CARTE D’AVANA di Davide Barilli, con immagini di Gerardo Lunatici
Fedelo’s editore, 2010 – pagg. 50, euro 10
Sulle pagine del Corriere della Sera così Alberto Bevilacqua scrive di Davide Barilli: “Amante dei viaggi in Centroamerica, Barilli ha alle spalle romanzi riconosciuti di rigore letterario, che l’ hanno posto in evidenza fra i nuovi narratori emiliani. In questo libretto (Carte D’Avana) c’è la verità sulla Cuba di oggi: annotata, vissuta dal di dentro, senza esotismi di maniera, miti che non esistono più. Tante le citazioni possibili. Si resta stupiti da piccoli scorci. L’ arrivo dell’ «apagòn», ossia del buio che annulla contorni e profili, e si va dal «Babalao», il santone, che accende una manciata di candeline rosse, e poi appare con una torta rosa, in una luce fiammeggiante stregonesca. È il compleanno del nulla, in onore del buio padrone delle baie enormi. E poi c’ è Juan, il ragazzino che porta le notizie che mai si leggeranno sul «Granma», il giornale del partito. Scomparse misteriose, incidenti, arresti: Juan detto «Radio Bemba», con le informazioni che scivolano sotto la griglia della censura. Affascina, Barilli, quando ci convince che la verità di certi angoli del mondo sta in un apparente «micro» da rendere luminoso nella sua natura eccentrica, anche sconvolgente. Conferma di un’ editoria appartata, ma preziosa”.
Ho intervistato Davide Barilli (che avevo già avuto modo di ospitare su Letteratitudine con il suo Le cere di Baracoa)
– Davide, perché questo grande interesse per Cuba?
Perché mi ricorda la bassa padana di mezzo secolo fa, quella che non ho visto con i miei occhi ma che mi è stata tramandata. Sono mondi che amo, anche se molto diversi. La Bassa, a ben pensarci, ha un che di sudamericano, con le sue distese infinite e nebbiose che ricordano la pampa. Luoghi dove è facile perdersi. C’è poi nella tradizione letteraria emiliana un lunatico immaginare stravolto da un orizzonte paesaggistico privo di limiti, dilatato, che scioglie i confini e materializza i fantasmi. È un imprinting che ho ritrovato, per certi versi, a Cuba. Non certo nei luoghi privilegiati dal turismo, ma nelle aree periferiche, desolate, come la parte orientale dell’isola, quella che a Cuba chiamano Palestina, una zona depressa fatta di città che si chiamano Moa, Banes o Mayarì, ma straordinariamente ricca di umanità e di storie. Mi piace imbattermi, come accade in questa Cuba povera e allegra , in personaggi anomali, inimitabili, a volte assurdi, che ho raccontato ne ”Le cere di Baracoa”, come il mio giocatore di scacchi sordomuto, allievo del grande Capablanca, oppure Barroso il bicicletero o i vecchi guajiros delle campagne. Gente curiosa e aperta al prossimo, gente che sa ancora raccontare storie, gente che ama il dialogo degli sguardi, conscia che ogni incontro è un luogo di vita.
– Cosa consiglieresti a un turista italiano che decidesse di andare in vacanza all’Avana per la prima volta? Continua a leggere
