Nel 1923 Ernest Hemingway aveva ormai messo a profitto il suo anno di guerra come infermiere sul fronte italiano: tornato negli USA, dove era stato accolto più o meno come se la guerra l’avesse vinta lui da solo, e mosso da due potenti motivi (la passione per la letteratura e la determinazione a vivere senza lavorare), aveva trovato un contratto con un giornale canadese, era tornato in Europa e aveva fatto il corrispondente nella guerra greco-turca (dalla parte ellenica). Dopo la riscossa di Kemal Ataturk e la ritirata greca, Hemingway si sistemò a Parigi facendo un po’ di vie de bohème (ma non la fame, come cercò di far credere). Frequentò Gertrude Stein e Francis Scott Fitzgerald, fece finta di interessarsi alle problematiche di James Joyce, Ezra Pound e T.S. Eliot (stando bene attento a restarne alla larga), ma soprattutto cercò qualcosa di straordinario da raccontare. Quando capì che a Parigi di straordinario non c’era proprio niente, prese il treno e andò in Spagna a vedere le corride. Continua a leggere
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Quella notte a Dolcedo
Mi è costato fatica, ma sono contento di averlo letto. Perché questo non è uno dei tanti libri che escono in continuazione, quelli che si aprono, ci si affida al narratore e ci si lascia portare fino in fondo. No. Qui a ogni pagina bisogna usare la testa, domandarsi il perché di ogni cosa, soprattutto delle cose che non succedono. E non si trova, il dannato perché. Eppure si va avanti ugualmente, proprio come capita nella vita vera, perché la scrittura di Magliani contiene una promessa che non si estingue mai, e quando finisce genera rimpianto.
Questo è un grande libro, come non se ne leggevano da decenni, e non mi sento ancora in grado di farne una recensione ma solo una breve nota. Anche questo è un sintomo del “grande libro”: ci vuole tempo per digerirlo, assimilarlo, entrargli dentro. Ma qualche cosa posso dirla sin d’ora. Continua a leggere
