
Se c’era un imbuto nella storia, un rapido precipitare nel destino, di cui già s’intravedevano gli eventi più eclatanti, così avveniva nella nostra crescita interiore, sempre più orientata verso il centro, l’essenziale, l’Archetipo del Cristo, avrebbe detto Jung. La preghiera diveniva più importante, e così l’indipendenza dal contesto, dal bailamme di persone e situazioni ingoiate dal frullato indigesto della globalizzazione. La nostra era una voce fuori del coro, ignara dei richiami all’ordine del politically correct, dei diktat sui temi da proporre, sulle linee da seguire. Noi restavamo fedeli alla traccia indicata dal Signore, mettevamo in risalto le contraddizioni di un sistema umano, troppo umano: così umano da perdere Dio, la sua presenza indispensabile al rinvenimento di un significato. La luce sprigionata nel silenzio, nel lungo tempo dedicato alla contemplazione, illuminava l’oscurità dei fenomeni sociali, politici, perfino religiosi, che ignoravano l’assoluta particolarità della fase storica in atto, il potenziale di violenza insito nelle ideologie e, purtroppo, in certe teologie aberranti, che nulla avevano a che fare col divino.
Il silenzio: era questa la parola d’ordine che sentivamo nostra; un ascolto attento della Voce che saliva dal profondo, a portare quella vita che mancava al mondo. E questa vita avremmo trasmesso alle orecchie che volevano udire, perché solo la parola che nasce dal silenzio ha diritto di essere detta e recepita, per restituire il senso perduto alla storia umana e ai suoi protagonisti.
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79. Il Bene

Il cammino dell’uomo. Da tempo consigliavamo di leggere l’aureo libretto di Martin Buber, che in sei tappe preparava interiormente ed esteriormente all’avvento di Cristo. Capire la vita come itinerario diventava sempre più urgente in una società che ormai girava su se stessa, intorno al proprio ombelico, sempre più ripiegata sul mito tecnologico dell’auto realizzazione, che immancabilmente diventava auto gratificazione, ruminamento onanistico dei quattro piaceri che avrebbero dovuto riempire la vita con un gioco di prestigio. Ma la vita presentava il conto, tanto più salato quanto più ci si faceva prendere nelle spire implacabili di un edonismo letale. Era un dono della Provvidenza, dunque, il percorso di catechesi che portavamo avanti in quel periodo: la proposta di un passaggio graduale e profondo dai vizi alle virtù, come don Mario aveva insegnato con un esercizio geniale: scrivere in cima a un foglio uno dei vizi capitali e poi trarne una catena di conseguenze, che mostravano con incontrovertibile chiarezza dove il tutto andava a parare. La stessa cosa faceva con le virtù. Solo così “il cammino dell’uomo” diventava un passaggio consapevole da un’atmosfera all’altra, dalla melma del peccato all’aria pura e stimolante della vera conversione, quella che desidera il Bene, e ne fa la meta più agognata della propria vita.
78. Questione di cellule

C’era ancora bisogno delle profezie? In realtà, i fili cominciavano a farsi più visibili: la divisione nella Chiesa sembrava irreparabile – sapevamo di dover pregare intensamente -, la violenza terroristica seminava morte nei modi e nei luoghi più imprevisti, le tensioni internazionali si facevano evidenti. Solo noi restavamo invisibili, nella zona protetta dal Signore e proprio per questo in ombra, docile alla sua ispirazione, declinata nelle linee portanti della purezza, dell’umiltà, della pace, dell’amore. E poi, certo, della sofferenza: offerta e umiliazione erano spine e nello stesso tempo carte vincenti da giocare, al tavolo pieno di sorprese del paradosso cristiano. Ci sentivamo nel cuore pulsante di tutto l’universo, immersi nel crogiolo di una Sapienza antica e nuova, divina, che impregnava ogni minimo atomo del cosmo. Le scintille di Dio balenavano nel tempo e nello spazio abitato dalla Provvidenza: in un’alba, in un gioco di nuvole, nella poesia, nella musica, nelle nostre intuizioni, scaturite da un dialogo affacciato sulle verità profonde della vita. Sentivamo quel volgere d’anno come decisivo: le promesse si sarebbero avverate, il filo d’oro del Progetto avrebbe cominciato a brillare nel buio della violenza umana, del cinismo, della negazione del mistero. Anche noi eravamo atomi aperti alla vita, cellule sensibili a ogni lieve richiamo dell’amore antico e nuovo del Creatore.
77. Un Natale eterno

Dicevo della ripetizione. Comprendevamo meglio come i pensieri negativi si ripetessero senza interruzione, dando vita a sensazioni, sentimenti, stati d’animo. Guardavamo la gente e capivamo facilmente da quali correnti, da quali flussi potesse essere percorsa e spesso angosciata, logorata. Leggevamo nel pensiero? No, ma eravamo più sensibili a questa verità lampante, altrettanto innegabile quanto l’altra che, per contrastare l’onda anomala di negatività, si rendesse necessario opporre una diversa e opposta procedura di ripetizione. Ciò spiegava, per esempio, perché i messaggi mariani battessero gli stessi tasti: la pace, la gioia, la fiducia. Era evidente che tendevano a sostituirsi alla melma cerebrale e affettiva che riempiva il mondo, i residui fissi di odio, di tristezza, di depravazione, i rifiuti non riciclabili della feccia più infima che riempie gli interstizi della mente e del cuore. In questo scenario deprimente avremmo dovuto portare il principio di Risurrezione, l’energia pulita di una gioia di vivere che non aveva niente a che vedere col successo, col piacere, coi trionfi umani, tanto eccitanti quanto effimeri. Avremmo portato, al contrario, il silenzio e l’umiltà, la sobria ebbrezza dello Spirito, come la chiamavano i Padri. Toccavamo le radici della vita, affondate in quell’abisso che è il Cielo, e che non tutti riescono a trovare, impegnati come sono a scalare le vette di traguardi privi di luce e di spessore, ignari della necessità di nascere di nuovo, dell’opzione imprevista di un Natale eterno.
76. Avere o essere

Era una strada nel deserto. Il Signore ci aveva abituato ai passaggi difficili, alle porte strette di evangelica memoria: ci sentivamo, nello stesso tempo, indispensabili e inutili, trasparenti e ingombranti. Sicuramente leggeri: il crogiolo di Dio ci aveva tolto tutto, tranne la gioia di vivere, l’esaltante esperienza della Pasqua. Era questo il momento che vivevo: l’esperienza della potenza della Risurrezione laddove la fiducia era ferita, il dubbio in agguato, l’amarezza in crescita. Una sensazione indescrivibile si faceva strada: stavo tornando ai tempi in cui don Mario mi aveva aperto uno scenario nuovo, dall’abisso della sua pasqua personale: una vita che nasce dalla morte, il vero specifico del Cristianesimo. Da questa posizione, più nulla ci poteva turbare. Il contesto, in fondo, era sempre lo stesso: l’ostilità dei “colleghi”, l’atmosfera materialista che ci circondava, l’incredulità di fronte alla profezia che aleggiava su questa fase storica. Ma c’era qualcosa che emergeva sempre più, e, vorrei dire, sempre meglio: l’amore, una forza vitale che arrivava al cuore direttamente dal Risorto. Mi tornava alla memoria un vecchio libro di uno psicologo tedesco, naturalizzato americano: “Avere o essere”. In fondo, il bivio era quello: scendere a patti coi criteri del mondo, o lasciarsi prendere per mano dal Signore dell’Essere, il Dio della Vita che non muore.
75. Il tempo

Leggere i messaggi ci faceva bene. Era come abbeverarsi allo spirito che trascende il tempo, che vede oltre la nostra precaria contingenza. Molti li ritenevano inautentici, per la loro ripetitività: sembravano banali, inutili, noiosi. Noi avevamo compreso il senso nascosto della ripetizione, la dinamica del male che si trasmette, appunto, ripetendo, replicando se stesso, il cattivo infinito in cui l’anima trova una sicura perdizione. Per questo la Chiesa esorta a recitare preghiere ritenute anch’esse inutili e banali, perché non fanno altro che ripetere: il rosario, per esempio, o la preghiera di Gesù, immortalata nei racconti del pellegrino russo. “Pregate col cuore”, diceva Maria nei suoi messaggi: era l’antica verità dell’unione tra pensiero e sentimento, che sempre più si radicava nella nostra esperienza quotidiana. Il male del mondo si annidava nella divisione tra corpo e spirito, mente e cuore, nel rincorrere obiettivi materiali lasciando indietro l’anima, anch’essa sentita come inutile e banale, retaggio di epoche arcaiche e non più replicabili nell’oggi. Ma l’urgenza era l’adesso, come aveva compreso l’autore geniale del Vangelo di Luca, in cui riemergeva ad ogni passo proprio questa parola: oggi vi è nato un Salvatore, oggi questa parola si è compiuta nelle vostre orecchie, oggi la salvezza è entrata in questa casa, oggi sarai con me nel Paradiso. Il mondo era chiuso nel carcere del suo tempo diviso; a noi il Signore spalancava la porta dell’eterno. E questo eterno eravamo chiamati ad annunciare.
74. Silenzi

Eravamo convinti che la verità sarebbe emersa con naturalezza, come un fungo dopo la pioggia, alla fine di un percorso in cui chi aveva una percezione realistica della situazione avrebbe sofferto l’incomprensione della maggioranza, trascinata dalla corrente irresistibile dei media.
Il Signore avrebbe utilizzato anche questa attenzione ai temi della fede, per quanto strappati all’alveo naturale della Tradizione, per risultare più graditi al palato dei lontani.
Gli eventi preannunciati sarebbero serviti a riportare all’essenziale: la violenza di cui parlavano le profezie avrebbe ricondotto cuori e menti all’essere, alla chiave della profondità, con cui si sarebbero schiuse le porte del mistero.
Solo Gesù avrebbe potuto descrivere il Regno dei cieli come un ladro, che arriva quando meno te lo aspetti: il mondo avrebbe scoperto che ci si può assicurare su tutto, ma non sulle sorprese riservate dalla vita a chi se ne ritiene il legittimo padrone. In molti si sarebbero trovati a mani vuote, privati delle loro illusioni, fomentate, purtroppo, da autorevoli fonti religiose. Ma c’era ancora tempo per tornare al bello, al buono, al vero; per riscoprire le antiche e nuove verità di un Dio che non scende a compromessi con le voglie del mondo, ma vuole riscattarle dalla loro inconsistenza. C’era ancora tempo, ma i messaggi mariani dicevano che occorreva fare in fretta, e che proprio per questo chi sapeva, non avrebbe dovuto più tacere.
73. Visioni

La caccia alle streghe cominciava. Le due fazioni preannunciate dalla Emmerich si delineavano con chiarezza maggiore, mentre solo i buonisti più incalliti avrebbero potuto ignorare la gravità e delicatezza del momento. A scontrarsi erano visioni del mondo contrapposte: il pensiero classico dell’essere, proprio della tradizione della Chiesa, e le derive nichiliste che fluivano nei mille rivoli del relativismo dilagante. Non avevo mai guardato con tanta simpatia alle pagine del catechismo, a quei numeri che parevano tronchi provvidenzialmente apparsi agli occhi spiritati del naufrago: 1650, 1651…
Per ora non restava che pregare, in attesa degli eventi che avrebbero cambiato il mondo, non con parole avventate e prive di qualsiasi fondamento, ma in base all’evidenza dei fatti. Seguivamo assiduamente i messaggi mariani che convergevano nella stessa direzione, e avevano mostrato di recente un inasprirsi dei toni, un incupirsi del clima di fondo, come se i ben noti scenari fossero alle porte.
Personalmente, ricordavo il primo impatto con la profezia: l’apparire dell’uomo col mio stesso nome, nato nel mio stesso giorno, arrivato al decimo piano dell’ospedale Sant’Eugenio raccomandandomi di stare sereno, perché don Mario, vittima di un terribile attentato, ce l’avrebbe fatta anche stavolta. Da allora in poi, il contatto col carisma profetico mi aveva attraversato come un fenomeno carsico, fino a riemergere con irrefrenabile violenza in quei tempi di grande confusione, in cui persino le guide spirituali più autorevoli davano la netta impressione d’aver perso il filo.
72. Il potere dell’amore

Lo scenario previsto si delineava a poco a poco: le elezioni del presidente americano, i primi, chiari segnali di un malcontento nella Chiesa, la stessa natura, che pareva agitarsi e contorcersi senza trovar pace. Era come se sotto la maschera imposta dai media, e dai loro manipolatori a volte insospettabili, prorompesse qualcosa che non era più possibile frenare. Del resto, il senso profondo della storia non si sarebbe fatto fermare dalle macchine oliate del politically correct: la verità cominciava a farsi strada, fuoriusciva tra gli spazi angusti delle gaffes, negli interstizi delle censure inaccettabili, nelle crepe cui una visione ambigua e opportunista della vita non poteva impedire di allargarsi, quasi a vista d’occhio. I soliti organi del pensiero unico continuavano a suonare il piffero di una rivoluzione ormai fallita, per le coscienze vigili di molti: le contraddizioni erano sotto gli occhi di tutti, anche se i fans delle lobby potenti si ergevano a difesa di posizioni indifendibili.
Nel nostro piccolo, davamo un contributo alla causa del Progetto: nella predicazione, nella catechesi, nell’ascolto di un Vangelo che proprio in quei giorni sciorinava testi apocalittici, quasi a conferma di un mondo nuovo che sarebbe sorto dalle macerie delle umane velleità. Il segno del Cristo emergente era la gioia che si faceva largo tra i colpi e le ferite, un sentimento profondo e radicale, che nasceva dall’unione col Re dell’Universo, il cui unico, immenso potere era quello dell’amore.
71. Repressioni

Ogni tanto, pareva s’aprisse uno spiraglio. Per vie paradossali, come sempre. Nei giorni precedenti era scoppiato il caso del domenicano incappato nell’ira funesta del politically correct , ormai imperante anche in certi, battuti corridoi della Curia Romana. Aveva osato pronunciare la parola “castighi”, peraltro presente nella nota preghiera che milioni di fedeli pronunciavano al termine della confessione, l’Atto di dolore. Ma il malcapitato non si era sognato di parlare di castigo in senso, come tecnicamente si suol dire, “afflittivo” – ossia come punizione diretta del peccato -, ma in termini, dogmaticamente ineccepibili, di appello alla conversione personale. Il direttore della radio, dai cui microfoni era partito il cosiddetto “anatema”, si era affrettato a cacciare il religioso, sospendendone la trasmissione ipso facto e latae sententiae. L’attacco deciso, anche da parte di alcuni vescovi imprudenti – che non avevano nemmeno letto il testo dell’intervento del domenicano -, aveva sortito, come spesso accade, l’effetto contrario, suscitando nei più accorti un’ondata di sdegno di fronte a tanto sfoggio di autoritarismo. Erano stupiti dalla negazione del diritto all’esistenza di un pensiero diverso, di una nota stonata rispetto al mainstream del momento. Si parlava di come difendere la radio, del resto apprezzata dal popolo di Dio, forte del suo “sensus fidei”. Gli animi cominciavano ad accendersi, di fronte a tanta solerzia nel sopprimere i germogli di una profezia piantata nel ciglio a strapiombo sull’abisso.
70. Il battito

Il battito del cuore: era questo il punto da cui la preghiera s’innalzava, come un grumo di vita donata, una traccia indelebile e viva dell’amore di Dio. Il cuore non lo puoi comandare, batte da solo; è stato messo lì da qualcun altro; qualcun altro ti dà il potere, ogni giorno, di sperimentare la gioia e la sofferenza, le delusioni e le sorprese, la sfida quotidiana che mette alla prova e fa fare un passo avanti verso la salvezza. Solo al ritmo di quel battito era lecito ricorrere ai criteri consueti della crescita interiore: l’analisi dei pensieri inconsci, la cura dei fini e delle motivazioni, la verifica finale dei comportamenti. Il battito del cuore era l’appello ininterrotto a dare priorità alla vita, a non ingolfarsi in acrobazie dell’intelletto o della volontà. Comprendevamo sempre meglio che per trasmettere amore non bastava sentirsi sicuri, impeccabili, difesi da incursioni esterne; ma semplicemente abbandonarsi all’amore più grande del Creatore, che si china sulla creatura comunicandole energia, guarendo le ferite, profondendo senso ai momenti più duri e in apparenza assurdi. Lo insegnavamo agli altri: ascolta il battito del cuore, fai spazio alla vita come dono. Il Regno di Dio era il sorgere improvviso di un’immagine, un ricordo, il segno di una presenza inconfondibile, il respiro del cosmo: tutto in un punto così infinitesimamente trascurabile, eppure ricco di una dignità senza misura.
69. Quale bellezza

Diventava importante capire come potessero convivere la bellezza della vita e l’epoca di sofferenza che si annunciava con maggior chiarezza. Eravamo sempre più coscienti di come bello, buono e vero fossero le vie d’accesso imprescindibili alla dimensione dello spirito. Rileggevamo le sintesi aggiornate di ontologia e metafisica, riferimenti certi nel contesto di confusione generale sulle basi della vita. La filosofia dell’essere era un farmaco provvidenziale nella perdita dei punti fermi, sintomo e causa di malattie spirituali di ogni tipo.
Ma come si potevano congiungere bellezza e dolore? Come coniugare l’ottimismo realistico di Dio con le tensioni, i conflitti, la violenza dilagante nelle strade della storia?
Avremmo dovuto chiederci, in preghiera, cosa turbasse il bello contemplato e vissuto nell’ottica “altra” del Vangelo. Fin qui, la risposta era scontata: la coscienza di un orizzonte oscuro, che incombeva sul mondo, era più che sufficiente a gettare un’ombra sulle nostre aspettative. Ma in che modo intravedere, sullo sfondo inquietante, la luce della speranza cristiana?
La risposta non poteva essere che una: in Dio, bello, buono e vero convergono perfettamente. Avremmo dovuto rivedere, dunque, la nostra concezione di bellezza, confrontarla con la Pasqua del Cristo, rivelarne la partecipazione alle sofferenze della Chiesa, l’unione alla Passione di Gesù. In questa prospettiva, si scopriva una bellezza nuova, che attingeva all’Essere di Dio, alla sua eterna verità e bontà. Oltre l’oscurità terribile del Venerdì Santo e il silenzio tombale del Sabato, si profilava la lama di luce dell’alba della Domenica mattina.
68. La speranza

Spiegare cosa fosse la speranza cristiana era un compito arduo, in quel periodo. Per chi fosse avvezzo al linguaggio delle profezie non poteva essere un problema: sullo sfondo oscuro degli eventi, la salvezza era un punto luminoso, inconfondibile. Solo la coscienza esatta del male avrebbe potuto avvertirci del bisogno urgente di salvezza. La narcosi imperante, invece, imponeva le lenti rosa dell’illusione a buon mercato, la fiducia malposta in un buonismo che avrebbe lasciato con la bocca amara.
Pensavamo alla domanda di Dio al profeta appena convocato: Cosa vedi, Geremia? Vedo un ramo di mandorlo, Signore.
Mandorlo, in ebraico, significa anche “vigilante”. Il profeta era un’insonne sentinella chiamata a tenere gli occhi del popolo vigili sul tempo che veniva. Un compito scomodo, soggetto a ogni forma di critica e obiezione, ironia e perplessità.
San Massimo il Confessore, uno dei grandi Padri della Chiesa, diceva che i vizi provengono da due attitudini interiori: la ricerca del piacere e la fuga dal dolore. Mai come allora, la società narcisistica – com’era stata definita – pareva soggetta a questi sbandamenti, opposti ma complementari. La perdita di Dio, del rapporto personale e profondo, aveva aperto la strada a ogni forma di presenza surrogata, esasperando, insieme, la morbosità e la fuga.
Come venire a capo di una distanza in apparenza incolmabile?
Sapevamo di dover restare saldi, costanti nell’annuncio, premurosi nelle spiegazioni, comprensivi nei confronti degli scettici e di quelli che, in nome di una falsa nozione di speranza, negavano l’urgenza della conversione. Sì, la speranza era proprio l’aggrapparsi alle ali di Dio, che avrebbe sostenuto coloro che accettavano di aprire occhi e orecchi alla sua eterna parola di salvezza: “quando vedrete queste cose, alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.
67. Le ceneri del vecchio

Non si trattava della fine del mondo, del giorno e dell’ora che nessuno conosce. Era invece il momento in cui tutto sarebbe passato nel crogiolo della purificazione, attraverso le tappe della divisione da Dio (il fondamentalismo religioso), la divisione dall’altro (la guerra) e la divisione da se stessi (lo scisma ecclesiale). Dicevamo sempre che occorreva tener d’occhio queste tre direzioni, per comprendere il corso presente della storia. Ricordavamo le parole di Gesù, le dichiarazioni che in molti rimuovevano, perché non rispondenti all’atmosfera del tempo, alle esigenze del politically correct: “se non vi convertirete, perirete tutti nello stesso modo”. E da cosa ci dobbiamo convertire? si chiedeva la maggior parte della gente. Si era perso il senso della trasgressione, a partire da quello che la teologia continuava a chiamare “peccato originale”. Il simbolo del libro della Genesi era chiaro: l’uomo coglie il frutto dell’albero dell’Eden, per cui, da quel momento, sarà lui a stabilire cos’è bene e cos’è male. Il suo giudizio vale quanto, anzi più di quello di Dio, che forse non esiste. Da allora in poi, cioè da sempre, il disordine è entrato nel mondo, l’anarchia etica da cui discende ogni sorta di prevaricazione, di deviazione, d’ingiustizia. Il male cresce, e con esso il dolore, il malcontento, il seme dell’infelicità. Quando il male si moltiplica, non ha più freni: perde la misura e il senso delle cose, e precipita verso l’autodistruzione. Questo era il momento che ci era dato in sorte. Da tempo circolavano avvertimenti dall’alto, inviti a una sincera conversione, a un ritorno a Dio, al riconoscimento di un legame strutturale fra Creatore e creatura. Non era la fine, ma un inizio nuovo, nato dalle ceneri del vecchio.
66. Annunci finali

Noi “sapevamo”. Eravamo sicuri che gli eventi sarebbero accaduti, e altrettanto consapevoli della loro gravità. Tentavamo di comunicare la certezza in modi comprensibili e accettabili, ma arrivava il momento in cui si creava la distanza, il dubbio, in cui il muro dell’incredulità diventava una barriera insormontabile. Questo non ci impediva di proseguire nell’opera di sensibilizzazione, nell’annuncio di tempi che avrebbero cambiato lo scenario mondiale e, di conseguenza, l’insieme dei nostri microcosmi. Se da più di trent’anni la Madonna lanciava i suoi messaggi, il motivo doveva essere importante. Pensavo a quanto fosse difficile per Dio farsi presente ai suoi figli distratti, assorbiti dai loro interessi, obiettivi ed ambizioni, come se il tempo non dovesse riservare delle svolte, come se oltre l’angolo non potesse mai manifestarsi una sorpresa. Il nostro compito era aprire le menti, ma soprattutto i cuori: far riscoprire la dimensione della profondità, in un mondo appiattito sulle frivolezze e le apparenze, come una sala da ballo sfarzosa e rumorosa poco prima dello scoppio della guerra. Già, la guerra: era difficile immaginare gli effetti di un conflitto globale nell’epoca delle armi nucleari. Forse proprio questo faceva intravedere il cambio di paradigma generale a cui tutte le profezie si riferivano. Eppure erano pochi quelli che ascoltavano: mangiavano, bevevano, si sposavano. La storia sembrava ripetersi negli stessi termini, nello stesso, puntuale appuntamento con l’uomo e la donna sordi e ciechi. Noi annunciavamo, nonostante: qualcuno, prima o poi, avrebbe aperto gli occhi.
65. Lo Straniero

Si affacciava sempre più un’idea portante, di quelle che appena si presentano diventano necessarie e imprescindibili: l’idea dell’alterità del Regno e del Vangelo, e dunque dell’urgenza di aprirsi a qualcosa – o meglio a Qualcuno – che non può lasciarti come prima.
La preghiera ci faceva comprendere che lo Spirito comunica le coordinate della vita trinitaria, quello che San Paolo chiama “il pensiero di Cristo”. Aprirsi all’Altro significava accogliere lo Straniero che abitava in noi, camminava con noi, come quel giorno sulla strada da Gerusalemme a Emmaus. Suonava anche più chiara, in questo modo, la dichiarazione del pastore universale davanti a tutti i popoli, nel giorno del Giudizio: ero straniero e mi avete ospitato. Il primo forestiero da accogliere era il Sé, che giaceva inascoltato nell’abisso della vita, quello che appare solo in sogno in certe notti segnate dal destino. Se avessimo aperto la porta al viandante misterioso, all’Archetipo di tutti gli archetipi, avremmo incontrato anche noi stessi, e non avremmo temuto mai più nulla. La vita trinitaria si faceva strada nei cuori provati da sofferenze e umiliazioni. Quella strana forma di amore che si chiama agàpe si insinuava alla luce del giorno, e non più solo nei sogni della notte. L’Altro era la chiave per distinguere le coordinate del nostro viaggio verso il Paradiso.
64. Dal letame

Mi avevano sempre colpito le parabole gemelle della perla preziosa e del tesoro nel campo, anche per la loro intrinseca bellezza. L’idea che qualcuno venda tutto perché ha trovato ciò che conta, mi affascinava e si faceva strada, come il seme gettato nella terra. Nello stesso tempo, mi stupiva il fatto che tanti non solo non trovassero perle o tesori, ma che spesso, in caso contrario, li disprezzassero, come le cose sante date ai cani di cui parla Gesù, in un altro passo del Vangelo. Com’era possibile arrivare a questo? La risposta poteva essere una sola: la paura. Per paura si fanno molte cose, ma soprattutto non se ne fanno. Si perdono le occasioni migliori, quelle che non tornano, come diceva acutamente Agostino: temo il Signore che passa, perché posso non accorgermene. Avrebbe potuto, il Signore, salvare da questa peste devastante? Si sarebbe chinato a ricucire trame interrotte da timori, invidie, gelosie, sciogliendo vite ibernate da una durezza algida che non lasciava spazio al soffio dello Spirito? Mi venivano in mente immagini forti, da trasmettere solo in nome di una carità che non teme di urtare, pur di scuotere dal torpore del rifiuto: è come se qualcuno sputasse – o peggio – su ciò che di prezioso ha ricevuto in dono. Subito dopo, tuttavia, si affacciava un’altra immagine, tratta dal repertorio del mio cantautore preferito: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Forse dobbiamo guardarci in faccia fino in fondo, scoprire quanto siamo brutti, sporchi e cattivi, per scoprire la bellezza di una perla, lo splendore mai visto di un tesoro.
63. Abbracciati

Quando seppi che il povero era morto, lo presi come un segno. Sì, saremmo tornati alle radici, quando la comunità era una cosa indivisibile dai volti derelitti che stazionavano la notte e il giorno, chiedendo, litigando, urlando a squarciagola. Ripensai all’abbraccio con cui mi aveva accolto quando ci avevano chiamato, perché si era messo a dormire sotto la statua della Madonna col bambino: mi aveva stretto forte, con le lacrime agli occhi. Chissà, magari un attimo prima di morire, travolto dal treno, aveva pensato ai pochi abbracci ricevuti in vita: e tra questi, chissà, magari c’era il mio. Sì, saremmo tornati alle radici; don Mario ci avrebbe ispirato di nuovo, con la sua carità senza confini. Avremmo pianto e riso, ripensando alle avventure che ci avevano visto isterici o insonni, tesi o preoccupati, ma sempre felici, con la vita che incalzava e si fermava soltanto per un rosario nel santuario, o una birra al ristorante sul mare. Se n’era andato anche lui, come quell’altro che veniva a bussare alla mia porta negli orari peggiori, con la sua cinquecento sgangherata avuta chissà come e chissà quando. Lo avevano trovato morto dopo giorni, fra i topi della casa. Se n’era andato senza salutare; ma forse anche lui, come l’altro, aveva trovato don Mario sulla soglia di quello che chiamiamo paradiso, e si sarebbero abbracciati così, senza parlare.
62. Gesù Bambino

La nostra vita si orientava sempre più decisamente a Cristo. Ultimamente era emersa un’esigenza imprescindibile di fare ordine, focalizzando un’articolazione e una gerarchia precise nelle nostre attività e ancor più negli ideali, nei contenuti, nei valori di cui i nostri giorni s’impregnavano. In cima a tutto c’era il Cristo, appunto; l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine: una realtà aveva senso solo se partiva da Lui e tornava a Lui. Intorno a questo Capo si arrotolava la pergamena della nostra vita: i progetti, le preghiere, i rapporti, la gamma ricca e varia delle espressioni personali e sociali, il nostro posto nella Chiesa, gli impegni, gli interessi, fino alla lunga lista dei Santi protettori. Perché di protezione c’era sempre più bisogno: con il fondamentalismo alle porte, le tensioni mondiali e quelle all’interno della Chiesa, sembrava che il recente terremoto fosse solo un’avvisaglia di ciò che sarebbe avvenuto di lí a poco. Dall’ex parrocchia provenivano segnali di distacco dalla conduzione precedente, ma il Signore avrebbe riportato tutto alle radici; anche la grande Chiesa avrebbe riscoperto il suo patrimonio secolare, dopo l’azzardo di teologie spericolate che sembravano colpirla a morte. L’immagine del Gesù bambino con il mondo in mano, che avevamo scoperto di recente, era il segno eloquente per dire che l’ultima parola spetta al Creatore, e non alla creatura.
60. Iride

Ci capitava spesso di considerare la grandezza del Progetto a cui tutti siamo chiamati. Mi tornavano in mente le parole conclusive della catechesi sulla carità, predicata da don Mario, a cui ci ispiravamo: “Questa nostra catechesi, in realtà, non può finire: la conclusione deve essere scritta con la nostra vita, perché tutti siamo stati convocati e a tutti il Signore ha prospettato il suo disegno.”
Il percorso era denso di prove, difficoltà e sofferenze di ogni tipo: una guerra all’ultimo sangue tra la luce e le tenebre, Dio e il demonio: potevamo ben dire d’averlo visto in faccia e di comprendere tutta la portata del suo potere distruttivo. Ma era proprio da qui, dall’accettare di passare per l’abisso restando fedeli, che i frutti erano giunti, e il cuore di pietra si mutava in un cuore di carne.
Sentivamo ormai nostre le parole del salmo: “ho creduto anche quando dicevo: sono troppo infelice”. Rimanere e credere, aiutarsi reciprocamente a non indietreggiare, aspettare la chiarezza che sarebbe sopraggiunta, guardandoci dai falsi bagliori delle tentazioni: era questo il compito che il Cielo ci invitava a vivere. E questo era il contesto in cui l’intera umanità veniva immersa: profezie di provenienza diversa indicavano l’inizio di millennio come il punto preciso dello scontro decisivo tra il bene e il male. Era in corso il crollo di una civiltà che mostrava palesemente le sue falle: gli eventi previsti da più parti rappresentavano il preludio necessario all’emergere di un mondo nuovo, annunciato da un’iride di pace, come la preghiera delle lodi mattutine ci spingeva a proclamare, per tenere accesa la speranza
