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Suo e proprio

Alcuni ritengono che gli aggettivi suo e proprio si possono adoperare indifferentemente perché sono sinonimi. Non è proprio cosí.

Suo e proprio, è bene chiarirlo, sono sinonimi solo in alcuni casi: Giovanni conferma le sue/le proprie idee, ha messo a profitto la sua/ la propria capacità comunicativa; a volte si rafforzano a vicenda: Goffredo ha scritto la lettera di sua propria mano. L’uso di proprio, in particolare, è obbligatorio – secondo la legge grammaticale – nelle costruzioni impersonali: occorre difendere i propri convincimenti; è preferibile a suo, invece, quando il soggetto della frase è un pronome indefinito e in frasi che altrimenti potrebbero originare fraintendimenti di senso (e in casi del genere ‘proprio’ si riferisce al soggetto): ognuno può manifestare il proprio pensiero; Luca ha dato un passaggio a Giuseppe con la propria automobile (l’uso di “sua” potrebbe generare ambiguità, cioè equivoci, sul proprietario dell’automobile). Continua a leggere

Un’amalgama

“Un’amalgama”

Dal quotidiano l’Unità in rete:

Culture

Alcol, alcova, assassino
Nella lingua le tracce delle migrazioni

Un’amalgama di tante contaminazioni. Il vocabolario non è un sistema statico, ma un insieme dinamico che risente delle migrazioni passate. I prestiti da altre lingue.
di Tullio De Mauro.

Fa un certo effetto vedere uno strafalcione redazionale (un’amalgama) in un articolo “culturale” firmato, per giunta, da un insigne linguista.

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Tassonomia (2)

tassonomia2

Riprendiamo il discorso sulla “tassonomia” cominciato il 9 agosto scorso. In quelle noterelle avevamo dimenticato di dire che il termine è un prestito del linguaggio scientifico perché con tassonomia si intende una branca della storia naturale che studia la classificazione degli esseri viventi e dei fossili (dal greco “taxi”, collocazione e “nomía”, nome). La “tassonomia linguistica” si potrebbe definire, quindi, la scienza che studia il “sesso” dei sostantivi in base alla loro collocazione nei vari settori. In base a questa classificazione, contrariamente al “buon senso”, tendono a collocarsi nel genere femminile i nomi militari che indicano mansioni: guardia; ronda; pattuglia; sentinella e via dicendo. Ma perché proprio femminili dal momento che queste mansioni erano svolte, fino a qualche anno fa, esclusivamente dagli uomini? Continua a leggere

Tassonomia

tassonomia

Si tranquillizzino i cortesi blogghisti, non abbiamo intenzione alcuna di angosciarvi trattando di tasse o della legge finanziaria, per questo bastano i vari radiotelegiornali che, implacabili, entrano nelle nostre case proprio quando avremmo un gran bisogno di rilassarci dopo una giornata faticosa, seduti davanti a una tavola imbandita a gustarci un buon piatto. No, state tranquilli. Vogliamo parlarvi di un argomento che non tutti i sacri testi grammaticali riportano – essendo riservato agli addetti ai lavori – che va sotto il nome di “tassonomia” (tassonomia) e che, ripetiamo, non ha nulla che vedere con le tasse. Continua a leggere

Complemento di fine

Il sito “Dossier.Net” (http://www.dossier.net/) tra le tante cose si occupa anche di grammatica italiana. Cosa lodevolissima. Alla voce “uso corretto delle preposizioni”, per quanto attiene al complemento di fine fa questo esempio:

“Gli sposi entrarono in camera da letto”

Non ci sembra che l’esempio riportato contenga una frase con il complemento di fine (o scopo). Se siamo in errore siamo pronti a scusarci, attendendo chiarimenti in merito dai responsabili della sezione linguistica del sito. Continua a leggere

I verbi in ere

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Perché l’infinito dei verbi della seconda coniugazione – quelli che finiscono in “-ere”, per intenderci – si presenta ora in forma piana, cioè con l’accento tonico sulla penultima sillaba (vedere, temere), ora in forma sdrucciola, vale a dire con l’accento tonico sulla terzultima (credere, leggere ecc.)? Il motivo va ricercato risalendo all’origine della nostra lingua, cioè al… latino. Nell’idioma dei nostri padri latini esistevano due coniugazioni in “-ere” di cui una con l’infinito piano (vidère) l’altra con l’infinito sdrucciolo (lègere) che costituivano, nell’ordine, la seconda e la terza coniugazione. Queste due coniugazioni latine che differivano non solo nell’infinito ma anche in altre forme si sono unificate nella “parlata” durante il passaggio dal latino al volgare (l’italiano) mantenendo, però, la distinzione di accentazione dell’infinito, mentre le altre forme sono divenute uniche per entrambe le coniugazioni. Da notare che a questa coniugazione in “-ere” appartengono i verbi “fare” e “dire” che alcune grammatiche classificano rispettivamente ed erroneamente nella prima e terza coniugazione. Fanno parte, invece – come abbiamo visto – della seconda coniugazione essendo le forme sincopate dei verbi latini “fa(ce)re” e “di(ce)re”. La sincope, sarà bene ricordarlo, è la caduta di una o piú lettere nel corpo della parola. La “prova” dell’appartenenza alla seconda coniugazione si ha confrontando alcuni tempi e modi dei verbi “fare” e “dire”con altri della medesima coniugazione: facevo (temevo); dicevo (temevo); facessi (temessi); dicessi (temessi).

Tal qual

Forse è il caso di ribadire – ancora una volta – che “tale”, come “quale”, non si apostrofa mai: si tronca. Un cortese blogghista ci ha fatto notare, in proposito, un “tale” apostrofato contenuto nella “Grammatica pratica dell’italiano dalla A alla Z” disponibile in rete. Il madornale strafalcione si può vedere al punto 9 cliccando su questo collegamento:

Sepàro o sèparo?

La coniugazione di questo verbo, forse non tutti lo sanno, può avere l’accentazione piana (sepàro) o sdrucciola (sèparo). A seconda che si privilegi la dizione latina o greca. La pronuncia sdrucciola, però, è di uso prettamente letterario, nel parlare comune si preferisce quella piana (separo). Si veda, in proposito, qui.
Lo stesso discorso per quanto attiene al verbo “elevare”: io elèvo o io èlevo. Si veda qui
E sempre a proposito di accentazione forse non tutti sanno che la pronuncia corretta del verbo “evaporare” deve essere piana, io evapòro. Perché? Semplice, il verbo in questione è un denominale, vale a dire un verbo derivato da un sostantivo (nome), deve conservare, quindi, l’accentazione del “padre”: vapòre.

Corbellerie…

Dunque, cos’è una corbelleria? Tutti lo sappiamo: una sciocchezza, una stupidaggine, uno sproposito, un atto o parole da sciocco e via dicendo. Come la corbelleria riportata da alcune grammatiche – e fatta propria da certi insegnanti – sul corretto uso della congiunzione dunque.
Costoro sostengono – a spada tratta – il concetto secondo il quale dunque essendo una congiunzione deve congiungere, appunto, due frasi ed è adoperata correttamente solo se serve per concludere o trarre una conseguenza: gliel’ho promesso, dunque non posso esimermi. Corbellerie, corbellerie. Continua a leggere

Troncamento (“nessun” straniero)

Due parole due sul troncamento perché abbiamo notato che non tutti lo usano correttamente, vale a dire non seguono le norme che lo regolano. Il troncamento, dunque, è la caduta di una vocale non accentata o dell’intera sillaba di una parola davanti a un’altra che cominci sia con una vocale sia con una consonante: un(o) amico sincero; un buon(o) cuore. Attenzione, però, e qui è il “punto”: la consonante iniziale della parola non deve essere una “s impura”, “x”, “z” o formata con i digrammi “gn”, “pn”, “ps”. Non possiamo scrivere (o dire), per esempio, “un” zaino; “nessun” straniero; “un” psicologo ecc. Per poter fare il troncamento è inoltre necessario che la parola da “accorciare” non sia monosillabica e non sia – come già visto – accentata sull’ultima sillaba e che davanti alla vocale finale che si vuole eliminare sia presente una delle seguenti consonanti: “l”, “m”, “n”, “r”. Cosa importantissima: la parola troncata non si apostrofa e non si accenta mai [a parte qualche eccezione tra cui: piè (piede); mo’ (modo); po’ (poco) ]. Un’ultima annotazione. Scrivendo, cadiamo molto spesso nell’errore di confondere il troncamento con l’elisione (apostrofo) e di mettere per tanto un apostrofo di troppo. Non è raro, infatti, incontrare un “qual’ è” in luogo della forma corretta “qual è” (senza apostrofo) anche presso buoni giornalisti e scrittori. Una regola empirica ci viene in aiuto: se la parola che intendiamo elidere o troncare può star bene, senza la vocale finale, anche davanti a parola che inizia per consonante vuol dire che si può troncare.