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da qui
La coscienza, dicevamo, è la sede delle capacità che consentono la riflessione, la scelta, ciò che distingue l’uomo da qualunque altro essere presente sulla terra. William James, noto psicologo vissuto tra il XIX e il XX secolo, parafrasò, in proposito, una frase di S. Agostino sul tempo: la coscienza “è qualcosa che crediamo di conoscere, fino a quando qualcuno non ci chiede di definirla”.
Lo sviluppo della psicologia ha visto, da un lato, gli studi di laboratorio che misuravano quanto era osservabile, rifiutando d’occuparsi di ciò che non lo era; dall’altro, la psicoanalisi, che fissava l’attenzione sui processi inconsci, dando la coscienza per qualcosa di scontato.
Scontata, in verità, non era affatto: solo in tempi recenti sono cresciuti gli studi in questo campo, opere affluite da settori filosofici e scientifici diversi. Sono molteplici i problemi e le questioni di cui trattano, di cui qui è possibile evocare solo alcuni orientamenti.
La coscienza non ha affatto la continuità che sembra di sperimentare nella vita quotidiana: si tratta di un flusso che traghetta da uno stato all’altro, come accade nel sonno e nella veglia, anche se la discontinuità, durante il giorno, non è così evidente, eccezion fatta per casi patologici. E’ legata alla memoria in modo indissolubile e, come accennato, è una realtà relazionale: qualcosa di sovraordinato, dunque, rispetto al sé individuale. E’ intenzionale, per usare la terminologia di Franz Brentano: si riferisce ad azioni, piani e intenzioni, e non solo a eventi esterni o memorie personali.
Il dato ha importanti conseguenze, perché significa che essa si rivela nella scelta consapevole, e quindi è strettamente connessa con la volontà e la libertà. Occuparsene è fondamentale, e implica rivolgersi ai valori sulla base di quali prendiamo le nostre decisioni.

UNA NUOVA COSCIENZA
“Io come uomo
io vedo il mondo
come un deserto di antiche rovine.
Io vedo un uomo
che tocca il fondo
ma forse al peggio
non c’è mai una fine.
Nel frattempo la vita
non si arrende
e la gente si dà un gran da fare
tanti impegni tante storie
con l’inutile idea di colmare
la mancanza di una nuova coscienza
di una vera coscienza.
È come se dovessimo riempire
un vuoto profondo.
E allora ci mettiamo dentro:
rimasugli di cattolicesimo,
pezzetti di sociale,
brandelli di antichi ideali,
un po’ di antirazzismo,
e qualche alberello qua e là.
La decadenza
che viviamo
è un malessere
che ci prende pian piano.
È una specie di assenza
che prevede una sosta obbligata
è la vita che medita
ma si è come assopita.
Siamo vivi malgrado la nostra apparenza
come uomini al minimo storico di coscienza.
È come se la vecchia morale
non ci bastasse più.
In compensose ne sta diffondendo una nuova
che consiste nel prendere in considerazione
più che altro i doveri degli altri… verso di noi.
Sembrerà strano
ma sta diventando fortemente morale
tutto ciò che ci conviene.
Praticamente un affare.
La decadenza che subiamo è uno scivolo
che va giù piano piano.
È una nuova esperienza
che ti toglie qualsiasi entusiasmo
e alla lunga modifica il tuo metabolismo.
Siam lì fermi malgrado la grave emergenza
come uomini al minimo storico di coscienza.
E pensare che basterebbe
pochissimo. Basterebbe spostare a stacco
la nostra angolazione visiva. Guardare
le cose come fosse la prima volta. Lasciare
fuori campo tutto il conformismo
di cui è permeata la nostra esistenza.
Dubitare delle risposte già pronte.
Dubitare dei nostri pensieri
fermi, sicuri, inamovibili.
Dubitare delle nostre convinzioni
presuntuose e saccenti.
Basterebbe smettere di sentirsi sempre delle brave persone.
Smettere di sentirsi vittime delle madri,dei padri, dei figli.
Smascherare, smascherare tutto:
smascherare l’amore, il riso, il pianto, il cuore, il cervello.
Smascherare la nostra falsa coscienza individuale.
Subito. Qui e ora.
Sì, basterebbe pochissimo. Non è poi così difficile.
Basterebbe smettere di piagnucolare, criticare, fare il tifo e leggere i giornali.
Essere certi solo di ciò che noi viviamo direttamente.
Rendersi conto che anche l’uomo più mediocre può diventare geniale
se guarda il mondo con i suoi occhi.
Giorgio Gaber
Il tema della coscienza può essere osservato e approfondito da molti punti di vista (filosofico, psicologico, sociale, medico), ma è evidente che quello più interessante, almeno nell’ambito qui trattato, sia quello etico e morale, inteso cioè come capacità di distinguere il bene e il male e il comportarsi di conseguenza.
Apparentemente, potrebbe dirsi l’argomento su cui un credente e un non credente trovino la maggiore difficoltà ad interagire.
Per Karol Wojtyla “L’uomo non può da se stesso decidere ciò che è buono e ciò che è cattivo… La coscienza non è una fonte autonoma ed esclusiva per decidere ciò che è buono e ciò che è cattivo… La sua pretesa di diventare fonte autonoma ed esclusiva nel decidere il bene e il male… è la vera bestemmia…, è rifiuto dello Spirito Santo.”
Ma se per Albert Camus “L’uomo non sa che farsene di Dio perché ha solo se stesso su cui contare per dare senso all’esistere”, egli ritiene che vada comunque rifiutato il nichilismo rinunciatario per la lotta umana al non-senso. Bisogna ribellarsi al non-senso in nome della solarità e della “misura”, le caratteristiche migliori dei popoli mediterranei pre-cristiani: “La rivolta è essa stessa misura: essa la ordina, la difende e la ricrea attraverso la storia e i suoi disordini. L’origine di questo valore ci garantisce che esso non può non essere intimamente lacerato. La misura, nata dalla rivolta, non può viversi se non mediante la rivolta. È costante conflitto, perpetualmente suscitato e signoreggiato dall’intelligenza. Non trionfa dell’impossibile né dell’abisso. Si adegua ad essi. Qualunque cosa facciamo la dismisura serberà sempre il suo posto entro il cuore dell’uomo, nel luogo della solitudine. Tutti portiamo in noi il nostro ergastolo, i nostri delitti e le nostre devastazioni. Ma il nostro compito non è quello di scatenarli attraverso il mondo; sta nel combatterli in noi e negli altri”.
Ma è un periodo che mi piace farla facile su questi temi.
Forse perché assumo come punto di partenza un’altra citazione attribuita a Karol Wojtyla: “L’amore è un’esigenza ontologica ed etica della persona”.
Ecco, tutto diventa meno complicato se si affronta il mondo e la vita da questo presupposto, ognuno con la propria coscienza; ognuno con il proprio concetto di “senso di colpa”; ognuno con il proprio destinatario a cui rendere conto.
“Con l’esame di coscienza ogni uomo è posto dinanzi alla verità della propria vita. Egli scopre, in questa maniera, le distanza che separa le sue azioni dall’ ideale che si è prefisso.”
Giovanni Paolo II
” Le cose che devono darsi e chiedersi, si diano
e si chiedano al tempo conveniente perché
nella casa di Dio nessuno si turbi o si rattristi”
( San Benedetto, Regola XXXI )
Nella mia coscienza cerco di entrare in punta di piedi, è forse, l’unico modo, per non farmi male.
Io cammino e mi incammino tutti i giorni in questo sentiero, sperando di vederci un po’ meglio.
Oggi finalmente, a fatica, ci vedo, e capisco che la parola “colpa” la devo cancellare, azzerandola, come il cuore di un bimbo.ci provo!
Tutto qui.
grazie sempre, a colui che” mi piace” chiamare: il poeta di Dio.
ernestina.
LA COSCIENZA
La coscienza è “qualcosa di sovraordinato rispetto al sè individuale” “è legata alla memoria ed è intenzionale”, ed è “lo strumento per cogliere verità fondamentali altrimenti inaccessibili”: è il luogo dove calda è l’orma divina: “non una cortina ci divide” Egli scende la mia profondità dove si cantano le infinite dolcezze “e mi empie la bocca di gemiti”. Qui è dove il mio libero essere s’ immerge e l’Amore mi abita e mi veste di Sè.
La coscienza dipende dal nostro punto di vista? dal nostra limitata sapienza? io direi che dipende anche dalla nostra collaborazione con lo spirito che sta con noi.
Ci stanno spiriti “buoni” e spiriti “cattivi” (non è una favola, ma è stato confermato attraverso vari esperimenti).
Lo spirito “cattivo” quando possiede nostro corpo, indica le opere cattive, per questo uno può uccidere e dire che ha fatto bene, che aveva ragione per uccidere.
Lo spirito “buono” ci dà la capacità di conoscere opere buone, per conoscere la verità, per imparare sempre di più.
Sono a posto con la coscienza. Ti specchi e vedi la tua immagine, intera o tradita fra le crepe del cristallo. Nel cassetto della coscienza è tutto scritto, ci sono le radici della vita, le memorie a partire dall’infanzia, in cui andare a frugare nei momenti di inquietudine, di inadeguatezza. Leggere lì dentro spesso porta ad essere in conflitto con il mondo esterno, talvolta a chiudere il libro perché le pagine corrono il rischio di diventare sempre più impegnative; diversamente, attraverso una lettura più attenta e guidata c’è la possibilità, nel tempo, di sentirsi più leggeri, più veri. Scegliere quale percorso intraprendere, o almeno regalarsi un po’ di tempo per riflettere con attenzione, perché quel “sono a posto con la coscienza” non diventi soltanto un banale punto d’arrivo, facile al giudizio e pregiudizio.