PICCOLA ANTOLOGIA PETRARCHESCA

PICCOLA ANTOLOGIA PETRARCHESCA

 

Ripensando a quel, ch’oggi il cielo honora,

soave sguardo, al chinar l’aurea testa,

al volto, a quella angelica modesta

voce che m’adolciva, et or m’accora,

 

 

gran meraviglia ò com’io viva anchora:

né vivrei già, se chi tra bella e honesta,

qual fu più, lasciò in dubbio, non sì presta

fusse al mio scampo, là verso l’aurora.

 

 

 

O che dolci accoglienze, et caste, et pie;

et come intentamente ascolta et nota

la lunga historia de le pene mie!

 

 

Poiché ‘l dì chiaro par che la percota,

tornasi al ciel, ché sa tutte le vie,

humida li occhi et l’una et l’altra gota.

 

 

Le immagini di Laura che tornano nella memoria scaturiscono una dopo l’altra come un fluire luminoso in cui musica e immagine si identificano, il suono si fa figura, la figura suono: …soave sguardo, al chinar l’aurea testa, | al volto…, tutto si unisce nella sua vita pura, nei suoi moti, nei suoi atti. Pensare che De Sanctis diceva che Laura non era abbastanza vera, reale! Il culmine è proprio quell’atto muto, il chinar l’aurea testa, come una nota acuta improvvisa dopo lo spandersi lento dello sguardo, quell’atto solo di libertà assoluta per cui Laura è viva e intera. Certo dunque che accorre presta in aiuto al poeta ascoltando e annotando attentamente (intentamente) le sue parole. Come è intenta, come è tutta raccolta nella sua mente tenera per capire, lei che sa tutte le vie. Lei cammina continuamente sulla via, anche quando era viva, e, mentre cammina, pensa. Il camminare è il suo moto, i suoi atti. Mentre svolge i suoi atti, pensa:

 

 

Lieti fiori et felici, et ben nate herbe

che madonna pensando premer sòle;

piaggia ch’ascolti sue dolci parole,

et del bel piede alcun vestigio serbe;

 

 

schietti arboscelli et verdi frondi acerbe,

amorosette e pallide vïole;

ombrose selve, ove percote il sole

che vi fa co’ suoi raggi alte e superbe;

 

 

o soave contrada, o puro fiume,

che bagni il suo bel viso et gli occhi chiari

et prendi qualità dal vivo lume;

 

 

quanto v’invidio gli atti honesti et cari!

Non fia in voi scoglio omai che per costume

d’arder co la mia fiamma non impari.

 

 

Gli atti honesti et cari, cioè il premere con i piedi la piaggia e i fiori e l’erbe camminando e parlando muta a se stessa o ai fiori ecc., e il coglier l’acqua con le mani dal puro fiume, che relazione hanno coi suoi pensieri? Le parole che dice, ad esempio, hanno relazione coi suoi pensieri? Quegli occhi chiari! Che esplosione di luce dentro la trasparenza stessa dell’acqua! Come la polvere d’oro del chinar l’aurea testa. Sì, lei è dentro l’acqua, dentro la natura, cammina dentro di lei, dentro i fiori e gli alberi e li fa crescere e innalzarsi, come il tarlo dentro il legno segue un percorso suo muto. Che relazione c’è tra le orme dei piedi di Laura, e i suoi pensieri? e le sue parole? Eppure sembra tutto intero, solo che i suoi pensieri non li vediamo, perché sono chiusi nella sua mente. Possiamo vedere solo la natura. Ciò che esiste. Che accade. Gli atti.
Ora che Laura è morta, gli atti suoi li vedono non più i fiori, ma gli angeli:

 

 

Li angeli electi et l’anime beate

cittadine del cielo, il primo giorno

che madonna passò, le fur intorno

piene di meraviglia et di pietate.

 

 

“Che luce è questa, et qual nova beltade?

– dicean tra lor – perch’abito sì adorno

dal mondo errante a quest’alto soggiorno

non salì mai in tutta questa etade.”

 

 

Ella, contenta aver cangiato albergo,

si paragona pur coi più perfecti,

et parte ad or ad or si volge a tergo,

 

mirando s’io la seguo, et par ch’aspecti:

ond’io voglie et pensier’ tutti al ciel ergo

perch’i’ l’odo pregar pur ch’i’ m’affretti.

 

 

Anche qui, come nel sonetto 343, nelle terzine si svolge la serie liquida degli atti, il miracolo. Lei è contenta. Contenta è come intenta (intentamente del son. precedente), è rotonda, tutta dentro la sua mente; chiusa. Tutta chiusa nei suoi atti. Vivo lume dentro le parole, nello scorrere del fiume luminoso. I suoi atti sono naturali: è contenta, si paragona coi più perfetti, e nel frattempo ogni tanto si volge indietro, e resta incerta come sospesa immota, coi piedi ferma e muta, e eccola chiusa nelle parole! Eccola presa! Gli atti sono i suoi moti incerti, sono i suoi moti muti, sono la natura, il par ch’aspecti, il chinar l’aurea testa. Sono dei moti vuoti. Sono loro che la fanno fermare, che la chiudono viva, come il corpo racchiude l’anima. Ella è intera, perché si gira e fa questa torsione verso il mondo, verso il poeta nel mondo, dalle perfette sfere. Per un attimo sta ferma muta, con i piedi sul limitare, spazio perfettamente pieno.
Contenta è come pensando. Ella è chiusa nella sua beatitudine, perfettamente sferica, muta. E, pure, tutta detta. Tutta fuori. Aperta dentro:

 

 

Se lamentar augelli, o verdi fronde

mover soavemente a l’aura estiva,

o roco mormorar di lucide onde

s’ode d’una fiorita et fresca riva,

 

 

là ‘v’io seggia d’amor pensoso et scriva,

lei che ‘l ciel ne mostrò, terra n’asconde,

veggio, et odo, et intendo ch’anchor viva

di sì lontano a’ sospir’ miei risponde.

 

 

“Deh, perché inanzi ‘l tempo ti consume?

– mi dice con pietate – a che pur versi

degli occhi tristi un doloroso fiume?

 

 

Di me non pianger tu, ché ‘ miei dì fersi

morendo eterni, et ne l’interno lume,

quando mostrai de chiuder gli occhi apersi.”

 

 

Gli uccelli cantano, le fronde frusciano soavemente, il ruscello mormora; Laura, da dentro la natura, parla. Quello che dice è vero, ma la verità è lei stessa, è il suo guardare dentro, tondo. E’ la sua mente rotonda. Il suo vedere intero.
Il poeta dorme. Nel sonno gli appare Laura. Ella si siede sulla sponda del letto, e tra i due comincia un dialogo. Ciò che stupisce il lettore non è tanto il contenuto del dialogo, ma la verità di Laura – pur immagine di sogno -, l’incredibile verità della sua bellezza:

 

 

Quando il soave mio fido conforto

per dar riposo a la mia vita stanca

ponsi del letto in su la sponda manca

con quel suo dolce ragionare accorto,

tutto di pieta et di paura smorto

dico:”Onde vien’ tu ora, o felice alma?”

Un ramoscel di palma

et un di lauro trae del suo bel seno,

et dice: “Dal sereno

ciel empireo et di quelle sante parti

mi mossi et vengo sol per consolarti.”

 

In atto et in parole la ringratio

humilemente, et poi demando: “Or donde

sai tu il mio stato?” Et ella: “Le triste onde

del pianto, di che mai tu non se’ satio,

coll’aura de’ sospir’, per tanto spatio

passano al cielo, et turban la mia pace:

sì forte ti dispiace

che di questa miseria sia partita,

et giunta a miglior vita;

che piacer ti devria, se tu m’amasti

quanto in sembianti et ne’ tuoi dir’ mostrasti.”

 

Rispondo: “Io non piango altro che me stesso

che son rimaso in tenebre e ‘n martire,

certo sempre del tuo al ciel salire

come di cosa ch’uom vede da presso.

Come Dio et Natura avrebben messo

in un cor giovenil tanta vertute,

se l’eterna salute

non fusse destinata al tuo ben fare,

o de l’anime rare,

ch’altamente vivesti qui tra noi,

et che sùbito al ciel volasti poi?

 

Ma io che debbo altro che pianger sempre,

misero et sol, che senza te son nulla?

Ch’or fuss’io spento al latte et a la culla,

per non provar de l’amorose tempre!”

Et ella: “A che pur piangi et ti distempre?

Quanto era meglio alzar da terra l’ali,

et le cose mortali

et queste dolci tue fallaci ciance

librar con giusta lance,

et seguir me, s’è ver che tanto m’ami,

cogliendo omai qualcun di questi rami!”

 

“I’ volea demandar – respond’io allora -:

Che voglion importar quelle due frondi?”

Et ella: “Tu medesmo ti rispondi,

tu la cui penna tanto l’una honora:

palma è victoria, et io, giovene anchora,

vinsi il mondo et me stessa; il lauro segna

trïumpho, ond’io son degna,

mercé di quel Signor che mi die’ forza.

Or tu, s’altri ti sforza,

a Lui ti volgi, a Lui chiedi soccorso,

sì che siam Seco al fine del tuo corso.”

 

“Son questi i capei biondi, et l’aureo nodo

– dich’io – ch’ancor mi stringe, et quei belli occhi

che fur mio sol?” “Non errar con li sciocchi,

né parlar – dice – o creder a lor modo.

Spirito ignudo sono, e ‘n ciel mi godo:

quel che tu cerchi è terra, già molt’anni,

ma per trarti d’affanni

m’è dato a parer tale; et anchor quella

sarò, più che mai bella,

a te più cara, sì selvaggia et pia

salvando insieme tua salute et mia.”

 

I’ piango; et ella il volto

co le sue man’ m’asciuga, et poi sospira

dolcemente, et s’adira

con parole che i sassi romper ponno:

et dopo questo si parte ella, e ‘l sonno.

 

 

Il verso: Rispondo: “Io non piango altro che me stesso sembra giungere da un silenzio abissale. Le sillabe si accumulano l’una dopo l’altra come acqua che fiotta limpida e muta dilatando l’endecasillabo all’infinito. Questo è silenzio puro. Silenzio. Suono del fiume luminoso. E’ questo, per De Sanctis, l'”artista”? E’ questo il Petrarca artificioso di cui si parla a tutt’oggi?
La canzone è così chiara che la leggiamo in un fiato. Come può essere tanto antica? Il poeta chiede a Laura il senso dei due simboli. Lei risponde didattica, ordinata, da brava, come una bimba che sa bene la lezione. Ma lui non sente le sue parole. Guarda i capelli gli occhi il viso di lei. Interrompendola quasi, fa la domanda vera: Son questi i capei biondi ecc.?. Lei è dura, e, nello stesso tempo, tenera, selvaggia et pia, moto puro, pura vita vivente. Lei è come era, identica, uguale, mai una donna è stata tanto vera, reale, in tutta la letteratura italiana.
E De Sanctis? E l’800? E il ‘900? Per De Sanctis Laura non era abbastanza “reale”, e Petrarca non era abbastanza “poeta”. Ma l’ideologia è sempre in agguato. Anche alcuni amici di Petrarca dubitavano che Laura esistesse, pensavano che fosse un simbolo, una metafora della gloria, della poesia, una proiezione di se stesso ecc. E lui rispondeva: “Non ci credete? Venite a vederla!”. Altri pensavano che lui esagerasse i meriti di Laura:

 

 

Parrà forse ad alcun che ‘n lodar quella

ch’i’ adoro in terra, errante sia ‘l mio stile,

faccendo lei sovr’ogni altra gentile,

santa, saggia, leggiadra, honesta et bella.

 

 

A me par il contrario; et temo ch’ella

non abbia a schifo il mio dir troppo humile,

degna d’assai più alto et più sottile:

et chi nol crede, venga egli a vedella;

 

 

sì dirà ben: Quello ove questi aspira

è cosa da stancare Athene, Arpino,

Mantova et Smirna, et l’una el l’altra lira.

 

 

Lingua mortale al suo stato divino

giunger non pote: Amor la spinge et tira,

non per electïon, ma per destino.

 

 

Qui il capovolgimento nella seconda quartina è tale che ci fa sentire tutto l’abisso tra l’apparenza e la realtà, tra l’ideologia e la poesia. Non è la poesia che fa la bellezza di Laura, ma è il contrario. La poesia non è autonoma, ma è specchio di un qualcosa che la precede e la fonda – ci dice Petrarca – e senza il quale lei non è, e non potrebbe essere. La poesia è specchio soltanto, sì, ma di qualcosa che esiste davvero. E se qualcuno non ci crede, venga a vederlo!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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6 pensieri su “PICCOLA ANTOLOGIA PETRARCHESCA

  1. Antonio Fiori

    Modernità, passione e razionalità, anticipazione plurisecolare dell’espiazione della colpa in letteratura, novità epocale insomma …Petrarca ci sta ben comodo come ospite d’onore. Grazie a Claudio Damiani, anche per l’accurata lettura-presentazione.
    Antonio

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  2. Fabio Brotto

    Dal canto mio, vedo Petrarca come il primo e fondamentale poeta italiano del divenire (il secondo è Leopardi). La bellezza di Laura esce dal nulla per ritornarvi, e questo ritorno è sentito da Petrarca tragicamente. Ne brama un riscatto platonico-cristiano, ma è un riscatto soggetto ad un dubbio radicale. Se in Petrarca non si vede questo, egli resta il maestro del bello stile musicale. Ma è molto di più…

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