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Il “golden boy” del calcio italiano.

Franz Krauspenhaar

Nel 68 Sivori viene ceduto, e il Milan torna a vincere dappertutto. Gianni Rivera, “golden boy” del calcio italiano ma anche “abatino” per il. sarcastico  giudizio del geniale Gianni Brera, scrittore finissimo, un Gadda che fa vedere le trippe più che di se stesso della selvaggina di cui, animale padano voracissimo di vita sport scrittura e cibo e vino, si ciba in lunghe scampagnate, sia fatte per sue conto che nella tivu dell’era Bernabei.  Famosa e godibilissima, una puntata del 57 delle scorribande per l’Italia dello scrittore-regista torinese Mario Soldati, che alla trattoria Ferrari di Pavia assistono e commentano la mondatura delle rane. Brera è di San Zenone Po, verso Stradella, è di quelle genti venute e situate negli acquitrini, dove si coltiva il riso, spesso amaro, e dove le province di Piacenza e Vercelli quasi si uniscono. Brera è figlio di un’atavica fame – d’altronde  le rane sono animali della fame come i gatti, animali dei campi acquitrinosi come i gatti lo sono delle colline venete e toscane. Brera è tifoso delle due milanesi, equidistante, critico impietoso ma anche avvolgente, come se la sua stazza che pare da ex lottatore di greco-romana (ha il fisico simile a quello dell’attore italo-francese Lino Ventura) potesse avviluppare le due grandi milanesi in un abbraccio che è affettuoso ma talvolta anche stritolante. Dunque Brera, il re dei giornalisti sportivi, questo straordinario prosatore e inventore di neologismi – tra cui “libero” e “centrocampista”- vede Rivera come una specie di figlio intelligente ma anche degenere. Lui ama il calcio nordico, fisico, si sente uomo del nord, antesignano colto e intelligente dei leghisti della penna. Continua a leggere