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Luigi Maria Corsanico legge Federico Garcia Lorca. 1

Avviamo la pubblicazione delle poesie di Federico Garcia Lorca lette da Luigi Maria Corsanico, a mio parere il suo migliore interprete. Notoriamente, il nostro blog ha come sottotitolo una frase di Fëdor Dostoevskij: potrà questa bellezza rovesciare il mondo? Per accedere allo spirito, non c’è niente di più idoneo del bello che apre il cuore. La poesia di Lorca corrisponde a questo requisito, decisivo per l’evoluzione interiore dell’umanità. Corsanico sa coglierne echi e sfumature con insuperabile maestria, unendo alla suggestione dei versi la magia di un perfetto accompagnamento musicale.

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Federico García Lorca

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42. All’altra riva

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L’evoluzione non si limitava a fatti esteriori – pure importanti, secondo certi aspetti: la stima crescente da parte del rettore, del parroco, delle comunità di suore nel Santuario e nella Casa -, ma riguardava l’interiorità, più coinvolta grazie alla chiave perduta e ritrovata della vera bellezza. L’avevamo riscoperta nell’ascolto delle poesie di Lorca, da me fortemente caldeggiato: l’incontro con l’arte, la musica perfetta del poeta andaluso, aveva risvegliato in noi la profondità che faticava a emergere, per l’incalzare delle prove. Assaporare una misura umana, lasciare che il cuore aderisse alla vita, senza inaridirsi nei noti meccanismi di difesa: ecco la via pulchritudinis, che rimetteva in moto le energie, toglieva la pietra dal sepolcro e preparava all’avvento prossimo della Pentecoste. Certo, rimanevano in piedi le contraddizioni di un luogo ancora sospeso fra antiche tare e propensione al nuovo; ma l’attesa degli eventi si era fatta più salda e fiduciosa, nonostante il muro innalzato, quasi sempre, di fronte all’annuncio delle vecchie e recenti profezie. Gli scenari prendevano forma davanti ai nostri occhi: lo scisma in agguato nella Chiesa; l’ostinata resistenza delle gerarchie ecclesiastiche, impegnate a difendere potere e privilegi; l’oblio dell’opera iniziata da don Mario, al di là di una facciata verniciata a fresco. Su scala maggiore, si poteva intuire il fermento segreto degli araldi della guerra santa, impegnati a studiare i modi e i tempi di un attacco che avrebbe sorpreso, temporaneamente, l’Occidente cristiano. Scrutavamo l’orizzonte con più serenità, convinti che Colui che ha in mano i fili dispersi della storia ci avrebbe traghettati all’altra riva.

41. Triduo

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Crescevamo tra ostacoli anch’essi crescenti, ma qualcosa si muoveva. Avevano spostato la liturgia eucaristica dalle otto alle sedici: un bel vantaggio, perché la sveglia presto, la domenica mattina, era per molti uno scoglio insormontabile. Mi commuovevo a vedere la folla che sceglieva quell’orario semplicemente ritenendolo il migliore. Non venivano per me: ed era un importante risultato. Potevano scoprire qualcosa che mettesse in crisi le loro coordinate, aprirsi a un mistero che fissa, con ciascuno, un incontro decisivo. Insomma, stavamo ripartendo. La messa delle otto era un recinto che tendeva ad allargarsi, ma sottostava a limiti precisi. Ora, l’argine era rotto: il passaparola sarebbe divenuto un volano grazie al quale il Progetto avrebbe preso piede. Pensavo a don Mario e a don Umberto, che dal cielo incoraggiavano la nostra avventura sgangherata: l’esperienza quotidiana, infatti, continuava a registrare angherie ed umiliazioni, un’insignificanza simile a quella di coloro che i francesi chiamano “invisibili”. Eppure, crescevamo: tornavamo all’origine, dopo aver fatto il giro; approdavamo alla sorgente che zampilla per la vita eterna, ai fiumi d’acqua viva di cui parla il Vangelo di Giovanni. Passato il venerdì cruento di passione e il silenzio assordante del sabato santo, scorgevamo la lama di luce dell’alba della domenica di Pasqua.

40. Il male è male

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Si cominciava a parlare di scenari. Ormai era chiaro che le profezie non riguardavano solo il Vaticano, l’attacco tremendo alla Chiesa che l’avrebbe costretta a rinnovarsi, ma un’area molto più vasta, e forse il mondo intero. I cento anni di dominio di satana sarebbero finiti coi fuochi d’artificio di una guerra totale, che avrebbe seminato la morte e innescato un meccanismo di autodistruzione che solo il Pantocrator, il Signore che tiene i fili e le trame della storia, avrebbe frenato al tempo giusto. Già parlavamo di ritorno all’essenziale, di valori che sarebbero riemersi, dopo la grande parentesi di confusione e di non senso, in cui ogni capriccio era un diritto, ogni voglia dell’io una legge da imporre con la forza o con la persuasione occulta. Stavamo toccando il fondo del liberismo e del libertinismo, la democrazia era ormai diventata una facciata che nascondeva il governo assoluto di pochi potentati e lo sfruttamento di una massa inconscia di obbedienti manichini manovrati dall’alto. La cultura procedeva con parole d’ordine cui tutti dovevano piegarsi; lobby intoccabili proclamavano del tutto indisturbate il loro verbo lascivo, viscido, sfuggente, e nello stesso tempo categorico e rigido, intollerante riguardo al pur minimo accenno di dibattito. Un’idea valeva l’altra, perché tutte finivano nel grande calderone di una dittatura invisibile e implacabile, fondata sull’apparente libertà dei social network, degli squallidi spettacoli dei media, proni alla ferrea volontà delle multinazionali del pensiero unico. Persino la fede era gestita da un’industria sofisticata e aggiornata del politically correct, dell’adeguamento al mondo. Era sempre più chiaro che la corsa verso il nulla sarebbe sfociata in un esito al contempo sorprendente e prevedibile: si sarebbe compreso, finalmente, che il male è male, e fa male. Da questa coscienza elementare si sarebbe generata la nuova civiltà; una bella mattina, ci saremmo guardati negli occhi dal fondale di un mondo totalmente rinnovato.

39. Passaggio

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Il venerdì santo venimmo a capo di un’altra verità. Lei passava momenti molto forti – diciamo anche terribili – in relazione all’offerta di se stessa in favore del Progetto. Si avvertiva dal cambio della voce, dal sentimento di rivolta che se ne impadroniva, fino a renderla irriconoscibile. In altri tempi, la trasformazione repentina mi destabilizzava: rischiavamo ogni volta di rompere il rapporto, di distruggere la tela faticosamente tessuta dal Signore. Ora la reazione era diversa: non solo perché vedevo chiaramente che soffriva per la mia trasformazione, ma anche perché avevo compreso di dover accogliere quella che chiamavo “l’altra persona”, amarla con la stessa intensità, per riportarla al centro, alla profondità in cui risiedeva il nostro io più vero. Ci alternavamo nei ruoli della favola famosa della bella e la bestia: facevamo l’esperienza che solo l’amore può guarire, integrando le forze distruttive, centrifughe, per tornare alla pace promessa dal Cristo. Era questo il senso della terza tappa della settimana di passione: il diavolo mirava a sfigurare il Progetto, a distruggerlo con l’odio e la violenza; ma proprio il corpo consegnato alla brutalità del mondo diveniva immagine del più bello dei figli dell’uomo, come è scritto nel salmo. Toccavamo profondità sconosciute, attingevamo alla fonte che zampilla per la vita eterna, di cui parla Gesù alla donna incontrata, a mezzogiorno, al pozzo di Giacobbe. Aprivamo il coperchio della pentola e sentivamo il flusso dello Spirito riprendere il suo moto, restituendo il dono della vita autentica. Era come la caparra di ciò che sarebbe successo nella Chiesa: un attacco violento, mirato a distruggerne le basi, sarebbe diventato l’occasione per renderla più bella, per farne l’immagine pura del suo Fondatore originario. Qual era il prezzo del passaggio? Sicuramente alto, come ormai sapevamo da tempo. Ma ci avrebbe traghettato dal venerdì di passione all’alba della domenica di Pasqua.

38. Viene un’ora ed è questa

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Parlavamo delle profezie, ma nessuno ci credeva. Riflettevamo sul fatto che Dio aveva concesso spesso, nella storia, avvertimenti chiari intorno a fatti drammatici, ma che i moniti erano stati regolarmente scherniti o trascurati, a cominciare dal diluvio. Mi tornava alla mente la parabola del ricco epulone, il quale, condannato all’inferno, pregava che qualcuno avvisasse i fratelli del pericolo; la risposta era che anche se uno fosse tornato dai morti, l’incredulo avrebbe proseguito a rifiutare. Quando accennavo a questi temi, durante il pranzo comunitario del Santuario, mi ascoltavano con studiata sufficienza, opponendo ognuno le proprie convinzioni: l’ultima rivelazione è quella di Cristo!, ed obiezioni analoghe. Altri chiedevano date; avrei voluto rispondere che tutto sarebbe potuto accadere anche domani, ma mi limitavo a ricordare che i messaggi convergevano su questa fase storica, senza aggiungere ulteriori indicazioni. Cominciavo a immaginare le possibili modalità in cui gli eventi si sarebbero attuati: una piazza San Pietro gremita di fedeli, in ascolto dell’udienza papale, o una solenne cerimonia liturgica, con la presenza di cardinali e vescovi. A un tratto si sarebbe scatenata la violenza, come era accaduto nei giorni precedenti, in altri luoghi. Questa volta, però, l’effetto sarebbe stato più scioccante, come se il cuore stesso della civiltà fosse stato sfigurato da una furia senza pari. Un attacco, dunque, non solo concreto e sanguinoso, ma anche fortemente simbolico: era come se finisse un’epoca, col suo retaggio di corruzione e impurità, e dalle tristi macerie risorgesse un’era luminosa, simile a quella del primo cristianesimo. La pace che il Cristo prometteva sarebbe sbocciata da un baratro pauroso di violenza sacrilega. Solo il sacrificio, la perdita, la morte, avrebbero prodotto la Pasqua che sempre si rinnova, nella storia del mondo. Da quel giorno, più nulla sarebbe stato come prima; la Chiesa avrebbe riscoperto la bellezza delle virtù incontaminate, l’umiltà e la povertà; si sarebbe convertita a un Dio purissimo, inseparabile da un processo di purificazione e spoliazione. Lo scenario era alle porte: viene un’ora ed è questa, dice il Cristo, parlando della sua rivoluzione di amore e libertà.

Tarragona

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Per un colpo di sonno inaspettato,
sul punto di partire per un viaggio
amato, voluto, per la giovane età,
decisamente arguto il pezzo che giustifica le scelte,
rassicurando il genitore ossuto
che non si capacita più, d’aver perduto.
Appese al filo del destino, partite
per un tour più lungo e faticoso,
dove il cielo è l’anima gridata, lo spazio
assorto dell’incrocio, il suo risveglio,
in tempo per morire, un sonno
eterno, un colpo: un secolo ancora, per dormire.

37. La pentola

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Ricordo l’immagine che don Mario evocò, confidandosi con me molti anni fa: la visione di una pentola ricolma dei segreti dell’umanità, delle chiavi per capire l’essere; e lui che chiedeva al Signore: posso aprirla? Vivevamo qualcosa di simile, in quella fase storica in cui tutto era sul punto d’emergere e di rovesciarsi nel suo esatto contrario. Era come se vedessimo oltre: riguardo all’ex parrocchia e al Centro giovanile, dove una certa tendenza, prima sotterranea, operava allo scoperto un tentativo di colonizzazione che sembrava vincente; e al Santuario del Divino Amore, nelle mani della vecchia dirigenza, assecondata da gerarchie sorde e incapaci di mettere fine al processo involutivo. Comprendevamo meglio come ciò che appariva in superficie fosse solo una patina lieve, destinata a scomparire al primo colpo di spugna: l’orgoglio, l’arroganza, avrebbero ceduto senza condizioni all’assalto improvviso della storia. Avevamo imparato a riconoscere il misto di forza e debolezza presente nei poteri umani, l’odore del nulla, il tanfo di morte che esalavano i progetti nel confronto col Progetto di Dio, pronto a risorgere dalla crosta della terra ferita da attentati a raffica nei cinque Continenti. Più questo nucleo incandescente si irradiava, più sentivamo l’appello a rifugiarci nell’amore di Dio, che sorregge l’universo impedendogli ancora di dissolversi in una nube evanescente di entropia. Chiedevamo al volto santo di Cristo la parola, il pensiero, il gesto più opportuno per ogni istante che ci dava di vivere. Stavamo accedendo al sapere di don Mario sul mistero ultimo del mondo: potevamo chiedere anche noi di sollevare, trepidanti, il coperchio della pentola.

36. L’appuntamento

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Intanto, facevamo progressi tangibili nella nostra crescita spirituale. Personalmente, avevo sperimentato la profondità del versetto 53,3 del libro di Isaia, dove il Servo del Signore è definito “uomo dei dolori, che ben conosce il patire”: espressione agevolmente riferibile alla figura del Cristo. Aprendomi a questa dimensione, prendevo coscienza dei residui di edonismo che ancora resistevano, e mi orientavo a vivere ogni piccola o grande sofferenza in unione con Gesù. Il primo risultato fu il rifiuto di assumere – come ormai facevo quotidianamente – analgesici per l’emicrania. La sorpresa fu che, vivendo il malessere in questa prospettiva, scemava a poco a poco, fino a divenire tollerabile e spesso a scomparire. L’altra scoperta arrivò dalla lettura del libro di Gaeta sulla Vergine delle Tre Fontane, dove lessi che qualunque cosa la Madonna impetrasse dalla Trinità, infallibilmente l’otteneva. Questa coscienza rivoluzionò la mia preghiera, che divenne mirata ed efficace. Nello stesso tempo, toccammo con mano come i più restii ad accogliere i messaggi fossero proprio i sacerdoti: come se gli effetti del razionalismo illuministico colpissero loro più degli altri e impedissero di considerare le comunicazioni soprannaturali come uno dei modi più plausibili del dialogo tra l’uomo e Dio. Il timore di apparire ingenui o fondamentalisti chiudeva il loro cuore e rendeva impossibile ai fedeli di conoscere il Progetto che il Signore aveva concepito in un mondo refrattario al cambiamento. In questo modo i più vicini, abilitati a penetrare nel mistero, sarebbero stati i più sorpresi dall’imporsi improvviso degli eventi. Il sacerdote e il levita della parabola del Samaritano sarebbero passati ancora oltre, dall’altra parte, e avrebbero perso un ulteriore, importante appuntamento con la storia.

Otto marzo

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La donna maschio, donna sottomessa,
domina-donna, o donna sfruttata,
pugno in un occhio o incanto delle forme,
donna soggetto o oggetto, pluriforme
presenza degli ormoni, unione degli
opposti, in te, in me, dentro la cosmica
fusione dei poli, nella sapiente
inclusione che integra e perdona,
che solo nell’incontro dal profondo
si placa nell’abbraccio, e vi riposa:
più in là, molto più in là di una mimosa.

35. L’impresa

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Gli scenari apocalittici non servivano a piazzare batterie di fuochi d’artificio per attrarre spettatori; e nemmeno a forzare cambiamenti di politiche ecclesiali che niente e nessuno era riuscito a scalfire, fino ad ora. La giusta prospettiva era quella del vangelo appena letto la domenica, il brano della torre di Siloe caduta sui diciotto e del massacro dei ribelli Galilei su ordine di Ponzio Pilato: se non vi convertite, perirete tutti, ammonisce Gesù, suggerendo che il male, per chi crede, è un appello urgente a un’autentica e profonda conversione. Non bisognava, dunque, calcare la mano su immagini cruente e disturbanti – che pure emergevano dalle note profezie -, ma invitare a una verifica della propria vita, del proprio specifico ruolo sul palcoscenico di un tempo non più adatto a dilazioni o pretesti per chiudersi a scelte coraggiose. Certo, adesso era difficile, quasi imbarazzante pregare per la rapida attuazione degli eventi: sapevamo che avrebbero causato lacrime e sangue in abbondanza; come sperare che accadessero al più presto? Come gioire per la morte di tanti confratelli, la distruzione delle cose sacre, l’oltraggio a una memoria secolare racchiusa negli spazi intangibili della santa liturgia? Eppure intuivamo che più nulla avrebbe potuto scongiurare l’irrompere dei fatti: l’intreccio del bene e del male sarebbe stato investito dalla luce abbagliante del Progetto, e avrebbe rinnovato alla radice la Chiesa cattolica apostolica romana. Di fronte a questo dato, non restava che un’opzione: convertirsi. Non a caso era il messaggio d’esordio del Battista e di Gesù, entrambi votati, sin dal loro apparire sulla scena, all’impresa di cambiare l’Uomo.

34. Le profezie finali

San Pietro
Arrivavano conferme dappertutto; anche un libro con le rivelazioni della Madonna delle Tre Fontane al veggente Bruno Cornacchiola: “Vi saranno giorni di dolori e di lutti. Dalla parte d’Oriente un popolo forte, ma lontano da Dio, sferrerà un attacco tremendo, e spezzerà le cose più sante e sacre, quando gli sarà dato di farlo”. Ci convincevamo sempre più che sarebbe stata questa la via battuta dal Signore per raggiungere lo scopo – apparentemente utopico – di una purificazione profonda della Chiesa. Mi tornavano alla mente le catene di illusioni e delusioni che ci avevano inchiodato a una speranza ogni volta rimandata: il pensiero confortante di una gerarchia disposta a regolare situazioni di palese ingiustizia, in cui anche un bambino avrebbe saputo cosa fare. Ma nessuno, in alcun caso, si era deciso a intervenire, costringendo la gente a smarrire la fiducia residua nei cosiddetti “uomini di Dio”. E allora, Dio, avrebbe trovato i suoi mezzi alternativi per ricondurre la Chiesa alla legge del Vangelo; avrebbe permesso la violenza di un “attacco tremendo”, portato al cuore stesso della compagine cristiana, ai responsabili poco disposti a rendersi strumenti dell’opera del Padre. Come attendere il verificarsi degli eventi? Nell’unico modo suggerito dallo Spirito, in casi come questi: pregando, e confidando nel fatto che chi si affida al Signore non ha nulla da temere. Avremmo voluto gridarlo ai quattro venti ma, per il momento, potevamo confidarlo solo nelle nostre catechesi o nella lectio divina, oltre che nelle scarne puntate di un romanzo ogni giorno più sintonizzato sulla lunghezza d’onda della storia.

33. Lo sguardo nello sguardo

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Il tempo passava e nessuno sembrava convertirsi. Era come se il Signore avesse dato modo di verificare le proprie posizioni, di pentirsi di manovre e collusioni, ma senza risultati. I nodi si sarebbero potuti sciogliere persino facilmente: sarebbe bastato riconoscere le ingiustizie palesi, l’arroganza dei soprusi, le decisioni degne dei regimi più rozzi e più violenti. E invece proseguivano imperterriti a non voler vedere, a far finta di niente, come se sotto ci fossero ragioni inconfessabili, ricatti nascosti, minacce di vendette e ritorsioni. Mi ero convinto che gli eventi esterni, capaci di cambiare gli scenari, sarebbero stati catastrofici – e predetti, del resto, da profezie autorevoli: i cento anni del dominio diabolico, Leone XIII, il terzo segreto di Fatima, le rivelazioni della Madonna a Medjugorie, le visioni cupe della Emmerich. Non a caso pareva ogni giorno più probabile la notizia di nuovi, terribili attentati ad opera dell’Isis, l’attacco al cuore dell’Europa, al centro della Cristianità cattolico-romana. Solo questo, forse, avrebbe permesso l’avvento dei nuovi equilibri di cui da tempo si parlava. Solo questo, forse, avrebbe costretto le gerarchie, sorde ad ogni appello, a mutare atteggiamento, a lasciare che il Vangelo tornasse ad essere l’unico criterio della vita ecclesiale. Non restava che attendere, lo sguardo nello sguardo di Cristo, studiandone, di giorno in giorno, ogni minimo riflesso

32. L’Angelo che sorge dall’intimo

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Il Signore ci conduceva, con la sua sapienza. Non l’avevo sentito mai così vicino, salvo forse nei momenti migliori con don Mario, quando lo Spirito m’invadeva al punto da darmi l’impressione di volare. Più procedevamo, più percepivo Dio come armonia, un arazzo di bellezza indescrivibile, che collega fra loro i fili più apparentemente eterogenei. La trama preziosa del tessuto iniziava ad emergere insensibilmente: nelle proposte di attività spirituale che cominciavano a raggiungermi, nella serenità maggiore tra noi due, nell’apertura di chi già avvertiva i benefici della catechesi e della predicazione. Era come se si delineassero due direttrici d’azione parallele: da una parte la promessa di un intervento esterno del Signore, reso possibile dalla grazia della Porta Santa; dall’altra, la trasformazione che la grazia stessa operava in noi e in quelli che cercavano sinceramente una soluzione per la vita. Il flusso dello Spirito riprendeva a scorrere, la luce dell’alba a splendere sulle rocce del sentiero in salita, tra la sabbia del deserto di un’impresa difficile, impossibile anzi, per gli strumenti umani, ma pronta a inverare, da un momento all’altro, le parole dell’Angelo che sorge dall’intimo di ogni essere che il Signore ama: nulla è impossibile a Dio. Neanche lo scenario nuovo che ancora nessuno osava immaginare.

31. L’ebbrezza del volo

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Si entrava nel mistero. Quelle albe, che avevano scandito il nostro tempo, continuavano a irradiare una luce che splendeva nel segreto di un cuore più incline all’umiltà. Comprendevamo meglio la pedagogia del Cristo, l’Unto venuto per servire, per lavare i piedi, come solo dagli schiavi era lecito pretendere. Toccavamo con mano le vie di Dio, che non erano le nostre, i suoi pensieri, così lontani dai pensieri del mondo. Gli altri dubitavano ancor più della riuscita: vedevano il gruppo dirigente convinto di tenere in mano le leve del potere, le gerarchie impermeabili al benché minimo segno di ripensamento, e radicate nell’intento, per nulla mascherato, di ribadire lo stato delle cose. Ma noi sapevamo che, per il Signore, sarebbe stato facile minare il castello di carte del sistema. Fissavo gli occhi negli occhi di Gesù: la sua calma sovrana mi persuadeva che l’agitazione, l’impazienza, non avevano ragione di esistere, anzi, apparivano ridicole, o patetiche. Cristo era il centro del cosmo, il Punto Omega verso cui tutta la storia si orientava, in modo irresistibile. Mi sentivo attratto in un campo di forze da cui mi lasciavo trascinare, mi aggrappavo alle sue ali onnipotenti provando, per la prima volta, la sobria ebbrezza del volo.

30. Valeu a pena?

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Intanto, dal mio tavolo, sparivano tutti i commensali. Mandati in altri lidi, uno dopo l’altro, per motivi diversi, ma portando, per me, allo stesso risultato: il fantasma di un’aspra e imbarazzante solitudine, additata come effetto delle mie visioni. Ricordai la scena del Calvario, pietosamente riempita di figure nel Vangelo di Giovanni ma, nella versione di Marco, testimone del perfetto isolamento del Cristo tra i suoi crocifissori. Mi venne in mente l’essere soli nelle Lettere a un giovane poeta, di Rainer Maria Rilke, dove tale condizione viene vivamente consigliata come chiave per sondare il profondo e trovarvi le perle preziose della vera identità. Avevo preso l’abitudine, da tempo, di ascoltare in rete un capitolo al giorno del Vangelo: quella volta mi trovai di fronte la descrizione marciana della passione e morte di Gesù. Sentivo le parole e guardavo l’immagine ricostruita dalla Sindone, con lo sguardo luminoso, fisso su di me. Mi tornò alla memoria una frase che avevo incontrato di recente: se Dio ti sembra lontano, indovina chi si è allontanato. Tutto convergeva nell’offerta, il centro del Progetto, il peso di cui lei si caricava con eroica fedeltà, nonostante gli impulsi contrari della sua natura. Valeu a pena? Tudo vale a pena se a alma não é pequena. I versi di Pessoa suonavano calzanti in quest’angolo di tempo in cui ogni fatto, ogni parola diventava attesa, in cui ogni istante poteva rivelarsi decisivo. Mi scrisse un amico, dicendo che il Papa pregava col rosario che avevo benedetto. Segni che scendevano nel cuore come lo sguardo di Gesù, come il Vangelo della passione e morte di Colui che stava realizzando il suo Disegno.

29. Una coppa di vino

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Sarebbe stato facile: facciamo scendere un fuoco dal cielo? Il metodo di Giacomo e Giovanni non coincideva con quello del Cristo. Volevano annientare quei Samaritani che gli avevano negato l’accoglienza, ma Gesù li aveva fissati, voltandosi, con aria di rimprovero. La questione – sembrava ricordare – non può essere posta in questi termini. La chiave è interiore, è necessario credere, perché il mondo cambi. Mi aveva sempre impressionato l’episodio del fico maledetto da Gesù, perché vi aveva trovato solo fiori: che poteva voler dire quel gesto, se non era la stagione dei frutti? Lo avrebbe spiegato poco dopo: avendo fede, si potrebbe dire a un monte di gettarsi in mare, e lo farebbe. Ecco il senso della Porta Santa: se l’anima è aperta, può succedere di tutto, perché non c’è potenza più grande dell’amore. Eravamo noi i chiamati al cambiamento: il Santuario si sarebbe rinnovato grazie ai cuori finalmente liberi, in cui il sangue cominciava a rifluire, accendendo la speranza. Lo Spirito sarebbe tornato: sì, lo Spirito di cui Gesù diceva – in quella sera ventosa, a Nicodemo – che nessuno sa di dove viene, né dove va, perché è il dono del Dio delle sorprese, capace di mutare segno ai quarant’anni di storia scritta sulle righe storte del materialismo, dell’interesse contingente, dei traffici ambigui, che avevano ridotto la casa di preghiera a una spelonca di ladri. Cuori nuovi per cambiare il mondo, farne un’epifania chiara del Signore, che interviene nella storia e la trasforma da acqua insipida e incolore in coppa di vino raffinato, come alle nozze di Cana, in Galilea.

28. Le labbra di Dio

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Qualcosa cominciava a muoversi. L’annuncio della Porta Santa e dei suoi effetti insinuava nei cuori un germe di speranza che da tempo era stato soffocato. Soprattutto l’idea di una chiara distinzione tra coloro che pensavano secondo la materia e quelli che si aprivano allo Spirito, rendeva più coscienti delle proprie responsabilità nel cambiamento. Ora era davvero prevedibile che gli eventi sgorgassero spontanei da questa sorgente generosa. Qualunque gesto della compagine materialista sarebbe stato un passo falso, una nota stonata nel gran concerto che il Signore andava dirigendo. Mi tornavano in mente le profezie di don Calabria e don Orione, le visioni di un Santuario come centro di irradiazione dello Spirito, come fiamma divina nel gelo desertico del mondo. Pensavo anche all’immagine di Chesterton, che mi si era scolpita nella mente non appena letta: vivere gli eventi – persone, situazioni – come se emergessero dal nulla, per vederli finalmente nella loro verità e bellezza, perché tutto è straordinario quando è opposto alla completa oscurità. Sì, dal nulla di una gestione materiale, ambigua, interessata, affiorava l’alba insuperabilmente bella del Progetto di Dio. Rancori e amarezze andavano svanendo, come la nebbia del mattino dal ponte dello Spirito Santo. Una scia rosa si faceva largo tra le nuvole, come un sorriso consolante disegnato sulle labbra di Dio.

Verklaerte Nacht

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da qui

Da sempre progettati nell’amore,
Custoditi nel grembo dell’eterno,
Eppure così ostici e divisi,
Scontrosi e diffidenti, sempre pronti
A issare muri e mettere barriere.
Il sestetto comincia con lo stridere
Degli archi contrapposti: lancinanti
Attriti che si scorticano vivi,
S’impongono, si graffiano, si sfanno
L’anima, tesi nello sforzo d’essere
Se stessi. Ma soltanto quello sguardo
Che da sempre li ha pensati può fonderli
In un unico fascio di speranze,
In un tempo che ingoia ogni ritardo.

Vedevo

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Ti seguivo dovunque, ciecamente,
Eri tu che vedevi, che prendevi
In mano il filo d’oro, il vero intento
Di Dio. Io ti imitavo, ricordando
A memoria le buche, le strettoie,
La traccia per uscire in breve tempo
Da ogni labirinto. Senza te,
Mi sarei impantanato in ogni fossa.
Quando sei andato,
il trenta dicembre duemila e otto,
Pensai d’aver perduto ogni possibile
Parametro di viaggio. Non sapevo
Che avevi già convinto il Figlio stesso
A guidarmi, non solo nel mio basso
cabotaggio, ma nelle fosse e buche
Del mio cuore, che adesso, ormai, vedevo.