di Arturo Fabra
Si pensa allo stesso tempo a “ciò che appare” e a “ciò che immaginiamo di…” quando si parla di “immagine”.
La prima conseguenza è che le due cose non coincidono mai.
Ci pensavo qualche sera fa, assistendo ad uno spettacolo di beneficenza nella mia città (Gubbio) dove veniva premiato, tra gli altri, Djivan Gasparyan, un ottantenne musicista di nazionalità armena.
Vederlo comparire sul palco, claudicante per una recente caduta, con un bel pancione e l’aria semplice mi ha fatto pensare ad uno dei tanti anziani che si possono cogliere fuori da un bar o da un osteria (dove ancora esistono, di quelle vecchie), insomma alla classica figura che la nostra mente colloca sullo sfondo di una qualsiasi scena quotidiana di provincia.
Eppure durante l’intervista, nonostante la barriera linguistica colmata da una traduttrice, questo musicista è riuscito a trasmettere serenità, ironia, pacatezza ed umiltà.Da qui è nata la riflessione. Quanto di quello che percepivo era “immagine” trasmessa da lui e quanto “immagine” composta estemporaneamente da me?
Capisco benissimo che è una domanda retorica (o quantomeno molto vicino ad esserlo) eppure questo mi ha portato a ricordare quelle volte che ho incrociato persone che possono essere definite famose in un qualche campo artistico (letteratura, fumetti, arti figurative, cinema, musica). Continua a leggere
