di Villa Dominica Balbinot
Quello era il giorno. Sarebbe stato il giorno, o almeno lo avrebbe dovuto essere – chissà mai… doveva, doveva esserlo, dopotutto – si disse; lei avrebbe fatto tutto perch potesse esserlo.
E allora guardò attentamente il panorama, guardò minuziosamente quel panorama angolare, prospettico rispetto a ciò che si poteva scorgere dalla finestra della camera da letto – angolare anch’essa e in alto rispetto a quella particolare abitazione stretta e rientrante. Era ubicata in una superficie dall’aspetto vagamente simile a un trapezio sghembo, compressa e ben presto in ombra, nei giorni brevi dell’inverno, ma si dilatava nella scenografia esterna di un verde parossistico che, sulla linea dell’orizzonte, era racchiuso da uno zigzagare di profili digradanti e non omogenei di quelli che si sarebbero potuti definire collinette e dossi, a stabilire il perimetro di uno spazio a conca e nel contempo spezzato, di curve e controcurve, di una struttura morfologica labirintica – non esatta – di spinte e controspinte – di un assestamento geologico mai avvenuto, di un monte avvolto maniacalmente su se stesso e che mano mano si determinava a defluire -con una base di diametro a crescere deforme – avvolgendosi su se stesso come un rettile preistorico, per rinculare al termine ultimo contrassegnato dal letto incassato di un torrente di un paese più grande che – quando non vi erano nebbie umidissime a nasconderlo – poteva essere visto da più di uno dei diversi punti della cintura circolare della frazione in cui lei abitava. Continua a leggere→