piccoli e grandi eventi quotidiani, dei paesaggi resi con efficaci pennellate impressionistiche e con generoso senso dell’accudimento (ancora il suo gigantismo); ed è, insieme, commosso repertorio memoriale, magari per conto d’altri: / Allora si dormiva tra le greggi / portando in spalla una capanna / di rami teneri di nocciolo / … / Un occhio tra le stelle, l’orecchio attento / perché a quel tempo la montagna / era regno di lupi e di misteri /.
Si coglie già dai versi qui citati una peculiarità della raccolta di Bultrini, ossia una scrittura priva di quelle oscurità programmatiche o di quegli artifici formali e fumisterie che rendono ostica la delibazione di altri testi poetici. Chiarezza e concisione della parola, toni distensivi, mai banali, ritmi ben calibrati e mimeticamente adattati al racconto dei sentimenti, fanno invece di questo libro un importante stimolo, oltre che alla lettura, alla riflessione.
Nicola Bultrini, La specie dominante, Nino Aragno editore, Euro 8.00


Grazie per la proposta di lettura, sembra interessante… sebbene non credo che la semplificazione testuale sia un dono a priori. Oltre al fatto che demonizzare senza sconti la poesia di ricerca sperimentale è una poco equilibrata posizione critica. L’insidia di cadere dal semplice al semplicistico, fino addirittura al misero, è sempre in agguato. Rischio che non si corre in questo caso, ovviamente. La poesia deve avere cose da dire, in uno stile o nell’altro, altrimenti basta un confessionale per gli sfoghi intimistici.
mdp
La semplicità nella scrittura in versi (così come in quella in prosa) non rischia mai di scivolare nel semplicismo o addirittura nell’elementarietà, come immagino sappia bene Marco Di Pasquale, La distanza tra le due dimensioni è siderale. Naturalmente, può anche succedere che la semplicità sia di natura programmatica o premeditata, così come programmatici o premeditati sono stati (ancora sono in certi epigoni) gli sperimentalismi della neovanguardia (se si escludono quelli, appassionati e sanguigni, di un Pagliarani), l’una e gli altri, per ragioni diverse ma concomitanti negli effetti, deleteri.
Le oscurità di un P. Celan, per esempio, non sono programmatiche.Tant’è che la sua poesia,alla lunga, diventa comprensibile nella sua oscura, balenante bellezza… Il discorso è lungo.Ma una cosa è certa: la poesia di rango ha sempre in sé un carattere di novità e sperimentalità. E la semplicità è spesso “oscura” – non programmaticamente, s’intende.
domenico vuoto
Di certo il discorso è lungo ed è importante che sia strutturato ed articolato, solido e radicato. Ovviamente penso che Domenico Vuoto abbia compreso il succo del mio intervento che voleva ribadire la necessità di censurare ogni tentativo di far passare per poesia semplice una scrittura caratterizzata da anemia semantica e povertà concettuale, come spesso accade in determinati ambienti. Per dire che la semplicità non è un valore a priori, come qualcuno potrebbe fraintendere e/o continuare a pensare, come invece troppo spesso vediamo nella maggioranza degli ambienti intellettuali. E, mi permetto, il fascino della sperimentazione non sta nella voluttuosità timbrica che avvolge il lettore pur senza dargli modo di comprendere, di inghiottire e digerire ciò che viene detto; bensì nella ricerca delle vie meno battute (cfr. Thoreau) per portare a scoprire e visitare nuovi paesaggi. L’importanza della poesia risiede nella profondità dell’eco che fa risuonare dentro tutti noi che la leggiamo.
Forse diciamo cose simili, forse no, ci tenevo comunque a ribadirle.
mdp