60 jazzisti. Gian Nissola intervista Guido Michelone

jazzisti Michelone
Sta uscendo nelle librerie il tuo nuovo libro dal titolo 60 jazzisti: partiamo proprio dal titolo?
Sì, 60 jazzisti sono appunto sessanta personaggi della musica jazz che ho voluto raccontare brevemente: si va dalle tre alle sei pagine per ciascuno, per un totale di circa trecento pagine, dunque non si tratta di vere e proprie biografie esaustive, ma di brevi flash che caratterizzano ciascun jazzista sotto un certo punto di vista estetico, culturale, privato, eccetera.

Anche il titolo mi sembra eloquente: lo hai scelto tu?
L’ho pensato assieme all’editore, mentre il sottotitolo l’ho voluto io, è farina del mio sacco e c’è un ‘perché’! Ma prima spiego appunto il sottotitolo che è Sessant’anni di swingers, bluesmen, boppers, freemen, crooners, mancano solo dixielanders, coolsters, hardboppers e il quadro sarebbe completo, nel senso che le grandi categorie della storia del jazz sono soprattutto queste: prima del jazz il blues, e poi via via l’hot jazz (di cui il dixieland è solo una parte), lo swing, il bebop, il cool, l’hard bop, il free e a parte il canto o vocal jazz (dove i crooners però risultano una categoria specifica). Ma inclusioni ed esclusioni, nel sottotitolo, significano per me una scelta di campo.

Non mi sembra però che tu abbia escluso musicisti del cool jazz o dell’hard bop?
No, no di certo! Come critico, studioso e storico del jazz, devo, anzi voglio essere obiettivo ed equidistante e valutare l’importanza di ciascuna epoca e di ogni stile. Tuttavia anch’io, come tutti, ho i miei gusti personali. E devo confessare che, avendo potuto scegliere, su una gamma di circa cento personaggi, un numero di poco superiore alla metà, è stato per me facile optare per una certa linea di tendenza. Fatto salvo il jazz delle origini, di cui mi sono occupato poco, ma che amo moltissimo attraverso i dischi originari, più che nei gruppi revival, ho nel libro, consapevolmente, privilegiato certi tipi di jazz (in particolare contemporaneo e neomoderno) attraverso i suoi esponenti più o meno noti.

Del resto non mi pare che, nel jazz e nella musica in genere, tu abbia mai avuto preclusioni aprioristiche.
Né le avrò mai verso qualsiasi forma artistica, benché poi il gusto personale possa avermi condotto inconsciamente a occuparmi più di certi jazzisti che non di altri; ma sulle scelte pesa anche un altro fattore, che è all’origine del libro: la committenza.

Come infatti hai scritto nella premessa, il libro nasce come una raccolta di saggi già usciti in precedenza, giusto?
60 jazzisti è una raccolta di riflessioni e testimonianze, articoli, interventi che erano sparpagliati su molte riviste nel corso di circa quarant’anni e che ho voluto antologizzare facendomi appunto un regalo di compleanno con qualche mese di anticipo. Poi, l’occasione del compleanno si è triplicata perché i sessanta jazzisti non solo simboleggiano i miei primi sessant’anni, ma anche quelli dell’editore Mariano Settembri che ha stampato il libro e quelli dell’Associazione ‘Amici del Jazz’ di Valenza che lo ha sponsorizzato. Dunque una variegata committenza – formata da direttori o redattori di giornali e periodici e magari anche da qualche direttore artistico di festival jazz – nel corso degli anni mi ha via via chiesto di scrivere di jazzisti anche molto diversi fra loro, come si fa con tutti i critici, benché nell’ambiente del jazz vi sia pure chi è specializzato in uno o pochi generi. ma, sul piano cronologico, io credo di amare tutta la storia del jazz.

Però, dalla lettura del libro, emergono anche i tuoi specifici amori jazzistici, oltre quelli per i grandi?
Penso di sì: del resto infatti come si può parlar male di alcuni ‘giganti’, da Jelly Roll Morton a Count Basie, da Miles Davis a John Coltrane, da Charlie Parker a Dizzy Gillespie, che ho inserito nel libro e che sono i ‘padri fondatori’ del jazz medesimo? E se non aggiungo pure Louis Armstrong, Duke Ellington, Billie Holiday o Thelonious Monk è perché faranno parte di un altro libro.

Prima infatti parlavi di cento personaggi…
Sì, grosso modo mi sono occupato, con brevi monografie, in circa trent’anni, di un centinaio di jazzisti, di cui sessanta sono finiti qui e altri venti finiranno in un testo chiamato provvisoriamente Jazz Set, un titolo che però vorrei conservare. E questi cento personaggi non sono sempre amore a prima vista!!! Tutti bravi, ma non sempre i miei preferiti in quanto a gusto musicale!!! Però nel tratteggiare tutti questi jazzisti mi sono obiettivamente attenuto ai doveri del giornalista e alle richieste della committenza. Insomma, rivedendo poi i miei pezzi sui sessanta jazzisti inseriti nel libro mi sono accorto di aver sempre dipinto quadri realistici senza nessuna forzatura.

E se volessimo parlare di ‘specifici amori jazzistici’?
Allora svelo subito che da un lato, nel jazz, amo una linea black che dal blues porta al bebop e poi al free, da un altro lato apprezzo il jazz europeo soprattutto quando cerca una propria strada autonoma e dall’altro lato ancora sono attratto dalle recenti contaminazioni tra differenti linguaggi sonori, dove il jazz non sia marginale, ma al centro dell’attenzione o comunque fra i protagonisti.

Un esempio per ciascuno dei tre casi?
Una linea black è simboleggiata ad esempio da Ornette Coleman che è anche il personaggio in copertina, da quasi sessant’anni impegnato in una ricerca espressiva che approda prima nel free e poi nell’harmolodic (una sorta di funk esasperato) ma che ha le sue radici nel blues antico. La strada europea autonoma è lo swing-gitan inventato da Django Reinhardt (di cui parlo nell’altro libro) già negli anni Trenta, ma che trova subito un proprio erede (Henri Crolla) e uno anche in tempi recenti (Biréli Lagrène). Tra le recenti contaminazioni citerei la sfortunata vocalist Amy Winehouse che in soli tre dischi (di cui uno postumo) ha saputo far rivivere il soul in Inghilterra con grintoso tocco jazzy. Sono ovviamente tutti jazzisti che tratto nel libro.

Quale tipo di jazz invece non ti piace?
Il jazzetto inutile, ripetitivo, commerciale, ad esempio molta fusion ipertecnica o certo hard bop ripetitivo, ma anche il mainstream o il dixieland revival che non hanno nulla da dire…

Per un lettore che si avvicinasse per la prima volta al jazz il tuo nuovo testo sarebbe in grado di fargli capire e amare questa musica?
Me lo auguro, è in effetti tra i miei obiettivi culturali: attraverso queste sessanta brevi monografie ricostruire una sorta di comunità ideale dove i valori del jazz siano ampiamente condivisi non solo sotto il profilo musicale, ma anche come relazioni sociali in grado a loro volta di esprimere libertà, democrazia, collaborazione, appartenenza.

Riusciamo quindi a concludere con una definizione di jazz, perché di solito la domanda che tutti fanno sempre a noi che ci occupiamo di jazz, è appunto ‘ma cos’è il jazz’?
Una domanda difficilissima: il jazz per definizione è una musica afroamericana nata a New Orleans agli inizi del Novecento e poi sviluppatasi nel resto dell’America e quindi in un tutto il mondo. È una musica che ha nell’improvvisazione un momento fondamentale, benché declinata in vari modi, perché il jazz da sempre è in continua evoluzione e il jazz di oggi è molto diverso da quello di venti, quaranta, settant’anni fa! Dal punto di vista strettamente musicologico è impossibile definire unitariamente il jazz, lo si può fare spiegando via via cos’è il bebop, cos’è il free, cos’è il dixieland, eccetera, eccetera. Ma alla fine la definizione di jazz oltrepassa i confini della musica, perché, a mio modesto parere, è jazz appunto tutto quanto, a livello sonoro, esprima quei valori che già prima avevo elencato: libertà, democrazia, collaborazioni, sogni, utopie e anche fede in Dio.

Cfr.: Guido Michelone, 60 jazzisti. Sessant’anni di swingers, bluesmen, boppers, freemen, crooners, Lampi di Stampa, Milano 2014, pagine 307, euro 21,00.

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