Leonhard Frank, L’uomo è buono, Del Vecchio Editore (traduzione e cura di Paola Del Zoppo)
Nel ciclo di cinque novelle L’uomo è buono, Frank mette in scena una lenta e inesorabile presa di coscienza del popolo della necessità della pace. Nel primo racconto, Il padre, un cameriere d’albergo con una avviata carriera si annichilisce nella disperazione per la morte dell’unico amato figlio, finché non trova la forza di reagire e di trascinare con sé, a manifestare per strada, donne e vecchi rimasti a casa a vivere la difficoltà della solitudine e dell’abbandono derivanti dalle molte morti sul fronte. Di racconto in racconto – in ognuno una figura centrale che focalizza il dolore e la forza di chiedere la pace – frotte di persone si riversano in strada fino a formare un enorme corteo che comprende idealmente tutti coloro che ritengono di dover gridare a gran voce che la guerra è utile solo a conservare lo stato delle cose e ad aumentare la disperazione. La sciagura e il dolore, mascherati da onore e sacrificio, vengono qui svelati in tutta la loro indigesta oggettività. La narrazione scoperchia il vaso di Pandora per affrontare la realtà dei mali uno a uno, in un energico slancio verso la reazione, verso l’ottimismo e la presa di coscienza della forza del singolo, perché “l’uomo potrà essere e sarà umano quando non sarà più costretto all’inumanità”.
Al riconoscimento del fortissimo impatto politico, L’uomo è buono, all’epoca del conflitto, fu vietato in Germania, ma fu stampato clandestinamente e spedito al fronte in migliaia di copie, con un effetto significativo su diserzioni e opinione pubblica. Frank, rifugiato in Svizzera insieme a molti altri scrittori e intellettuali pacifisti, veniva da alcuni considerato ai limiti del fanatismo per la sua posizione radicale.
Giovedì 16 ottobre, alla Bibloteca San Matteo degli Armeni di Perugia, Claudio Franceschini, presidente del Centro Studi Aldo Capitini, in un discorso serrato e puntuale ha messo in luce similitudini e differenze tra le teorie di Capitini e le scelte letterarie di Leonhard Frank. Rileggendolo ai nostri giorni – nella sua versione definitiva e più equilibrata – rilevava Franceschini, il testo colpisce tristemente per la sua attualità: nella retorica del linguaggio violento “patria, onore, territorio” siamo ancora immersi e ignari, e ancora per molto dovremo lavorare per liberarci da certe impostazioni.
Alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi si camminava quest’anno sotto lo striscione “Pace e fratellanza”, nel centenario della Prima Guerra Mondiale. La Marcia per la Pace è un cammino di consapevolezza, non di protesta, di impegno attivo e non di rinuncia. Così era anche l’enorme corteo messo in scena da Frank in L’uomo è buono. Con perplessità abbiamo visto, per molti mesi, celebrare, della guerra di cento anni fa, anche il lato eroico e di rivendicazione dell’identità tramite il posizionamento nel conflitto. Anche in letteratura, eccoci sommersi da volumi in cui non si riesce a rinunciare alla retorica dell’eroismo e della vita di trincea per lasciare davvero spazio al discorso antiviolento. L’uomo è buono di Leonhard Frank – al cui confronto, come scrisse Friedrich Glauser, “Niente di nuovo sul fronte occidentale è sciroppo di lamponi” – sceglie di non ritrarre la guerra se non dal punto di vista di chi è rimasto a casa o di chi è già caduto o ha subito da essa gravi mutilazioni nel corpo e nell’anima. La visione di Frank è del tutto pacifista e la retorica del testo appare funzionale alla presa di coscienza del singolo dell’insensatezza della guerra in ogni possibile visione del mondo, nello svelamento della menzogna anche discorsiva di locuzioni come “caduto sul campo dell’onore” o “sacrificato sull’altare della Patria”. Frank non lascia via di scampo, e in una scrittura serrata e coinvolgente rende tutti partecipi della responsabilità della tragedia.
Il primo racconto del ciclo, Il padre – originariamente con il titolo Il cameriere (Der Kellner), è quello che dal 1917, anno della stesura, ha subito meno modifiche, a testimonianza non solo delle immutate convinzioni di Frank, ma della solida struttura narrativa e della compattezza delle scelte stilistiche nel ritrarre il primo momento di formazione del corteo di pace e nel legame con la fatica, la capacità attiva di reagire al dolore nello svelamento della menzogna consolatoria. Non bisogna adattarsi alla violenza, ma reagire e in un percorso che non può prescindere da un’analisi di sé, muoversi per il miglioramento delle dinamiche e per la conquista della pace.
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Notizie sul volume:
Leonhard Frank, L’uomo è buono, Del Vecchio Editore, Roma 2014
ISBN: 9788861101067 | Pagine: 336
Traduzione e cura di Paola Del Zoppo
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Leonhard Frank nasce a Würzburg nel 1882 da una famiglia umile. Frequenta la severissima scuola evangelica, in una regione e una città di storia e cultura radicalmente cattoliche, e dopo il diploma di artigiano si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Monaco per diventare pittore. Nel 1910 interrompe la propria formazione per recarsi a Berlino. Frank è una presenza costante nei caffè e nei circoli artistici, ma non vuole essere parte di nessuna cerchia: ritiene che ogni sistema sia finalizzato al mantenimento del potere e che in ogni cerchia si rischino dinamiche di sopraffazione. Riconosciuta la propria vocazione, dopo alcuni brevi racconti dà alle stampe il suo primo romanzo, che vince subito il Premio Fontane. “Pacifista della prima ora”, si rifugia in Svizzera durante la Prima Guerra Mondiale, dove stringe amicizia con Álvarez del Vayo e frequenta gli artisti del Dada e gli scrittori engagé. Tornato in Germania, è controllato dal regime nazionalsocialista e costretto di nuovo all’esilio. Nel 1933 si sposta in Inghilterra, poi in Francia, dove viene internato nei campi di lavoro, poi finalmente riesce a fuggire in America nel 1940. Si stabilisce a Hollywood, scrive per la Warner Bros e frequenta Thomas Mann, Franz Werfel e gli intellettuali tedeschi ormai di casa in California. Infine si sposta a New York e poi torna in Germania, nel 1950. Ma l’accoglienza non è gloriosa quanto meriterebbe, e decide di spostarsi a Berlino Est, dove può contare sull’apprezzamento dell’amico Johannes Becher. Muore a Monaco nel 1961.
