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Da “Febbre lessicale” di Villa Dominica Balbinot

 (un dipinto di Villa Dominica Balbinot)
 
Vi presento un’autrice misteriosa,  gentilissima  nel dialogo epistolare che ho intrattenuto con lei in occasione del suo primo libro di versi, Febbre lessicale, e tuttavia suscitatrice in me della subitanea impressione che come un manto scuro la avvolgesse un alone retrostante difficile da penetrare: sofferenza, forse? O una conoscenza di forze elevate e ignote? Non so, ma sono certa che non sgorghi da spazi consueti la sua poesia profondamente inquietante, venata di nero e bagnata di sangue; come una sorta di maledizione che va alla ricerca visionaria di uno squarcio di luce, e si snoda emorragica tra misticismo e anatomia, con sguardo a volte ossesso a volte ossessivo. La lingua si costruisce di conseguenza, forzando le parole sulle corde del lapsus, degli inattesi forestierismi, dei ricalchi grammaticali di invenzione, con i quali Villa Dominica Balbinot forgia ed espone il midollo dei suoi versi in modo espressionistico e inverecondo, in una febbre lessicale di radicale spietatezza.

IN CERCA DELL’ABERRAZIONE
Con irrimedibile
– e torta –
disgiunzione della postura
davanti a una stazione
della via crucis
(mio preferito tropo)
mi muovo,
nel rotatorio impulso
impresso da una mola.
In cerca dell’aberrazione
della luce.
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