QUELLO ERA IL GIORNO

di Villa Dominica Balbinot

Quello era il giorno. Sarebbe stato il giorno, o almeno lo avrebbe dovuto essere – chissà mai… doveva, doveva esserlo, dopotutto – si disse; lei avrebbe fatto tutto perch potesse esserlo.
E allora guardò attentamente il panorama, guardò minuziosamente quel panorama angolare, prospettico rispetto a ciò che si poteva scorgere dalla finestra della camera da letto – angolare anch’essa e in alto rispetto a quella particolare abitazione stretta e rientrante. Era ubicata in una superficie dall’aspetto vagamente simile a un trapezio sghembo, compressa e ben presto in ombra, nei giorni brevi dell’inverno, ma si dilatava nella scenografia esterna di un verde parossistico che, sulla linea dell’orizzonte, era racchiuso da uno zigzagare di profili digradanti e non omogenei di quelli che si sarebbero potuti definire collinette e dossi, a stabilire il perimetro di uno spazio a conca e nel contempo spezzato, di curve e controcurve, di una struttura morfologica labirintica – non esatta – di spinte e controspinte – di un assestamento geologico mai avvenuto, di un monte avvolto maniacalmente su se stesso e che mano mano si determinava a defluire -con una base di diametro a crescere deforme – avvolgendosi su se stesso come un rettile preistorico, per rinculare al termine ultimo contrassegnato dal letto incassato di un torrente di un paese più grande che – quando non vi erano nebbie umidissime a nasconderlo – poteva essere visto da più di uno dei diversi punti della cintura circolare della frazione in cui lei abitava.

Sulla sua sinistra, vista la particolare prospettiva diagonale, ci si accorgeva ancor più di quanto uno dei limiti proprietari della bianca abitazione contigua fosse stato definito senza nessuno sforzo volitivo, avendo invece i loro vecchi proprietari seguito come naturale confine sinistro la linea del tratturo principale che si inerpicava – diramandosi poi in mille biforcazioni di sentieri e sentierini che si immergevano in boschetti di carpini e noccioli che ormai imperversavano selvaggi anche là dove un tempo erano esistiti campi coltivati – fino alla sommità di uno dei tanti dossi o cime delimitanti l’incassatura di quella frazione montagnosa: e questa sensazione – come di un qualche confine prontamente violabile – era palpabile anche a un immediato impatto superficiale, tanto più che non si era sentita la necessità di optare da quella parte per manufatti di muratura o metallici per rinchiudere, oltre a una limitata porzione della costruzione stessa, un fazzoletto di prato che racchiudeva uno sperone di roccia dalla forma estremamente compatta e senza sbavature, che le sembrava – allungato e massiccio com’era – un pezzo unico gettato da una forza magmatica in un punto preciso e ineludibile. Conficcato, ecco il termine esatto, quel monolite era conficcato obliquamente nel margine esterno di un terreno piano ancora preminentemente sassoso, nonostante un certo misurato – arduo anch’esso e spelacchiato nelle estati afose – verdeggiare di erbe frammiste a arbusti legnosi e a bei fiori campestri che sbucavano improvvisi e che non avevano bisogno di alcuna cura.

In quel momento esatto, in un mastellone di zinco riverniciato di un verde acido, erano cresciuti quelli che le parevano esempi di settembrini, con un alto fusto sottile e di una bella coloritura violacea. Quei fiori erano l’unica nota di vivacità in quel praticello che- data la sovraelevatura di uno dei diversificati corpi dell’abitazione in questione – aveva come suo confine destro un’alta muraglia che si inabissava decadendo nel suo proprio prato e che, nel suo ergersi prima dello sprofondare in basso, aveva reso necessario anche un atticciato muretto con – piantate in buche a distanza uguale al suo disopra – delle svettanti aste di ferro rugginoso che tenevano tesa una rete metallica a più linee orizzontali, un’inteleiatura con un che di raggelato nella sua struttura spasmodicamente esatta e coordinata, che le dava una parvenza ambigua di trama a filo spinato o elettrificato – quel fazzoletto disarticolato di prato le pareva incongruo e perennemente stretto, teso, confinato, di aspetto stentato, pur nella sua posizione aperta e soleggiata, con un che però di incombente e precipitoso nella erta muraglia pietrosa che lo tratteneva artatamente.

E spiccava spesso su quel praticello – pressoché alla medesima altezza rispetto al livello del davanzale delle finestre del piano più alto – un totem immobile, una macchia nera e opaca, che contrastava sul giallognolo illividito di un cumulo scomposto di erbe falciate e ormai marcescenti, accumulate a lato inerti e come di fretta. Era uno dei due felini allo stato semiselvatico che si aggiravano spesso in quella parte della frazione, padroni degli esigui appezzamenti e dei più ampi impiantiti di pietrame autoctono, che contornavano edifici per la maggior parte abitati unicamente nei periodi estivi. Quel gatto appallottolato al sole d’autunno era l’unica solitaria presenza di quell’angolo, all’estrema propaggine di una delle due strade che permettevano di raggiungere il paese, la più bella come panorama naturale, la meno usata dopo la frana che l’aveva interrotta per anni, prima di un suo parziale ripristino. Da quell’angolare osservatorio strettamente perimetrato, il cielo le pareva altissimo e, nel contempo, stranamente vicino, tanto che gli stormi di uccelli ora in migrazione le sembrava di riuscire a toccarli, quando – lanciando grida stridule e a improvvise ondate cuneiformi – spezzavano il velame di un cielo spesso neutro e di luce bassissima, mentre invece l’alba era anch’essa lattiginosa ma fulgida, con il sole molto più aderente su quella linea dell’orizzonte che per il momento rimaneva occultata dagli alberi altissimi e di un verde compatto che riempivano disordinati massivi – e attorti l’un altro – le due altre parti laterali di quella sua casa alta e stretta.

Il lato destro rivolto a sud era fortemente limitato dal protrudere massiccio della seconda abitazione contigua, mentre dalla parte di quella che si poteva definire per consistenza una terza delimitazione – a millesimale aderenza confinaria con un ex-stallatico rimesso a nuovo – occhieggiava verde tra il verde una cancellata laccata che doveva permettere a fil di piombo un’antica servitù di passaggio. L’intero panorama – con la sua attuale ma non sempiterna sovrabbondanza di verde che la circondava – e con le parti divisorie di cancellate e muretti a filo spinato e cinte plastificate e provvisorie, in attesa che le siepi di red robin crescessero esponenzialmente come lei sperava, le dava un senso torbido di recinzione, sia pure nell’ampliamento da quinta teatrale – mirabile risultato di una falsata dilatazione prospettica – nello sperdimento solitario in quella natura incontaminata, che rischiava – in certe particolari giornate – di diventare soggiogante ai limiti di una qualche fredda sopraffazione emotiva, come lei potesse mai naufragarvi senza scampo: l’angolo ultimo della porzione della frazione rurale digradava sassosa su due livelli, ognuno dei quali presentava, in posizioni e per motivi differenti, un alto muraglione di contenimento – due arcaici terrazzamenti che finivano per incunearsi, dopo una curvatura stortignaccola e dissestata, nella vecchia stradina di cui, man mano che la stagione autunnale progrediva, lei poteva occhieggiare – pallido nel tremendo accerchiante verdeggiare – lo strano lucore serpentinesco, in un’aria polverosa e tintinnante di echi mai uditi, di occultate storie crudeli sul punto di essere svelate.
E presto sarebbe giunto l’inverno.

Questo articolo è stato pubblicato in Letture e taggato come il da

Informazioni su giovanniag

Giovanni Agnoloni (Firenze, 1976), è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore del libro di viaggio "Berretti Erasmus. Peregrinazioni di un ex studente nel Nord Europa" (Fusta Editore, 2020) e del romanzo psicologico "Viale dei silenzi" (Arkadia, 2019), ha anche preso parte al romanzo collettivo "Il postino di Mozzi", a cura di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia, 2019). È inoltre autore di una quadrilogia di romanzi distopici sul tema del crollo di internet e della società del controllo ("Sentieri di notte", "Partita di anime", "La casa degli anonimi" e "L’ultimo angolo di mondo finito", editi da Galaad tra il 2012 e il 2017 e in prossima riedizione in volume unico), in parte pubblicata anche in spagnolo e in polacco e in prossima riedizione in volume unico. Ha scritto, curato e tradotto vari libri sulle opere di J.R.R. Tolkien (su tutti, "Tolkien. Light and Shadow", opera bilingue italiana-inglese, ed. Kipple, 2019), e tradotto o co-tradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño ("Bolaño selvaggio" a cura di Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau, ed. Miraggi, 2019, tradotto insieme a Marino Magliani), oltre a libri di Jorge Mario Bergoglio, Kamala Harris, Arsène Wenger, Amir Valle e Peter Straub. Ha partecipato a numerose residenze letterarie e reading in Europa e negli Stati Uniti, e traduce da inglese, spagnolo, francese e portoghese, oltre a parlare il polacco. I suoi contributi critici sono disponibili sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia, di Luigia Sorrentino” e “Postpopuli”. Insieme alla giornalista Valeria Bellagamba, ha creato e gestisce la pagina Facebook "Anticorpi letterari", con interviste in diretta video a protagonisti del panorama culturale italiani e internazionale. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com.

Un pensiero su “QUELLO ERA IL GIORNO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *