Guido Michelone intervista Massimo Barbiero su Pietas e Gabbia

barbiero massimo x  centofanti
Uno sguardo sulla contemporaneità

Lo ‘sguardo sulla contemporaneità’ è quello che afferma il percussionista eporediese Massimo Barbiero della propria recente opera: in questi giorni infatti è uscito il nuovo disco Pietas, a nome Enten Eller, il quartetto con Alberto Mandarini, Giovanni Maier, Maurizio Brunod (più l’argentino Javier Girotto come ospite), che da un quarto di secolo propone un jazz sperimentale di ottima fattura. Pietas fa seguito di pochi mesi a Gabbia, un altro cd che Barbiero ha cofirmato in prima persona assieme alla cantante romana Marta Raviglia, per dar vita a un duo anch’esso basato sulla ricerca sonora. Se ne parla ora, in esclusiva per ‘La Poesia e lo Spirito’ con lo stesso Barbiero, ponendo l’accento in particolare sulle componenti letterarie, che nella sua musica costituiscono un aspetto non indifferente, in un legame sempre più stretto fra la creatività interdisciplinare dei vari linguaggi espressivi.

Massimo, il tuo nuovo cd con Enten Eller s’intitola Pietas, cioè pietà. Ma che in senso? c’entra qualcosa la pietas dei latini?
Il titolo è uno sguardo sulla contemporaneità, è il tentativo di “rappresentare” attraverso la musica, l’improvvisazione, questi tempi privi d’umanità. Una riflessione sulla contemporaneità, sull’incapacità di essere parte di questa realtà, dell’impotenza di fronte a tanta violenza travestita da comunicazione. Si potrebbe parlare a lungo di questo, ma la volgarità “culturale” è dietro l’angolo, un po’ come Auto da fè di Elias Canetti. Un abbagliamento che rende impotenti.

E c’è qualche significato letterario nell’immagine in bianco e nero del disco?
La foto della copertina è presa della sera del concerto della presentazione del cd Gabbia: mi sembrava che questa cecità sia ben rappresentata dal velo sugli occhi, ma al tempo stesso ci intravvedo un elemento di speranza.

Aprendo il libretto del cd troviamo una citazione dall’ultimo Pasolini sul progresso e sullo sviluppo. Sei ovviamente d’accordo con quanto afferma. Ma come si può ‘tradurre’ ai nostri giorni?
Immagino in un tentativo di reagire ad un senso di impotenza dato da quanto ci circonda; usare la solitudine come una risorsa, come una fonte, se vogliamo riportarlo al jazz, cercando di non farsi emarginare da questa idea, assai provinciale, italiana, di un jazz di intrattenimento, che non disturba, senza più contenuti, senza valori, fatto solo di scale, accordi, figlio di quella Milano da bere di anni fa e – se posso dirlo – di una critica che ormai non legge più Amiri Baraka, Philippe Carles, Jean-Louis Comolli.

E cosa avrebbe sbagliato questa ‘nuova’ critica’?
Ha dimenticato che il jazz, come la letteratura, la pittura, la fotografia, la danza, la poesia, l’arte, tutto è necessità “politica” nel senso più alto del termine, nel senso morale, se posso dirlo senza sembrare retorico o fuori dal tempo.

Anche nei tuoi precedenti lavori ci sono sempre rimandi a scrittori, siano essi poeti, romanzieri o filosofi: perché?
Perché come in un quadro, il tema è tutto. Se non c’è un tema non c’è nulla, che sia Joyce o Bernard, Degas o Mondrian. Serve una storia da raccontare, strutture narrative; esistono cd di jazz, e non solo, dove francamente non comprendo il senso, la necessità. Non parlo della qualità tecnica, ma mi domando: perché?

Appunto, perché, secondo te?
Queste risposte ci sono: in Freedom now suite di Max Roach nel Quartetto per la fine dei tempi di Olivier Messiaen e, perché no, in The Wall dei Pink Floyd o nella Buona Novella di De André, e non credo che se ne possa fare a meno. E’ forse il tempo in cui viviamo che è arrivato a rinunciarci? O una critica compiacente che ha abdicato al proprio ruolo?

Pensi che un linguaggio si possa ‘tradurre’ nell’altro, ovvero la musica per te è in grado di esprimere concetti letterari o filosofici?
No, non ho questa pretesa né credo che chi suona con me voglia questa responsabilità. Più semplicemente vorrei interpretare il tempo in cui vivo e non intendo solo questi anni, ma il “tempo” metronomico e non ogni istante: essere dentro il tempo.

Anche in Gabbia, l’album in duo con Marta Raviglia , semplicemente per i testi cantati, la letteratura abbonda: come la avete ‘usata’?
La metafora della “Gabbia” riguarda le costrizioni mentali e anche fisiche, l’amore e i sentimenti che ci riducono schiavi di schemi. Strutture musicali, sistemi temperati, Antigone e Creonte, la legge dei sentimenti opposta a quella della ragione.

Ma tu e Marta come avete lavorato in Gabbia sulla parte letteraria?
La scelta dei testi dello scrittore Claudio Morandini, su scritti rinascimentali, ha più di un motivo: in primis la lingua, la sua cantabilità; ma anche l’elemento del significato della “parola”: tutto è più chiaro, non solo in senso musicale (il suono stesso) ma anche riguardo al significato; una preposizione è poesia, ma è anche concetto; perché oggi ciò si è perso?

Benché trapeli dalle precedenti domande, quali sono i tuoi amori letterari? Quali nell’infanzia e quali diventando adulto?
Per l’nfanzia direi le fiabe Perrault e di Grimm, per poi passare da Tolkien a Calvino, da Pavese a Bernard, da Malamud a Tournier, fino a McEwan; non saprei fermarmi.

Cosa stai leggendo ora?
Sto rileggendo Uomo Invisibile di Ralph Ellison, visto che sto preparando un lavoro molto articolato con Odwalla su quel testo: una specie di opera, nel senso più umile del termine, ma avrà un organico ampio con voci, suoni, danza, Africa-Europa-Asia; essere invisibile eppure esserci.

In questi ultimi tempi i politici cercano di affrontare la crisi in Italia, ponendo avanti la Cultura e parlando dell’Italia come di grande bellezza: sei d’accordo o è solo propaganda?
È propaganda, lo sappiamo tutti: è una classe priva di cultura quindi non può essere in grado di aver colto questa intuizione. Se non ci fosse questo branco di filistei non saremo a questo punto, non avremmo avuto Giovanni Allevi a suonare in Senato; una tv fatta di nulla, le scuole che cadono a pezzi, i musei chiusi, ‘case del jazz’ nate per bilanciare gli interessi su una città, e via così.

Dunque sulla cultura della bellezza sei pessimista?
Vorrei che fosse così, ma questi non sono credibili, lo sappiamo tutti; vogliamo disperatamente credere che ci sia una speranza, ma sappiamo che non c’è. Per questo ho ideato Pietas: forse per recuperare un briciolo di quella speranza.

Un pensiero su “Guido Michelone intervista Massimo Barbiero su Pietas e Gabbia

  1. dudù

    Bella intervista, davvero complimenti Max per queste verità assolute. Magari tutti la pensaserò cosi.

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