Pietro Treccagnoli vive a Napoli e lavora a «Il Mattino». Ha scritto “Non lo chiamano veleno” (Avagliano, 2006). “Non sono mai partito” è il suo secondo romanzo (Cento Autori, pagg. 112, euro 10).
In questo nuovo libro, Treccagnoli “tratteggia un viaggio a cavallo tra i favolosi anni Sessanta e un ’77 troppo presto dimenticato, tra terroristi e figli dei fiori, tra un passato di rivoluzioni vere o sognate e un presente da reality show”.
– Pietro Treccagnoli, la prima domanda è d’obbligo e riguarda il titolo del libro: “non sono mai partito”. Che significa?
“Non sono mai partito” è tratto da un verso di “Grapefruit moon”, una canzone di Tom Waits. “Non ho mai avuto una meta, non sono neanche mai partito”. Gioca anche sul doppio senso di “partito”, inteso come partito politico, quindi vuole puntare sul “movimento” che allora, negli anni Settanta, era un totem e un sogno.
Quasi tutti i miei personaggi non partono. Lo fa solo Serafino, il più folle con il suo progetto folle. Serafino parte. Gli altri restano nel loro piccolo mondo.
Inoltre, quando ho scelto come titolo del romanzo “Non sono mai partito”, ho pensato anche a George Bailey di “La vita è meravigliosa”. Lui desidera fare l’esploratore, ma è costretto a non partire mai dalla sua piccola città americana.
– Guardo la copertina: vedo sangue, un’orma, la falce e il martello…
Non è un modo per calpestare un simbolo sicuramente glorioso e, in gran parte, vilipeso dei suoi stessi seguaci.
L’impronta vuole evocare una partenza.
Il sangue c’è, perché c’era.
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