Guido Michelone intervista Daniela Angelucci

angelucci daniela
La filosofia del cinema

Giovane ricercatrice di Estetica nel Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e spettacolo all’Università Roma Tre, Daniela Angelucci è oggi tra i massimi esperti dei rapporti cinema/filosofia, a cui ha già dedicato saggi e volumi, tra il cui il recente Filosofia del cinema per Carocci Editore, che sembra quasi far da pendant alla Filosofia del film di Enrico Terrone (pubblicato nella stessa collana Quality Paperbacks), benché l’approccio sia fondamentalmente diverso e proprio per questo interessante e costruttivo, come racconta la stessa Angelucci in quest’intervista in esclusiva per La poesia e lo spirito.

Daniela, se lei dovesse riassumere il senso del suo nuovo libro Filosofia del cinema in dieci righe, cosa scriverebbe?
La tesi del libro è quella di affermare un rapporto di vicinanza molto forte tra cinema e filosofia, che vada oltre la considerazione dell’insieme dei film – quelli della storia del cinema ma anche del nostro presente – come semplice serbatoio di esempi tesi a illuminare particolari questioni filosofiche. Per far questo mi baso su vari motivi: il forte intreccio di teoria e pratica, che da sempre ha alimentato il mondo cinematografico; l’analogia, più volte sottolineata dai teorici, tra l’attività percettiva e cognitiva e il funzionamento della macchina da presa (tra occhio umano e obiettivo cinematografico, per esempio); la capacità del film di catturare la nostra attenzione e costringerci a pensare, non solo grazie ai contenuti narrati, ma anche grazie alla forza delle immagini.

Complessivamente, cosa indica e offre il suo Filosofia del cinema?
A partire dal pensiero di Gilles Deleuze – filosofo francese che negli anni Ottanta ha scritto due importanti volumi sul cinema, Immagine-movimento e Immagine-tempo – propongo l’idea di una risonanza tra la pratica filosofica e quella cinematografica: sono entrambe attività creative che, ognuna con i propri mezzi, si confrontano sullo stesso terreno. Questo implica una idea innovativa di filosofia, più che di cinema, poiché la filosofia è sempre stata vista invece come riflessione che interviene a posteriori, mentre Deleuze ne parla come di una “invenzione di concetti”. .

Il titolo – Filosofia del cinema – suona abbastanza classico, rispetto a quello coevo e speculare di Enrico Terrone, Filosofia del film: due ambiti diversi, complementari, o altro? O proprio due filosofie del cinema agli antipodi?
Ho letto il bel libro di Enrico Terrone, molto utile e chiaro, e ne ho discusso con lui. La differenza tra i due titoli mostra la differenza tra i due tipi di approcci: quello di Terrone si concentra sul film come oggetto, e vuole in primo luogo rispondere alla domanda sull’essenza del film; io considero invece il cinema come dispositivo nella sua interezza, che coinvolge l’oggetto filmico, l’autore (anzi, dovremmo dire gli autori) e la figura dello spettatore, sulla scorta della storia delle teorie. E da qui ne affermo la vicinanza con la filosofia. Non direi che si tratta di filosofie agli antipodi, e nemmeno di momenti necessariamente complementari: si tratta di due domande diverse, e secondo me più domande e interrogazioni filosofiche ci sono, meglio è.

La filosofia dopo la storia, la sociologia, la semiotica, l’economia, la psicologia e la psicanalisi, è l’ultima arrivata tra le scienze umane applicate alla Settima Musa, benché sia la più antica e premonitrice (la caverna di Platone anticipa l’immagine semovente); perché tale ritardo?
Credo che abbia agito a lungo il sospetto su un mezzo di espressione considerato ‘popolare’, dunque non degno di far parte dei ‘discorsi colti’. Inoltre, la nascita del cinema è stata subordinata a una invenzione tecnica, cosa che ha impedito una sua accettazione piena nel mondo delle arti. La cosa interessante è che proprio queste caratteristiche, che sembravano difetti, si sono trasformate in una ricchezza: la popolarità del cinema ne garantisce la vivacità e la diffusione, il fatto che gli intellettuali abbiano dovuto disquisire a lungo sulla questione se il cinema fosse un’arte oppure no ha favorito la nascita e la crescita delle discussioni, e dunque delle teorie su di esso.

Oggi quando si parla di filosofia e cinema, diversi studiosi fanno esempi di film di genere, come Matrix, e non corto o lungometraggi ‘classici’ oppure opere d’autore europee; come mai?
Dicevo prima che oggi sempre di più si usano i film come illustrazioni di concetti filosofici, Matrix è un esempio tipico di questa tendenza, che risulta molto utile soprattutto a scopi didattici. Tuttavia, secondo me con questa operazione si perde qualcosa: il cinema, anzi in questo caso il film, viene messo a servizio della filosofia e viene usato soltanto nei suoi contenuti narrativi, senza considerare l’aspetto propriamente estetico, lo stile, la qualità delle immagini. Le opere d’autore non sono più così indispensabili per una operazione di questo tipo. In un certo senso non sarebbe indispensabile nemmeno il cinema, si potrebbe usare la letteratura e si avrebbe a volte lo stesso risultato, e se si usano i film è soltanto perché si tratta appunto di un’arte più popolare di cui si ha una conoscenza più diffusa. Questo non vuol dire naturalmente che non mi piacciono i film di genere, se ben fatti, o che non si debba in assoluto proporre un film come illustrazione di una questione filosofica (io stessa lo faccio a volte, con gli studenti). Dico soltanto che fermandosi a certi film o a un certo modo di intendere la filosofia del film si perde qualcosa: l’aspetto estetico, per esempio, che è la cosa che più mi interessa.

Fino agli anni Sessanta, quando si accennava al problema, si ritenevano filosofici i film di Bergman o di Dreyer; cosa è cambiato da allora?
Oltre a quello che dicevo poco fa, si può fare un’altra riflessione al riguardo. Da qualche decennio è caduta la distinzione tra film d’autore e film spettacolare, commerciale, le differenze non sono più nette come un tempo. C’è Tarantino, per esempio, i cui film hanno una cifra autoriale forte, uno stile riconoscibile, ma possono essere guardati a più livelli, anche traendone semplicemente un divertimento puro. E nessuno oggi, giustamente, si vergogna più di amare un certo tipo di cinema meno ‘alto’. Questo non mi dispiace affatto, a volte guardare solo un certo tipo di film è una semplice posa, un’affettazione. L’ideale, anche qui, sarebbe di poter spaziare, di non perdere nessuna delle due possibilità di visione e, perché no, di intrattenimento.

Può un film sostituire un trattato filosofico, ossia fornire, come un libro, un pensiero complesso sulla vita, sull’uomo, sulla conoscenza?
Direi proprio di no. La vicinanza che propongo tra cinema e filosofia significa che entrambi si misurano con le stesse questioni, ma ogni attività può farlo con mezzi diversi, con i suoi propri mezzi. Il cinema è una pratica che pur ‘scatenando’ il pensiero ha a che fare con un’esperienza prima di tutto sensoriale, quella delle immagini; il piano della filosofia è quello dei concetti, cerca l’astrazione, cerca un punto di ‘sorvolo’, avrebbe detto Deleuze.

Quali sono per lei i teorici del cinema del passato e del presente che potrebbero ambire al ruolo di filosofi? Ci sono libri del passato (ad esempio quelli di Kracauer, di Ejzenstejn, in parte di Metz e dei semiotici e forse altri, me li indichi lei) che possono ritenersi precursori degli studi filosofici sul cinema?
Certo, ce ne sono molti citati nel mio libro, ma indicherei come i più grandi in primo luogo Ejzenstejn, che ha scritto pagine e pagine molto filosofiche, e poi André Bazin. Questo nome è meno scontato, poiché Bazin è conosciuto soprattutto come critico e fondatore dei «Cahiers du cinéma», ma secondo me la sua attitudine nel cogliere i cambiamenti del cinema del dopoguerra è prettamente filosofica, ed è evidente infatti l’influenza del filosofo Henri Bergson. Kracauer è interessante, ma forse legato a una stagione passata; Metz mi interessa molto di più per il suo testo su cinema e psicoanalisi che per la semiologia.

Quali libri hanno contato maggiormente nella sua ricerca? E quali testi suggerirebbe per meglio conoscere la dialettica cinema/filosofia?
Come dicevo, mi hanno spinto a studiare questi temi in primo luogo i libri di Deleuze sul cinema, senza i quali la prospettiva che abbraccio non sarebbe possibile. Li consiglio quindi, insieme a tutti i classici che ho citato finora in questa intervista. Per quel che riguarda la contemporaneità, il libro di Enrico Terrone è uno dei pochi che realmente propone un approccio filosofico al cinema, ma si tratta appunto di una prospettiva diversa dalla mia; in Italia si trovano poi, più che altro, molte raccolte di letture filosofiche di film, più che testi di ricognizione sui rapporti tra cinema e filosofia. Tra gli autori francesi, consiglio Jacques Rancière e Alain Badiou, ma sicuramente sto tralasciando molti altri autori interessanti. Ultimo consiglio di lettura che vorrei dare, forse un po’ paradossale da parte mia (che dovrei tirare l’acqua al mulino dei filosofi), alcune interviste a grandi registi contemporanei, come Herzog, Lynch, Ruiz: a volte c’è più filosofia lì che altrove.

Perché i grandi filosofi del Novecento hanno detto o scritto pochissimo sul cinema? Pare addirittura che Benedetto Croce non abbia mai visto un film in vita sua; eppure ha scritto di estetica, condizionando la cultura italiana per tutta la prima metà del Novecento.
Penso che il motivo principale riguardi quello che nel libro chiamo il ‘peccato originale’ del cinema: il fatto cioè che la sua nascita come arte sia dipesa da una innovazione tecnica. Questa circostanza per Croce, filosofo che considera l’aspetto materiale delle opere d’arte qualcosa che riguarda la pratica ma non la teoria, è stata dirimente. Secondo me invece, come ho già detto, l’aspetto tecnico del cinema è uno dei motivi della sua fortuna e del suo intrecciarsi con la teoria, poiché ha sempre suscitato molta discussione. D’altra parte, altri grandi filosofi l’hanno capito: Walter Benjamin negli anni Trenta ha scritto un testo importantissimo – L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica – che, invece di annoverare il cinema tra le arti nonostante la sua genesi tecnica, ha indagato il modo in cui questa innovazione ha trasformato tutte le altre arti.

Il cinema alla fine è in ritardo o in anticipo rispetto ad arti più classiche o antiche come la poesia, la narrativa, il teatro o le arti figurative?
Il cinema è contemporaneo a se stesso, e in questo momento mi sembra più vitale delle altre arti quanto a diffusione; in ritardo forse è la riflessione filosofica sul cinema, per la giovane età di questo mezzo espressivo, ma soprattutto per i sospetti di cui abbiamo parlato verso i suoi aspetti più popolari. Un altro problema è quello della modalità difensiva di alcuni specialisti, che si occupano di storia del cinema o di filosofia, preoccupati di porre confini alle loro discipline. Penso sia importante per la fecondità del pensiero collocarsi invece negli intrecci tra differenti saperi ed esperienze. Ma per fortuna le cose stanno cambiando.

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