Vivalascuola. Gli Asini n. 22-23. Riforme senza progetto

E’ uscito il n. 22-23 della rivista Gli Asini (luglio/ottobre 2014), rivista di educazione e intervento sociale diretta da Luigi Monti che unisce riflessione teorica e pratica didattica. Per gentile concessione della redazione, che ringraziamo, ne presentiamo l’editoriale, l’indice e un articolo di Giovanni Cuculi sulla sua prima esperienza di insegnamento alla scuola primaria.

Riforme senza progetto

Parafrasando Paul Goodman, che si riferiva più in generale alla società e non solo alla scuola, potremmo dire che proclamare a destra e manca la parola rivoluzione (tanto da una prospettiva di governo come da quella delle minoranze critiche)diventa, in un senso forte, controrivoluzionario.

È un’accezione troppo politica del termine e sembra presumere che possa esistere una cosa chiamata “buona scuola” (che è anche il titolo del piano di riforma del governo Renzi), mentre forse la cosa migliore che si possa desiderare è che ci sia una scuola tollerabile (come oggi non è per la maggior parte degli studenti e per la parte più viva degli insegnanti), che permetta a tutti di praticare una parte delle attività necessarie alla formazione di una coscienza libera: leggere, scrivere, far di conto, per qualcuno appassionarsi alle arti e alle scienze, costruire sguardi critici sulle cose e sul mondo, e nel mondo trovare un proprio spazio e una propria vocazione.

Nessuna istituzione, nessuna burocrazia, neppure la più efficiente, potrà mai garantire che questo accada in maniera certa, determinata, prevedibile. Che questo accada dipende da mille fattori, controllabili solo in parte. Ma questa “parte” – ovvero la struttura che garantisce alla scuola la sua vocazione universalistica – va indubbiamente modificata, in fretta e radicalmente. E preservata da ogni tentativo di smantellamento.

Certo la difesa della scuola come servizio pubblico procede di pari passo con la ricerca e la critica, insomma con la difesa della libertà dell’educazione e della didattica, o è inevitabile che declini in difesa corporativa e istituzionale. Come dire, difesa di una burocrazia e al limite di un’idea a cui siamo affezionati, che non ha però più alcun ancoraggio alla realtà.

Per cercare di capire la direzione che dovremmo dare al cambiamento (sia nella pratica spicciola che nell’organizzazione delle istituzioni educative) è inutile spaccarsi la testa su quotidiani, social media, riviste specializzate o circolari ministeriali. Sono luoghi questi dove la ricerca e la critica si sono inceppate da tempo e le categorie con cui viene descritta la scuola – diritto, funzione pubblica, mobilità sociale, parità delle opportunità, cultura classica, umanistica, scientifica, educazione, formazione, vocazione… – non corrispondono più alla realtà che descrivono. Ma pur essendo saltate, è su quelle categorie che si animano dibattiti pubblici, si attribuiscono finanziamenti speciali, si definiscono le riforme o i piccoli aggiustamenti strutturali che vengono passati come “rivoluzionari”.

D’altra parte descrivere il proprio lavoro di insegnamento senza scadere nella diaristica inerme o, all’opposto, nei sofismi accademici, è una delle cose più difficili. Gli insegnanti che prendono la parola per “dire” il proprio lavoro si concentrano di solito sul “sistema” (i foucaoultiani, dio ce ne scampi!), sulle condizioni contrattuali (i sindacalizzati) o sulle storie che riescono a rapinare a scuola (gli scrittori travestiti da insegnanti). E restituiscono in realtà una rappresentazione onnicomprensiva, e per ciò sempre ideologica, della scuola, con toni a volte melodrammatici a volte sarcastici (questi i più fastidiosi), fatta di “tipi” e di “maschere”, aderenti alla propria rappresentazione più che agli esseri in carne e ossa che incontrano.

Pochi – e sono questi a cui abbiamo chiesto di intervenire a inizio d’anno scolastico – sono coloro che si sforzano di raccontare quello che vedono in classe, di descrivere i problemi dell’insegnamento, gli strumenti e i metodi più efficaci, l’idea che si sono fatti dei processi di apprendimento (cosa accade e come accade nella mente dei loro alunni, nella loro e nell’incontro delle due) insomma la realtà in cui sono immersi. E cercano di trarne qualche considerazione generale valida per altri colleghi o qualche amministratore disposto ad ascoltare. (Gli asini)

INDICE

Strumenti
Le lacrime dei coccodrilli di Nicola Ruganti
Family hotel. Bambini in spiaggia di Alex Giuzio
Il professore, un mestiere che muta di Federica Lucchesini
La prima volta da insegnante di Giovanni Cuculi
Salvare i dispersi di Giovanni Zoppoli
In quarta col maestro Franco di Goffredo Fofi
Ma lo Stato è “maturo”? di Stefano Guerriero
Elogio del pensiero lento di Marcello Benfante
Due o tre cose sulle serali di Gabriele Vitello
L’editoria digitale e la scuola di Dino Baldi e Bruno Mari
Incontro con Nicola Villa
Padri e figli di Remo Ceserani

Dopo la scuola
Gli immigrati tirano calci di Stefano Talone

I doveri dell’ospitalità
Bambini. Tre poesie di Bertolt Brecht
con una nota di Roland Barthes

Immagini
La scuola all’aria aperta
con una nota di Franco Lorenzoni

Film: Studiare da prete
In seminario di don Edi Savietto, Giacomo Andreetta, Giulio
Della Coletta, Davide Forest, Giovanni Stella, don Alessandro
Ravanello, Davide Reichmann. Incontro con Nicola De Cilia.
Con una testimonianza di Tommaso Giani
Preti asini di don Giacomo Panizza

Scenari
Le “cose brutte” di Napoli, e dell’Italia di Goffredo Fofi
Noi mammiferi. Un romanzo darwiniano di Nicola Villa
La paura secondo Carrère di Sara Honegger
Vampiri adolescenti di Nicola Galli Laforest
Paesaggio veneto di Marco De Vidis
Sofri racconta Rostagno di Giacomo Giossi
Un’infanzia felice di Sara Honegger

* * *

Per richiederne copia
[email protected]

In Campagna abbonamenti le offerte per gli abbonamenti 2015.

Abbonamento on-line con carta di credito:
http://www.asinoedizioni.it/products-page/abbonamenti/479-2/

* * *

Chiedo asilo
di Giovanni Cuculi

Vai subito alla tal scuola, cercano un insegnante

Nella scena finale ci sono io che suono la chitarra davanti a tutti i bambini della scuola e che mi sento cantare “jingle bells, jingle bells, che felicità / oggi è nato il buon Gesù / con la neve che vien giù”. E succede che mi vedo da fuori e penso: ecco, è successo, ti hanno preso. Rimetto la chitarra a posto, e mi sento male.

In una scena precedente ci sono io che distrattamente fotocopio qualcosa, si avvicina una maestra, una mia collega, e mi dice: sul resto non lo so, però a educazione fisica hai dato voti troppo alti, in pagella. Io all’inizio credo scherzi, per cui le dico sì, è una vera classe di atleti. Lei non ride, e io capisco che sta parlando sul serio. Io mi chiedo cosa possa significare per un bambino di otto anni un sette “a ginnastica piuttosto che un nove come i suoi compagni. Cambio abilmente discorso.

È stato tutto molto veloce, a raccontarlo sembra un episodio di settant’anni fa, di giovanissimi maestri che giravano le provincie del dopo-guerra a caccia di incarichi. E invece no, è il 2013, mi chiama un’amica e mi dice vai subito alla tal scuola, cercano un insegnante e hanno finito qualsiasi graduatoria. Io ribatto che non è possibile, e che in ogni caso non sono in possesso di alcuna delle credenziali richieste, dal diploma di un Liceo Pedagogico a una laurea in Scienze della Formazione Primaria. Lei insiste, io vado in segreteria, dove mi chiedono: è almeno iscritto alla Facoltà di Scienze della Formazione? Bene, oggi ha da fare? Io dico sì, ma che in generale sono disponibile.

La mattina dopo mi chiamano alle 8.06, mi mandano dalla Preside e lì, mentre inizio a capire e quindi a farmela addosso, ricevo un’omelia introduttiva su quanto sia importante non dare addosso ai ragazzi se sbagliano, di quanto sia fondamentale rispettarli, ma contestualmente farsi anche rispettare: autorevolezza senza autorità – bene, ora vada a firmare il foglio e poi vada in classe che la stanno aspettando. Io mi accorgo di tremare. Sul serio.

Credo sia con il fare che ci si costruisca

E così eccomi in una seconda (e poi in una terza e una quinta), dove i bambini vedono un ragazzo giovane e sostanzialmente esaltato, e ovviamente sono curiosi e facilmente entusiasmabili. Io raccolgo tutta l’energia possibile e tutto il repertorio di anni di animazione (che fu cattolica, e poi in un doposcuola) con loro coetanei. Certo, quegli anni adesso fanno la loro differenza (conosco almeno un po’ la questione centrale: i bambini), ma non hanno fatto di me un insegnante.

Per un’approssimativa idea di quello che ogni maestro potrebbe e dovrebbe fare sono state molto più utili le questioni e le letture vissute con gli amici napoletani, modenesi, bolognesi (e via così) con cui ho condiviso progetti e percorsi, o ascoltando i maestri che ancora tentano di fare il loro mestiere con un po’ di lotta e di fantasia.

Certo, credo (basta il buon senso, e vale per ogni mestiere) che sia con il fare che ci si costruisca; ma a conti fatti, se ripenso all’annata, vorrei autodenunciarmi per parole, opere e omissioni. Non sono stato bravo. A mia discolpa devo dire che non ero neanche un precario, ero giusto un parvenu dell’educazione primaria, catapultato per caso in una scuola senza neanche aver capito bene perché. E che la scuola (primaria, le elementari) è difficile. Ho tenuto il colpo, ho cercato di non fare troppi danni. Però la sensazione è che mi abbiano comunque violentato. E che io non abbia posto resistenza.

Bambini inchiodati ai banchi, maestre alla cattedra

Assunto il mio sguardo per parziale e tutto sommato vergine, non fa scalpore se dico che si entra a scuola e si trovano i bambini inchiodati ai banchi – sarà facilone e un po’ didascalico, ma resta vero il Charly don’t surf di Cattelan. E la maestra inchiodata alla cattedra, che spiega. Tutto il tempo. E se i bambini non la stanno a sentire allora magari urla, o tiene con sé un campanellino che i bambini alla lunga ignorano (ma che avete oggi? ho anche suonato più volte il campanello!!). Comunque, lo strumento didattico che connota giorni, ore e compiti a casa è l’intramontabile sussidiario, mostro sacro dal nome arcano, che evoca un ineffabile “diario del Sussi” di cui ogni alunno ignora il significato. Sussi. Poi si spiega e si interroga, almeno i bambini sono abituati, si “fanno il metodo di studio”.

Ma che le racconto a fare? Li sappiamo tutti e a memoria i racconti dell’orrore, e soprattutto quelli della banalità del disastro: ci sono i bambini intontiti dal mondo, ignari di esso e beatamente chiassosi (ma neanche troppo, a dire il vero), e un drappello di maestre, più o meno tra trentotto e quarantacinque anni, ma si va ben oltre, che difendono la scuola con le unghie e con i denti, mettendocela tutta, cercando di far stare bene i bambini, con slancio e impegno. Però con pochi strumenti, con poco coraggio (o voglia, o sostegno, o Dirigente Scolastico, équipe…) per cambiare il modo di viverla. Mi hanno fatto arrabbiare, stavolta li riempio di compiti.

Per favore, dai qualche pagina di sussidiario da studiare

Dopo un mese di supplenza arriva un piccolo drappello di genitori durante l’ora di programmazione. Varcano la soglia della scuola, mi salutano con diffidenza (e io, scemo, li giustifico, non mi conosceranno) e si dirigono dalla coordinatrice della scuola. Escono, mi sorridono ma non salutano. Un minuto dopo eccomi davanti alla suddetta coordinatrice (devo dire, molto comprensiva nei miei confronti) a ricevere una preghiera: per favore, dai qualche pagina di sussidiario da studiare, l’ultima cosa che vogliamo è che questi vadano dalla preside a lamentarsi. Poi in classe fai quello che ti pare e piace, però qualche pagina di libro falla studiare, la risenti ogni tanto e questi non si lamentano più. Vado sconsolato a casa sentendomi un cretino, e un mio amico con cui mi sfogo (anche lui insegnante) mi dice: che volevi, che tutti ti dicessero solo ma che bravo il maestro nuovo? E poi senti, io ogni giorno do due o tre pagine, le scrivo bene sul registro, non le risento, non le spiego (chiedo solo: ci sono domande?), poi faccio tutt’altro, ma nessuno mi può dire nulla. Comodo no?

Quando dico che vorrei autodenunciarmi, magari esagero, ma lo dico davvero, non per posa. Al netto del luogo in cui ero, e di ogni opinione in merito sull’istituzione, un sano sguardo di autoverifica non mi promuove. Ho ascoltato i bambini come avrei dovuto e potuto? Ho (sembra banale ma vero) cercato di urlare il meno possibile? Ho fatto imparare loro delle cose? Abbiamo fatto delle esperienze che si possano dir tali? Ho creato piccoli (anche microscopici) contesti di apprendimento, affrancandomi dal maestrocentrismo che fiacca e annienta ogni sapere? E soprattutto, ogni cosa che ho fatto è servita solo a rendere più gradevole un’istituzione che sostanzialmente ha lo scopo di ovattare e livellare intelligenze e attitudini? A quest’ultima rispondo volentieri di sì. L’ho fatto. Avanti con il prossimo anno.

Questa cosa dei banchi non mi va giù

Però questa cosa dei banchi non mi va giù. Non ci credo che non ci sia soluzione, o che sia troppo faticoso o complicato decidere di fare a meno dei banchi messi nel tipico modo che tutti abbiamo in mente – anche se è successo: non ti far vedere dalla maestra Vittoria, perché per la sicurezza non si potrebbero mettere così! Non è possibile che non ci sia un’altra via, o che qualcuno non riesca a mettere in dubbio la questione. Si tratta di lavorare un po’ di più, forse, di strutturare le giornate (e quindi le stanze!) in modo che i bambini siano più autonomi e meno banchizzati, e cioè maestrizzati. Magari sarà più faticoso da preparare, ma in classe non ci sarà più bisogno di cinque ore di maestro che riversa il proprio sapere su una ventina di allievi immobili, no? La Montessori non era anche sulle mille lire? Non che fosse il posto migliore in cui farla stare, in effetti.

E poi giù tutti a leggere gli articoli di Repubblica sul modello perfetto finlandese (cito solo i titoli degli ultimi due, per ridere: “Classi high-tech, libri gratis e nessun bocciato: ecco la via finlandese alla scuola perfetta”, e poi “Intervalli per tutti, studenti autonomi: che shock la scuola finlandese”), o i mille miliardi di insegnanti che parlano di Barbiana, o di come funziona meglio all’estero, nel nord. Gli stessi che poi trovo a confessarmi guarda, Giovanni, ecco la verità: l’Angelica andrebbe bocciata, perché i compiti non li fa, le prove di verifica non me le ha fatte, a casa non fa niente e nessuno controlla, però non possiamo, perché sono pochi e l’anno prossimo rischia di saltare la classe.

Se un bambino si appassiona impara tutto

Oppure, i voti. Facciamo così, che non ho ancora letto abbastanza, che non ho ancora un’opinione reale, che ho iniziato a fare il maestro essendo solo un po’ recalcitrante a dare delle valutazioni con dei numeri, ma abbastanza convinto che, se ci sono tante persone (anche validissime!) che li usano e li sostengono anche nella scuola primaria, avranno pure una loro utilità. Ero anche quasi convinto, a un certo punto, che la “motivazione intrinseca” non fosse sufficiente. Però mi scontro da subito con un loro pessimo utilizzo (è un eufemismo).

Guarda, a quello lì a giugno ci penso io, gli arriva un bel sei. Eh, che ci vuoi fare? E poi tanto non ci sarà nessuno a cui dirlo. Sì, il babbo è irreperibile da anni, la mamma completamente inaffidabile – c’è solo una nonna che gli sta dietro, ma non ce la fa, povera donna, e i compiti se Camilla li fa è perché sceglie lei, sicuramente non perché qualcuno le sta dietro. Però io il sette non glielo metto. Non fa i compiti! / Te quanto gli metti ad arte? Ah, vabbè, ma te sei un buono, certo. No, io a Marco gli do sei: non sa fare neanche un disegno intellegibile, non si capisce mai niente! No, quest’anno praticamente non l’abbiamo mai fatta arte, macché, ma lui non sa disegnare! / Ah guarda, se lui ti scrive qualcosa è un miracolo: in casa parlano solo il tedesco, e qui a scuola l’ortografia è un problema enorme. Io gliel’ho detto, ti metto sei, ma se tu leggessi le pagine che vi do per casa, del sussidiario, almeno tre o quattro volte di fila, miglioreresti senz’altro!

Lo giuro: non servono i neuroscienziati alla Gerald Hüther (che comunque la classe insegnante potrebbe anche vedersi, su youtube) a spiegare che se un bambino si appassiona impara tutto e alla velocità della luce, e che se invece impara perché deve prendere un voto, il tramite è la paura e quindi impara meno. Però ti aspettano al varco, ecco la trappola: bisogna abituarli da subito, perché poi quando arrivano alle medie se no sai che contraccolpo! Come dire, arriva la merda a dodici anni, tanto vale iniziare da sei. Se dopo il sistema educativo fa schifo perché stare bene prima?

La scuola è sola e impotente

Non si può più scrivere niente sulla scuola primaria che non sia già stato scritto, ma la metafora del Titanic, adesso, nel 2014, è calzante: sono moltissimi i suonatori sul ponte della nave, e c’è anche chi organizza le poche scialuppe di salvataggio in modo dignitoso. Ma tutto il resto affonda. Che senso ha scrivere con l’acqua alle caviglie? E lo so che ho sollevato un sacco di questioni senza approfondirne una, che ho fatto una specie di diario utile solo se qualcuno ha voglia di confrontarsi con uno sfogo di un maestrino (come non hanno mai smesso di chiamarmi le custodi del “plesso” delle medie).

Ma sono solo io che non voglio più vedere i lavorini per la festa del papà e per quella della mamma, rispettivamente blu e rosa? Che vorrebbe vedere dei bambini gironzolare per le città?

Mentre scrivo, a metà agosto, si stanno preparando i normali proclami settembrini sulla scuola da parte del governo, e intanto solo adesso sembra che l’Italia si stia accorgendo di quanti danni ha fatto (per la scuola primaria, almeno) la riforma Gelmini. Non è questo il luogo di un’analisi, ma resta vero che nessuno dei successori (Gelmini, Profumo, Carrozza, Giannini) ha proposto una visione diversa: meritocrazia e concorsoni, tutt’al più. Qualche empito sindacalizzante. L’edilizia (che per carità).

Suona un po’ rétro, ma si assiste impotenti a lenti smottamenti per cui la scuola, che doveva essere il principale luogo in cui poter livellare le differenze di classe (si può dire?), sta invece compiendo l’esatto percorso inverso: la scuola indietreggia. Ha paura delle famiglie, ha paura delle denunce, ha paura degli ultimi, ha paura del sapere – provate ad aprire un sussidiario!, davvero, andate a leggerne uno, e confessate se la sensazione è poi così diversa da quella che si prova aprendo una confezione di spaghetti allo scoglio congelati.

E non c’è niente da ridere!, la complessità è bandita, e con lei il pensiero. Gli esempi per fare diversamente ci sarebbero, nel passato e nel presente, ma evidentemente non sono comodi, non sono standardizzabili, non sono “praticabili su larga scala”. E allora ecco, i bambini che a casa sono sostenuti da famiglie più o meno benestanti, vanno (e stanno) bene a scuola, gli altri no. Ci sono eccezioni, ma poche. Lo si dice da tempo, lo so, ma adesso non è meno vero di quarant’anni fa.

Una mamma entra a ricevimento e mi dice: buonasera collega. Sì, sa, anch’io sono insegnante. Come va Mirko? Sa, viene dall’Ucraina ma ha fatto tanti sforzi. Però me lo dica eh, se per caso non studia! Noi ci vogliamo bene, ma io l’ho avvertito: se non studi, faccio male al gatto! Sa, gli abbiamo preso un gatto (e vedesse ora come lo coccola!, come gli sta dietro), ma lui lo sa, se per caso non si comporta bene io picchio il gatto. Sa, l’altro ieri mi aveva fatto arrabbiare, io ho fatto finta di fare male al gatto, e vedesse lui come piangeva!! Ma mi dica mi dica, come va Mirko? Ne fa di errori?

E poi è finito l’anno e io ho in testa più domande di prima, astratti pensieri di scuole alternative o improbabili piccole conquiste dentro il sistema. E in più la sicurezza che per ancora qualche quadrimestre non farò il maestro (anzi, l’“insegnante nella scuola primaria”), e l’inevitabile sensazione di un anno comunque bello, perché passato in mezzo ai bambini.

E ora, che vorrei quasi scrivere qualcosa che rilanci, o almeno che renda giustizia alle centinaia di persone che nella scuola si fanno il culo perché tutto non affondi (e ci sono), in realtà non mi viene. No, dai. Neanche rispetto a questi mesi passati a scuola, che ovviamente mi hanno regalato non poche scoperte. Ognuno si immagini quelle che può e che vuole, mettendo un ventinovenne carico di energia e di voglia di stare con pochi bambini (una sola sezione!), un grande giardino, una custode generosa, e un bel po’ di amici che lui stesso ha invitato a parlare di altre cose che non fossero la scuola. Possono succedere cose belle? Possono succedere. Anche bellissime? Anche. E tutto, proprio tutto, viene risucchiato dalla grande macchina, che ottunde ogni sentimento e uccide ogni istanza creativa e (nel senso migliore) politica? Ecco, questo ancora non l’ho capito. Forse la scuola, dopotutto, prima che mostruosa, è sola e impotente.

Gita a Torino, con terza, quarta e quinta

Gita a Torino, con terza, quarta e quinta. Viene un genitore perché altrimenti non ci sarebbero abbastanza adulti. Quasi tutti se la possono permettere, chi non viene (soprattutto di terza) “è perché i genitori non se la sentono”. Piccolo giro di solidarietà per un bambino la cui famiglia non può pagare. Partiamo. Tappe obbligatorie, come si può ben immaginare, Reggia di Venaria (appena arrivati) e naturalmente il Museo Egizio. Ma chiedendo ai bambini quale sia stata la tappa più bella, la risposta è senza dubbio lo Juventus Stadium. I miei amici calciofili hanno approvato alla grande, le maestre, che lo hanno proposto, sono al settimo cielo, e così il genitore (il papà di un bambino) che ci ha accompagnato; io addirittura mi faccio insegnare un coro da stadio pro-Toro, per buttarla sul ridere.

Ma una volta dentro, non ce la faccio. Ecco, benvenuti bambini, sono tantissimi quelli che vengono in questo posto, sapete? Grandi e piccini. E non solo perché nell’area ci sono quarantunmila posti a sedere, venti bar e otto ristoranti! Ecco, questa è la parte più antica dello stadio, quello che era il vecchio Delle Alpi, ed è l’unica che non è stata toccata, e sapete perché? Perché proprio questo terreno su cui camminate è stato calcato per anni da grandissimi personaggi della storia del calcio italiano, che dico, mondiale, come Platini, Boniperti, Agnelli… Persone che hanno fatto la storia! E allora si è deciso non solo di lasciare tutto com’era, ma di farne il luogo di ingresso dell’area Vip Hospitality Experience, che permette, se si è abbonati, di mangiare in un vero e proprio ristorante nello stadio, per poi sedersi vicino al luogo in cui storicamente siede la Presidenza, insomma, gli Agnelli. Vedete? Questi posti hanno anche il teleschermo per rivedere i goal. Ottomila euro l’anno, per l’abbonamento, sì.

Ed ecco, bambini, ora faremo il percorso che fanno i giocatori della Juventus prima di entrare in campo. Partiamo dagli spogliatoi, disegnati da Pininfarina e non troppo ampi per favorire la concentrazione e il raccoglimento prima di ogni sfida. Sapete chi siede qui, in genere? Bravi, sì, Pirlo e Buffon, gli anziani della squadra. Ma andiamo avanti, queste sono le vasche per abbattere la temperatura corporea degli atleti, per i muscoli, dopo le partite, questi i lettini per i massaggi, qui l’area per le conferenze stampa – ma ci si arriva solo dopo un piatto di pasta, per recuperare gli zuccheri persi durante la competizione, che viene mangiato proprio a questi tavoli. E prima di entrare in campo le due squadre si schierano in fila, una accanto all’altra, proprio qui.

E lo vedete, alle pareti, a proteggere e ad augurare un buona partita, a ricordare agli avversari contro chi stanno per giocare, abbiamo queste due frasi, scelte dalla società come ultime parole che i giocatori leggono prima di ogni ingresso nel catino dello Juventus Stadium. Leggiamole insieme, partiamo da quella di sinistra: “Qui bisogna lottare sempre e quando sembra che tutto sia perduto, credici ancora, la Juve non si arrende mai – Omar Enrique Sivori”, e a destra “Con la Juventus ho imparato a vincere. Non so come è successo, è qualcosa che si respira nell’aria dello spogliatoio, sono concetti che vengono tramandati da giocatore in giocatore, è il sentimento che ti trasmettono milioni di tifosi e non c’è club nel mondo che ti faccia lo stesso effetto – Egdar Davids”. Venite bambini, entriamo in campo.

* * *

RISORSE IN RETE

La “Buona Scuola” di Renzi qui.

La Direttiva sulla Valutazione qui.

Questo è il sito Adotta la LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP. In questo video ne parla Anna Angelucci.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e  la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Appello e “Domande-Risposte” dall’assemblea del “Manifesto dei 500? qui.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su vivalascuola: da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione: ScuolaOggi, Edscuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, école, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Foruminsegnanti, Like@Rolling Stone, Associazione Nonunodimeno, Gli Asini

Siti di informazione scolastica: OrizzonteScuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola.

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

 

Un pensiero su “Vivalascuola. Gli Asini n. 22-23. Riforme senza progetto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *