a P.V.
Un pomeriggio la signora che abitava al primo piano aveva alzato lo sguardo in alto, dal marciapiede sul lato opposto della strada, e si era accorta che i gerani e le margherite dell’appartamento della ragazza erano morti, rinsecchiti, i rami superstiti piegati all’ingiù. Che strano, aveva pensato, la mano sulla fronte a ripararsi dal sole. Era rimasta un po’ a guardare il balcone dell’ultimo piano e le piante morte. Strano perché la ragazza si prendeva sempre molta cura di quelle piante, l’aveva vista tante volte occupata a innaffiarle, togliere le foglie secche, pulire i sottovasi.
Mi aveva messo addosso una brutta sensazione, aveva detto la signora in quelle appassionate chiacchiere con gli altri abitanti del palazzo, quando già il corpo della povera ragazza era stato chiuso nella bara di metallo e portato via dalla polizia mortuaria, l’appartamento era stato sigillato, e si era finalmente fermato l’andirivieni di polizia e vigili.
Non avevano tolto gli occhi di dosso alla bara mentre passava da un piano all’altro, da un pianerottolo all’altro, loro, i vicini, gli occhi fissi sul coperchio lucido, mani strette sulle bocche, teste che dicevano no, non è possibile, qualcuno si era fatto il segno della croce, qualcun altro non aveva retto e aveva abbassato lo sguardo sul pavimento e aveva visto solo i piedi degli addetti infilati in copriscarpe bianchi. Continua a leggere

