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59. Il Cristo giudice

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Che gli eventi fossero vicini lo dimostrava il fatto che nei rapporti cadevano le maschere: sempre più si rivelavano i veri sentimenti, i fini celati in abitudini o proposte apparentemente benefiche e sincere. Bastava niente per creare attriti che segnavano distanze, incomprensioni che generavano silenzi e malumori. Chi poteva capire che il Signore ci trasformava in monaci guerrieri, sepolti nelle celle a pregare, a scrivere, addestrandoci alle grandi rinunce che la storia avrebbe chiesto di lì a poco? Gesù ci voleva indipendenti: sia dal successo mondano, dal plauso della gente, sia da legami affettivi sotterraneamente esposti alle leggi del “do ut des”. Il Cristo giudice della Cappella Sistina era il simbolo pregnante del nostro cammino: la mano alzata, che minacciava pene eterne, si trasformava, per noi, nel palmo aperto che mostrava la piaga, la pena dell’amore, l’offerta di una vita piena, perché colma di Dio. Ogni giorno, dunque, perdevamo pezzi di passato, ma ci aprivamo ai tesori del futuro, diventato presente. L’Emmanuele, il Dio con noi, ci prendeva per mano e ci lasciava scivolare nel mondo dello spirito, dove buono, bello, vero, tenerezza, comprensione e perdono si facevano linfa vitale che nutriva, energia che ogni giorno ci rendeva più pronti agli eventi che bussavano alle porte.

58. Un uomo felice

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In un clima di violenza e confusione, come riscoprire la bellezza dell’uomo, evocata da don Mario nell’atto di fede da lui scritto? La negatività sembrava avere il sopravvento: le notizie di attentati e omicidi si moltiplicavano, cresceva la precarietà nel mondo del lavoro, e i valori fondamentali si disgregavano in un soggettivismo senza limiti.
Il mondo occidentale provava a opporre i suoi valori in risposta alla furia distruttiva, ma di quali valori si trattava? Cosa spingeva persone cresciute nella nostra civiltà, e spesso apparentemente integrate, a lasciare tutto per ciò che ritenevano un ideale tanto alto e attraente da indurli a giocarsi la vita?
La crisi in atto sembrava riferirsi a qualcosa di profondo, alla stessa identità dell’essere umano, alla domanda eterna sul senso delle cose. Un vuoto di valori a cui l’Occidente in declino non era più in grado di rispondere. E come avrebbe mai potuto farlo? La mentalità materialistica non intercetta la realtà ricca e complessa che caratterizza l’essere: corpo, mente e spirito sono dimensioni peculiari, e ciascuna richiede specifiche risposte. Trascurarne una sola compromette l’integrità del tutto. La parola chiave era “
persona”.  Era questo il bagaglio che don Mario ci lasciava: un’antropologia che univa i valori fondanti dell’essere umano con le virtù teologali, ossia fede, speranza e carità. Un uomo può essere felice – sosteneva lui – solo quando, a partire dai valori umani, arriva a dire dal profondo: io credo, io spero, io amo. Era questo che avevamo ricevuto, e che avremmo trasmesso a un mondo più che mai disorientato.

57. Triadi

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Tutto procedeva verso l’essenziale. Nelle omelie tornava spesso il tema del bene che fa via via cadere le maschere e i lustrini di uno stile di vita auto illusorio. La triade che il Signore ci consigliava di chiedere in preghiera prendeva più sostanza: purezza, amore e umiltà diventavano i valori che più cercavamo di integrare nella nostra esperienza quotidiana. Mi sentivo in sintonia col finale del racconto L’Orlando pazzo per amore, di Italo Calvino, in cui il protagonista conclude l’avventura con questa sentenza folgorante: “ho fatto tutto il giro e ho capito: il mondo si legge all’incontrario”. Quanto più la società inseguiva i suoi ideali taroccati – il sesso, il denaro, la carriera -, quanto più raccoglievamo, davanti al volto di Cristo, il frutto di un silenzio fecondo, udivamo la voce di uno che grida nel deserto per preparare la via d’uscita dalla catastrofe imminente. I fronti si ampliavano: dal Santuario e dal Centro giovanile a un mondo sull’orlo di una guerra che in me suscitava il ricordo della Piana di Meghiddo: il grande scontro tra il bene e il male, il celebre Armagheddon, era alle porte.

56. Servirò

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Don Mario era entrato. E quando entrava lui, la scena cambiava, il vento della fede riportava vita, riaccendeva i colori, ridava respiro alla speranza. Il suo dono, a ben vedere, era sempre lo stesso: un’esistenza aperta, disponibile a Dio. Anche questa volta ci lasciava in dote un’intenzione profonda, in antitesi all’azione demoniaca, ribelle, maledetta: il terribile non serviam, il no di satana al Progetto di Dio, l’odio per l’opera da compiere, allora come ora. In fondo, lo spirito impuro comunica sempre quel rifiuto, la sfida titanica al disegno di bene del Signore. La situazione storica in corso rifletteva questo sentimento, la trasgressione come principio generale, l’ignoranza del limite, l’anarchia dei valori, ridotti a gusto personale. La Chiesa rischiava, a volte, di accrescere la confusione, cancellando i pochi punti fermi di un’etica allo sbando. Tutto questo discendeva dalla presa di posizione del Nemico, formulata nella notte dei tempi: non serviam, non servirò, non voglio piegarmi al volere del Creatore. Ma ecco che don Mario ci veniva in soccorso, a bordo della sedia sferragliante, comunicava il suo intenso desiderio di obbedire al piano divino-umano del Figlio Crocifisso e Risorto. Così sentimmo, nel profondo del cuore, la stessa ispirazione; le stesse parole salivano alle labbra col medesimo slancio: voglio servire te, Signore. I residui di negatività si bruciavano in questo voto di ubbidienza, l’energia buona del cosmo rifluiva nei polmoni e dava ossigeno al nostro ideale appena nato. Servirò, servirò Te solo, Signore, perché la tua bellezza salvi il mondo.

55. Don Mario

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Fare il punto: era per noi un’esigenza prioritaria e propedeutica rispetto a ogni altra scelta. Lo scenario si andava chiarendo sempre più: confusione e ignoranza la facevano ormai da padrone, mentre un panico inconscio s’insinuava nel cuore della gente. Le notizie di basi terroristiche in Italia si moltiplicavano, e non era più logico pensare che tanto avrebbero colpito qualcun altro: volenti o nolenti, si era costretti a vederci nella stessa barca. Teoricamente, ciò avrebbe dovuto favorire la solidarietà e la condivisione; praticamente, accentuava ancor più il ripiegamento su se stessi, il proprio clan, l’interesse personale. Forse proprio tale ostinazione rendeva necessario lo sconvolgimento degli schemi, il rimescolamento di tutti gli elementi della società. Si capiva, anche, come solo da questa prova estrema potesse sorgere un modo nuovo di giudicare la realtà, emancipato dagli oggetti, dagli status symbol, dai trucchi vecchi e nuovi per uscire vincitori nella competizione globale, che l’Occidente aveva assunto come criterio guida. Eravamo coscienti della missione assegnataci in questa giungla inestricabile di pseudo valori: mostrare le chiavi per aprire la porta della vita, tornando a concepire qualcosa di umano e di divino: le virtù teologali di fede, speranza e carità, l’insegnamento inossidabile del nostro don Mario che ci assisteva dall’alto giorno dopo giorno, al punto che sembrava di avvertire ancora lo scricchiolio della sua sedia, il segnale acustico con cui ogni volta ripartiva nelle scorribande dell’ultima dozzina d’anni della sua incredibile esistenza.

54. La verità

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Qual era il criterio che avrebbe favorito il passaggio alla fase del rinnovamento? La verità. Chi aveva intenzione di “passare all’altra riva”, come dice il Vangelo, avrebbe dovuto impegnarsi soprattutto in questo senso. Il mondo era in preda alla menzogna: dei politici, dei pubblicitari, della gente comune, che respirava ogni giorno un’atmosfera avvelenata. Non era, la nostra, la civiltà dell’immagine? Non doveva mostrare una faccia e poi, in privato, condurre una vita parallela? Il male contava su questo: nessuno era più in grado di distinguere il vero dal falso; la rete s’ingolfava di notizie senz’alcun fondamento, paradossali e esasperate, per attirare l’attenzione dei lettori e incassare proventi con le reclames che ingombravano lo schermo. Il risultato era che più nessuno credeva a nessuno, o, se vogliamo, che tutti credevano a tutto, salvo alla verità di Cristo e del Vangelo. Mandavo articoli a siti importanti: quelli rifiutati riguardavano sempre lo scenario inquietante che si andava profilando, ma che nessuno poteva evocare, per non turbare il patto implicito del politically correct. Da quest’orecchio non sentiva nessuno, come se oscurare le parole potesse cancellare anche i fatti che si preannunciavano da tempo, e che ormai non potevano più definirsi “profezie”: tutto era chiaro, per chi non fosse accecato da ideologie o paure.

53. Conversione

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Il primo prete sgozzato provocò un sussulto, ma la falange del politicamente corretto non cambio la propria posizione. Evidentemente non bastava. Ormai era chiaro, a chi aveva gli occhi in fronte, che l’attacco era stato avviato e altre vittime sarebbero arrivate ad avvalorare un’ipotesi scontata. Che l’intreccio – diciamo pure l’intrigo – fosse più complesso di motivazioni semplicemente religiose era noto dall’inizio: le lobby finanziarie volevano accelerare gli incassi assicurati dall’industria della guerra; le grandi potenze si contendevano le risorse naturali a colpi di rivoluzioni e controrivoluzioni, finché la situazione non sarebbe sfuggita di mano ai sedicenti padroni del mondo. Le conseguenze, questa volta, sarebbero state molto più drammatiche, perché spalmate sull’orizzonte di una globalizzazione che non avrebbe risparmiato niente e nessuno. I primi a essere travolti dal disastro sarebbero stati coloro che lo avevano innescato: il male gli si sarebbe rivoltato contro come un cane rabbioso, impaziente di mordere e uccidere. Ancora una volta sorgeva spontanea una domanda: come salvarsi dalla catastrofe imminente? L’unica risposta sensata era il cambiamento sociale e personale, la conversione al bene e ai valori, il riconoscimento di una verità al di là delle scelte di comodo e di tutte le forme più o meno mascherate di egoismo. Era giunto il momento di gettare la maschera: lasciando emergere il non senso, qualcuno si sarebbe ricreduto, orientandosi a una storia rinnovata, all’alba imprevista e imprevedibile di un mondo nuovo.

52. Le mura del mondo

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Sì, la gente cominciava a interrogarsi. Anche perché nessuno poteva sentirsi più al sicuro: in qualsiasi posto si trovasse – al bar o al ristorante, al teatro o allo stadio -, era difficile scacciare il pensiero delle stragi perpetrate all’improvviso, come richiami a una realtà diversa e opposta a quella quotidiana. Anche tra le grandi firme del nostro giornalismo, c’era chi coglieva i segnali di eventi inquietanti che premevano alle porte. Ogni giorno si apriva la schermata dei notiziari online per capire se ci fosse stato un altro attacco, o se avessero pensato a qualche nuovo sistema di difesa. In realtà, l’unico argine efficace era guardarsi dentro, distogliere lo sguardo dai lustrini ingannevoli, dalle luci psichedeliche di una civiltà al tramonto. Solo una presa di coscienza collettiva avrebbe potuto fermare l’onda del caos, l’incalzare di una violenza cieca e sorda. Ma chi aveva intenzione di cambiare? I governi continuavano a operare con la miopia di sempre, i privati cittadini a ripetere il tran tran di tutti i giorni, nel rifiuto di vie nuove, di visioni inedite dell’uomo e della vita. Queste toccavano a noi, profeti solitari, pecore nere nell’immenso gregge che seguiva chi gridava più forte. Chi erano i pastori? Quali le guide che indicavano la strada senza conoscerla? Sul Titanic dell’Europa si seguitava a ballare e banchettare; il gossip continuava a fare affari, la pubblicità a smerciare prodotti taroccati. Nessuno osava più contrapporsi a una folla compatta e conformista. Voce di uno che grida nel deserto: solo il Vangelo continuava a lanciare il suo messaggio, sentinella inascoltata sulle mura del mondo.

51. Tutto pronto

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Tutto sembrava condurci in una terra ignota, dove il Signore era il Signore, e noi creature da iniziare a tutto, anche a ciò che in genere è dato per scontato. Il nostro rapporto procedeva per sussulti: alti e bassi, in sintonia con i sentieri impossibili su cui il Progetto puntava sempre più, come se solo in vicoli ciechi, davanti a porte chiuse potessimo trovare la nostra dimensione. La dinamica risultava comprensibile alla luce di uno scenario in movimento, in cui le forze del bene e del male si affrontavano in una guerra di trincea, costringendo le persone più coscienti a schierarsi da una parte o dall’altra. Intanto si moltiplicavano gli atti di violenza, gli attentati, i colpi di scena perfino sospetti, come il golpe da cui Erdo?an era uscito rafforzato, a capo di una democrazia nominale, svuotata dal di dentro. L’America sembrava indebolirsi, lasciando Israele sempre più sola in un Medio Oriente trasformato in polveriera; la Russia, paradossalmente, pareva ergersi a difesa dei valori cristiani, mentre colossi come l’India e la Cina crescevano fra tensioni di ogni tipo. Il Santuario del Divino Amore era una tessera invisibile in un mosaico mondiale di difficile decifrazione, ma anche lì s’intrecciavano visioni spirituali e materiali, flussi di luce e forze oscure interessate al potere e alla finanza. Tutto sembrava pronto per l’avverarsi delle profezie, lo scioglimento drammatico dei nodi, la morte e risurrezione del mondo, immensa Pasqua di sangue e di vita rinata dai brandelli della storia.

50. Il responso

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Ci colpì molto l’attentato a Nizza, il camion lanciato sulla folla come “leone ruggente che va in giro, cercando chi divorare”, citando dalla Prima Lettera di Pietro. Un’immagine archetipica del male, un punto di tenebra assoluto sullo sfondo di una storia che ormai si dipanava con chiarezza. Di fronte a tale epifania diabolica la gente si sarebbe svegliata? Sarebbe emersa la coscienza del momento, l’esigenza della conversione, del sincero pentimento che, stranamente, neanche la Chiesa indicava come urgente? Speravamo di sì: quei corpi straziati sulla Promenade des Anglais gridavano giustizia, ma anche uno sguardo ulteriore, un intuito profetico della lotta tra il bene e il male, un appello senza ambiguità a cercare in se stessi i segni vitali di una verità sociale, storica e teologica. Leggendo le analisi degli opinionisti, si trovavano i soliti parametri di razionalità astratta che non portavano a nulla: la ragione illuministica tradiva, in questi eventi, la sua incapacità congenita di trovare non solo soluzioni, ma anche chiavi adeguate per una prima comprensione del problema. Le previsioni di cui tanto s’era parlato, fino ad ora, entravano in una fase drammatica di realizzazione, tra lo sgomento della gente e l’impotenza dei capi: l’Europa del benessere, della perdita costante e progressiva dei valori mostrava il suo lato vulnerabile, come fosse impietrita nell’attesa di un responso decisivo.

Rosa

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Ti ripenso da qui, come un naufragio
riemerso da un passato ormai remoto:
non hai occhi né orecchi per capire
che cosa ha funzionato, e cosa no.
Ti perdi dentro il rosa condensato
del fragile orizzonte di Sirolo.
Il male ti ha plasmato, come ruggine
lasciata imputridire. Solo quando
sarà venuto l’Angelo vedremo
il tuo volto brillare, come l’oro.

49. Alle porte

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Il mondo era ormai un concentrato di violenza. I siti di notizie s’ingolfavano di cronache e immagini di assassinii perpetrati per motivi diversi, ma con la stessa ferocia disumana. L’azione del demonio si faceva più chiara: in primo luogo nelle stragi collegate al fondamentalismo religioso, che rivelava sempre più la sua matrice politico-sociale. L’ingiustizia, eretta a sistema, non poteva non essere foriera di danni irreparabili, a meno che, a livello mondiale, non si fosse deciso di invertire la rotta verso l’autodistruzione. Sull’onda di media rapidissimi e invasivi, le distanze abissali tra paesi ricchi e poveri risaltavano in tutta la loro assurdità. Diventava insopportabile il pensiero che pochi egoisti detenessero l’intero potere nelle mani, depredando in modo insaziabile i beni che avrebbero ridato dignità all’altra parte del mondo. Se non si fosse posto rimedio a tutto questo, il mondo si sarebbe avviato a una rovina inevitabile. All’orizzonte potevamo intravedere l’intenzione di Dio: dar vita a una nuova umanità, sensibile al suo orientamento di Padre generoso, attento ai bisogni dei suoi figli. Sempre più le nazioni sarebbero state provocate a far loro lo sguardo di Dio, la compassione per ogni sua creatura.
Anche noi procedevamo nella nostra ricerca guidati dalla grazia, spinti a superarci per attingere al cuore del Progetto, a una luce abbagliante sullo sfondo tenebroso della violenza umana. Gli occhi di Cristo e il ghigno del demonio erano i poli tra cui il mondo pendeva, sul baratro inquietante di un futuro avvertito ormai alle porte.

48. Tre fronti

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La tendenza più recente era quella di un progressivo svelamento di coloro che accoglievano il messaggio e quelli che, più o meno apertamente, mettevano paletti, storcevano il naso, facevano distinguo, col risultato di una rarefazione dei rapporti, un venir meno di contatti che finiva col creare un comprensibile imbarazzo. La chiamavamo “solitudine della profezia”, sempre avversata o ostacolata, perché traccia di un mondo ulteriore, non verificabile, semplicemente oggetto di fede.
Leone XIII aveva parlato degli obiettivi della massoneria internazionale: distruggere la Chiesa e imporre norme ispirate dal materialismo. Il mondo si sarebbe dunque diviso tra materialisti e spirituali: ci saremmo riconosciuti a poco a poco, emergendo dalla nebbia delle convenienze, dagli pseudo misticismi o il crasso calcolo dei propri interessi personali.
La Chiesa, intanto, viveva il suo momento più difficile: le posizioni si divaricavano, le opposte fazioni lottavano aspramente, sotto una patina formale di rispetto reciproco. La battaglia infuriava, con accuse reciproche di eresia e fariseismo; i colpi bassi venivano coperti da dichiarazioni ufficiali di obbedienza a superiori verità. A uno sguardo esterno, la realtà ecclesiale appariva tesa e frantumata, sempre in bilico tra minacce scismatiche e sottili imposizioni.
Il terzo fronte era quello dei conflitti politici e sociali. La contrapposizione tra America e Russia diventava più palese, con gli estremisti islamici che tessevano trame sotterranee destinate a esplodere nella conflagrazione di una guerra santa.
Noi scendevamo sempre più in profondo, contemplando ormai il bagliore dell’Archetipo scritto da sempre nella nostra storia.

Sei

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da qui

Scendere, scendere, non disperare
di andare oltre quel muro. Trattieniti
gli istinti che non sanno, decomponiti
in un precipitato d’attenzione,
disgrègati nel sangue dell’offerta,
che batte contro le pareti come
la chiamata inattesa di un Dio ignoto.
Distogliti dall’ultimo pensiero,
che bussa alla tua porta mascherato
da bene, da equilibrio, da giustizia.
Ricordati di me, che ti ho trovato
morto. Vai e fai lo stesso. Io c’ero.

47. Apocalypse now

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Più passava il tempo, più capivamo che il Signore manteneva le promesse: già quattro anni prima aveva fatto intravedere il percorso in cui ci avrebbe accompagnato, passo passo. Ci sentivamo liberati dai pesi che avevano da tempo bloccato o deviato le energie, impedendoci di attingere insieme alla sorgente della vita. Passando attraverso rinunce e sofferenze era emersa la vera identità, pronta per i nuovi scenari di cui parlavamo apertamente, quando si presentava l’occasione. La reazione era spesso la stessa: un’alzata di spalle, un sorriso di condiscendenza, un’istintiva rimozione di un’idea considerata scomoda. Eravamo troppo avanti, nella nostra avventura, per lasciarci scoraggiare dai rifiuti; anzi, il confronto col Vangelo ci convinceva interiormente che questo era lo stile del Cristo, il suo pensiero contrario a ogni moda, a ogni legge del branco, aperto coraggiosamente al volere insindacabile di Dio.
Ogni tanto provavamo a immaginare i possibili effetti di una guerra: preso atto del dramma che avrebbe devastato il nostro mondo, emergeva la speranza – la certezza – di un’epoca nuova, che dalle grigie macerie di una civiltà al declino, avrebbe fatto risplendere il Progetto originario, la creazione nella forma concepita dal Padre. La nostra intesa, dopo tanta angoscia, diventava la caparra di un dono che avrebbe rinnovato la faccia della Terra.

46. La normalità

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Sì, facevamo progressi, spinti dalla Grazia. L’ultima, grande (ri)scoperta fu la normalità, ossia il Progetto di Dio avvertito come vita ordinaria, come verità dell’umana condizione. Che c’era di nuovo in questa presa di coscienza? Il fatto che, per il mondo, la normalità è tutt’altra cosa: il fare da sé, l’idea dell’io come arbitro di tutto e centro assoluto della vita. È quella che i Padri della Chiesa definiscono come “filautia”, la prospettiva proposta dal demonio, che fa di tutto per screditare la creazione, incrinare la fiducia in Dio, convincere che l’unico criterio è l’ego con le sue esigenze e i suoi interessi. È quello che il Quarto Vangelo chiama “il mondo”, in cui Dio è un antagonista, una minaccia al proprio universo personale. Il peccato originale è il concetto sintetico con cui la teologia ha individuato il capovolgimento di valori e attribuzioni: non è più Dio a decidere cos’è bene e cos’è male, siamo noi a dettare norme, a formulare leggi sulla vita e sulla morte, a decidere le forme e i modi di ciò che definiamo amore, a scegliere i modelli a cui ispirarci nei pensieri e nei comportamenti. Ed ecco che emerge l’esistenza così come la vediamo nelle strade, nei luoghi di lavoro, nei servizi dei telegiornali: una giungla in cui vince il più forte, un coacervo di sentimenti negativi e di nevrosi, un labirinto di cui nessuno trova più l’uscita. Come porre rimedio a tutto questo? Nella preghiera e nell’ascolto quotidiano era emersa la coscienza chiara dell’unico antidoto possibile: ripristinare il Progetto originario, confessare la fede nell’opera di Dio, così fedelmente assunta da don Mario. Allora saremmo approdati alla normalità, che coincide con la santità donata dalla Pasqua del Cristo. Il santo non è un marziano, ma chi vive la verità ultima sull’uomo e l’universo.

45. La lama di luce

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Lo sguardo di Cristo: sempre più comprendevamo come fosse quello il polo d’attrazione, la rotta che indicava il cammino. Di fronte ai suoi occhi tutto aveva senso, anche le situazioni più intricate, i problemi più complessi, la giungla in cui spesso arrancavamo. Era come se gettassero luce sulla nebbia che avvolgeva le giornate: l’essere appesi al filo degli eventi, la mancanza di riconoscimenti, la stessa fatica a ritrovarci nell’Archetipo della nostra unione, che ormai intravedevamo. Su questo io ero il più convinto: fin dall’inizio avevo in mano la chiave e non me l’ero lasciata sfuggire, lottando contro l’insorgere di forze contrastanti, che da sempre si opponevano all’attuarsi del Progetto. La battaglia era dunque su due fronti: il contesto del Santuario, in cui la mia presenza si doveva definire, dove davo tanto spesso a vuoto, tra sospetti e indifferenze; e la nostra relazione, vissuta su un crinale di dubbi e di certezze, intrecciati in modo inestricabile. Un pensiero mi era sempre di conforto: la promessa, da parte del Signore, che il Disegno non sarebbe fallito, che l’unione delle nostre esistenze avrebbe dato vita nuova al Santuario e all’opera ideale e materiale di don Mario. Era questo il fine della nostra avventura, la ragione di tanto impegno e tanta sofferenza. Nella notte in cui non si distinguono le forme del lavoro umano e del mondo naturale, eravamo chiamati a indovinare la lama di luce dell’alba della Pasqua.

44. Il buon seme

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Non era facile scorgere il Progetto nella trama della vita quotidiana. Anche gli amici faticavano a trovare il bandolo, preferendo, a volte, un posto più gratificante in quella che chiamavano realtà, sentendosi accettati, accolti nel sistema riconosciuto ufficialmente. Tendevano perciò, insensibilmente, a distanziarsi, a formulare distinzioni un po’ capziose, a trovare, insomma, ragioni plausibili al loro scetticismo sull’impresa. Il coraggio della fede era sempre più richiesto, di fronte a un futuro che appariva cupo, tormentato, cosi lontano da qualunque sicurezza umana. Noi eravamo sentinelle che guardavano dall’alto delle mura, pronte a cogliere ogni lieve segnale degli eventi che sarebbero accaduti. Profeti scomodi, che mettevano un inciampo a chi avrebbe anelato a un porto più sicuro, un rifugio nella notte, una grotta in cui sottrarsi all’assedio dell’ennesima tempesta. Tornava l’eterna domanda di Isaia: sentinella, quanto resta della notte? Eravamo abituati alle attese più snervanti, gli altri no: quale strada avrebbero intrapreso? Sarebbero rimasti sospesi tra un’opzione e l’altra, fino alla verifica dei fatti? Eravamo, per loro, soltanto visionari inaffidabili? Come sempre, ci avrebbe pensato il Signore a realizzare il suo disegno; allora ognuno avrebbe raccolto ciò che aveva seminato. E si sarebbe capito con chiarezza quale fosse il buon seme.

Sette domande sulla poesia

di Deborah Mega

Limina mundi

Proseguiamo con le interviste di autori e personaggi potenzialmente noti, modestamente noti, mediamente noti, molto noti che sono pubblicate il lunedì. Il titolo di questa intervista è Sette domande sulla poesia, perché sottoponiamo all’autore sette domande su importanti temi della poesia e della narrativa. A differenza dell’intervista “Il cerchio e la botte” qui la risposta è di lunghezza libera. Anche questa, come “Il cerchio e la botte”, è un’intervista tipo che sarà sottoposta ad altri autori oltre a quello intervistato oggi che è FABRIZIO CENTOFANTI.
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43. Eternamente

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L’attesa: era questo il nostro pane quotidiano, la sostanza delle relazioni, l’orizzonte che ogni giorno scrutavamo in cerca di segnali. Sapevamo che avrebbe potuto trattarsi anche di un anno, e persino qualche mese in più. Ma poi il destino si sarebbe rivelato, gli eventi sarebbero accaduti, producendo gli equilibri nuovi. Comprendevamo meglio come il Signore stesse affrancandoci da ogni desiderio di rivalsa, consapevole o meno. Le trasformazioni che sarebbero avvenute non le avremmo vissute col senso di trionfo che nasce dopo un lungo subire, ma come un dono fatto e ricevuto, una promessa realizzata, l’epifania di un mondo nuovo intessuto di gioia, pace e amore. Ci stavamo aprendo al miracolo più grande: vivere il presente, assaporare l’hic et nunc, il qui ed ora di quello che il Vangelo di Giovanni definisce non tanto vita eterna, quanto essere definitivo, attinto adesso, nell’esperienza intensa dell’incontro tra umano e divino. Era la grazia che avevo ricevuto tramite don Mario, il senso di pienezza che a un tratto percepivo nei colloqui con lui, nei nostri viaggi, nelle cene in cui bastava un gesto, una parola, per trovarsi in paradiso. Il Signore concedeva la meta assicurata all’inizio dell’impresa: il ritorno alle origini, all’età dell’oro; ma non come esperienza frammentaria, bensì come stato ordinario di vita quotidiana. Avvertivo le stesse sensazioni, mi tornavano in mente immagini e sapori che credevo sepolti in un passato irripetibile. Emergeva dal cuore un’antica e sempre nuova verità: tutto finisce, solo l’amore resta eternamente.