LA MOSSA DEL MATTO AFFOGATO di Roberto Alajmo

Per chi conosce bene il gioco degli scacchi la mossa del matto affogato non è una novità. Si tratta di uno scacco matto speciale, il più umiliante: il re, bloccato dai propri stessi pezzi non può più muoversi.
“…Attraverso una serie di sacrifici, l’avversario ti ha chiuso in gabbia. Uno dopo l’altro sono i tuoi stessi pezzi ad averti circondato e messo in un angolo da cui non puoi più scappare. Nel giro di poche mosse sei passato dall’illusione di poter vincere sfruttando i suicidi in serie dell’avversario, alla frustrazione di doverti suicidare tu, senza possibilità di scelta, e di fronte alla minaccia di un unico cavallo superstite. Per quanto l’avversario sia ormai dissanguato, l’ultima mossa servirà solo a stringerti il cappio attorno al collo…”
Il brano tra virgolette è estrapolato dal nuovo romanzo di Roberto Alajmo: “La mossa del matto affogato” (Mondadori, 2008, pagg. 241, euro 17).
Un romanzo come una partita a scacchi, dove il titolo di ciascun capitolo è il codice di una mossa (dalla prima fino allo scacco finale). Un romanzo di ventisei capitoli, una partita in ventisei mosse.
Il protagonista (e il giocatore) si chiama Giovanni Alagna: un impresario teatrale che opera in una città siciliana (Palermo?) e che ha improntato attività ed esistenza avvalendosi, all’occorrenza, di imbrogli più o meno gravi. Un personaggio algido e determinato, ma che finirà con il rivelarsi uno sconfitto. Un “vinto” che si aggiunge alla schiera di quelli già tratteggiati da Roberto Alajmo nei precedenti romanzi. Con la differenza che, stavolta, il perdente è un uomo di cultura, un uomo alquanto noto.
Alagna ottiene successo, beneficia delle luci della ribalta, conduce una vita persino al di sopra delle proprie possibilità. Poco importa se, per farlo, deve ricorrere al bluff, alle bugie, alle omissioni. Poco importa se – di fatto – si ritrova a usare gli altri con noncuranza e semplicità strabilianti, basandosi sul motto: “meglio rimorsi, che rimpianti!”
Meglio rimorsi, sì; ma quando i rimorsi crescono all’eccesso e hanno la faccia di tua moglie Elvira (che decide di cacciarti fuori di casa dopo l’ennesimo tradimento), o il viso duro e quasi ostile delle tue due figlie che non si fidano più di te; quando il rimpianto assume le dimensioni catastrofiche di atti di violenza compiuti ai tuoi danni da delinquenti senza scrupoli, mandati a riscuotere soldi che non sei in grado di restituire; allora, Giovanni Alagna, cominci a capire che la partita sta prendendo una piega che non avevi preso in considerazione. Cominci a capire che stai perdendo.
Alla fine non ti rimane che inscenare un’uscita di scena melodrammatica, da par tuo. Un’uscita di scena con i riflettori puntati addosso. Tu attore, e gli altri – chi ti ha amato e chi ti ha odiato – intorno a te, a farti da pubblico (o almeno, così ti pare) mentre ti ritrovi paralizzato da una serie di scelte sbagliate. Fine della partita, Alagna. Scacco matto. Non ti resta che affogare.
L’utilizzo della “seconda persona” nelle frasi precedenti non è casuale, ma riflette una coraggiosa e originalissima scelta narrativa dell’autore. Quella di scrivere un romanzo tutto in “seconda persona”, dalla prima all’ultima parola. Un romanzo, però, che scorre lieve, veloce (come la scrittura del suo autore: pulita, scevra da orpelli stilistici, frasi retoriche, pesanti aggettivazioni) e che riesce a colpire duro. Come usa dire lo stesso Alajmo: “I miei libri sono facili da mangiare, difficili da digerire”.
Massimo Maugeri

26 pensieri su “LA MOSSA DEL MATTO AFFOGATO di Roberto Alajmo

  1. robertorossitesta

    Come usa dire lo stesso Alajmo: “I miei libri sono facili da mangiare, difficili da digerire”.

    Enunciazione semplice ma raffinata, dietro alla quale si nascondono discorsi profondi. Ecco che cosa vorrebbe poter dire dei propri lavori ogni scrittore avveduto!
    Grazie e un caro saluto, Roberto

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  2. Massimo Maugeri

    Grazie, Roberto.
    Quella frase di Alajmo “I miei libri sono facili da mangiare, difficili da digerire”, significa – appunto – che la scrittura scorre lieve e… “accerchia” il lettore senza che questi se ne accorga.
    Davvero un buon libro, questo nuovo romanzo di Alajmo.

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  3. fabrizio centofanti

    grazie, Roberto: approfitto della tua presenza, ti sparo qualche domanda e torno più tardi.
    secondo te, così come stanno le cose, la scuola (argomento del giorno) ha davvero qualcosa a che fare con la letteratura?
    (la fa amare, la fa odiare?)
    lo scrittore può insegnare il come, più che il cosa, secondo la nota teoria di Calvino?
    ogni scrittura parte comunque, direttamente o indirettamente, dalla cronaca (Saviano, Alajmo)?
    a tuo parere, gli scrittori italiani di questi anni scrivono davvero per gli altri? (o parlano a se stessi?)
    perdonami se ho esagerato.
    un abbraccio
    fabrizio

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  4. Massimo Maugeri

    Caro Fabrizio,
    ho sentito per telefono Roberto Alajmo… l’ho beccato in Germania (era appena arrivato).
    Non aveva ancora avuto modo di leggere le tue domande perché è stato – appunto – in viaggio. Però proverà a rispondere stasera, dall’albergo (connessione permettendo).

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  5. Massimo Maugeri

    @ Roberto
    Non so se riuscirai a connetterti oppure no, ma io te lo chiedo lo stesso (visto che al cell. non cìè stato il tempo, ché andavamo di fretta).
    Ma che ci sei andato a fare in Germania? 🙂

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  6. roberto alajmo

    Scusate l’incostanza: sono in viaggio per lavoro.
    Alle domande di Fabrizio vorrei rispondere con più calma e con una connessione meno precaria. A una però voglio rispondere subito: io mi sento veramente di raccontare il cosa, non tanto il come. Metto uno specchio davanti alla realtà. Personalmente credo che qualcuno dovrebbe preoccuparsene, e cercare di cambiarla, questa realtà. Ma la vedo dura. Forse Saviano c’è andato vicino, e la sta pagando per questo. Ma in generale non credo che uno scrittore possa prescrivere la cura: deve accontentarsi purtroppo di fare una diagnosi.

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  7. fabrizio centofanti

    grazie, Roberto: è già importante questa prima risposta.
    e una diagnosi è da considerarsi un traguardo decisivo.
    aspettiamo il tuo ritorno , allora.
    buon lavoro e grazie ancora a Massimo.
    fabrizio

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  8. Massimo Maugeri

    “generale non credo che uno scrittore possa prescrivere la cura: deve accontentarsi purtroppo di fare una diagnosi”.

    Sono d’accordo, Roberto.
    Io ho sempre pensato – e continuo a pensarlo – che uno scrittore non debba dare risposte, ma (semmai) porre (e far porre) domande.

    Grazie per essere intervenuto anche da terra straniera:-)

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  9. Massimo Maugeri

    E, tornando al libro, aggiungo che “La mossa del matto affogato” pone (e fa porre) domande.
    Una, per esempio, ha a che fare con il senso e la precarietà del successo.

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  10. Massimo Maugeri

    Trovo che le domande di Fabrizio siano molto interessanti.
    Propongo di rivolgerle a tutti, non solo a Roberto.

    – così come stanno le cose, la scuola (argomento del giorno) ha davvero qualcosa a che fare con la letteratura?
    (la fa amare, la fa odiare?)
    – lo scrittore può insegnare il come, più che il cosa, secondo la nota teoria di Calvino?
    – ogni scrittura parte comunque, direttamente o indirettamente, dalla cronaca (Saviano, Alajmo)?
    – gli scrittori italiani di questi anni scrivono davvero per gli altri? (o parlano a se stessi?)

    Cosa ne dite?

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  11. Subhaga Gaetano Failla

    La diagnosi bisogna saperla leggere, come dovrebbe saper fare ogni buon medico. La diagnosi… Un anonimo impiegato si trasforma in coleottero, un principe di Danimarca impazzisce, un uomo in preda alle sue chimere aggredisce un gregge di pecore e dei mulini a vento… Qual è la diagnosi? La diagnosi è l’arte, la capacità di estendere il proprio essere, nell’espressione creativa, oltre le frontiere minuscole del proprio io, e oltre quelle mura inesistenti, c’è pace e bellezza e armonia. E ogni opera d’arte proietta la propria luce ad illuminare quella faccenda chiamata “realtà”.

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  12. Carlo Cannella

    Si sa come sono fatti gli uomini, più dici loro che non stanno bene, che dovrebbero guardare in faccia la realtà e che tutto intorno a loro sta incancrenendo, più indietreggiano e ficcano la testa sotto la sabbia.
    Certo a chi scrive resta la possibilità di preservare la propria dignità, ma non la possibilità di incidere nel sociale. Un libro può salvare la vita di una persona, ma non risollevare le sorti di un sistema. E’ sempre stato così, no?

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  13. Carlo Cannella

    Proponi un’indagine complessa. Sono davvero i libri che cambiano la società, o è la vita delle persone, con un carico di desideri magari ancora inconsci, a dirigersi verso determinati libri?

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