“This year was the strongest for the short story since I began reading for this series six years ago”. Heidi Pitlor comincia così la sua Prefazione a “The Best American Short Stories 2012” e questa volta, anche per i lettori più critici, risulta difficile darle torto. Le venti storie scelte insieme al guest editor di turno Tom Perrotta hanno in sé, più di quanto sia avvenuto nel recente passato (recensisco questa serie oramai da tempo), quella grande varietà di temi, quelle ingegnose e sempre differenti maniere di trattare problematiche insieme eterne ed attuali, quell’uso sapiente e diversificato delle parole, del ritmo e della capacità di rendere il tempo parte integrante di una storia (“good-timing” dice Perrotta, con quella caratteristica che l’inglese ha di concentrare in due parole ciò che in altre lingue necessita di frasi intere) che fanno di ogni racconto una storia che vale la pena leggere, pubblicare, comprare, consigliare e recensire: la crisi economica, le guerre, la sub-cultura dei videogame, i pericoli del consumismo, la diversità, l’emotività dei singloli e delle moltitudini, lo scontro generazionale e quella fascinazione tutta particolare dell’America verso ogni cosa giovane, piena di vita e in lotta per non decadere. A questo proposito, pur nelle dovute differenze, Prefazione e Introduzione (l’una scritta dalla Pitlor e l’altra da Perrotta) sembrano convergere su alcuni semplici ma fondamentali punti: da una parte la difesa
Best American Short Stories 2012
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