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Il Cavaliere della Rosa

Secondo un modo di dire di fine Ottocento, a Vienna in ogni strada abitava un genio. Non era uno sproposito: nell’arco di una generazione, prima di sprofondare nella guerra e nel disastro, la capitale dell’ultimo impero vide una rivoluzione in tutte le arti e in tutte le scienze. Il fenomeno aveva la sua spiegazione in una serie di coincidenze: una lunga espansione economica, un impero multietnico, un imperatore-simbolo che non moriva mai, imbalsamava le contraddizioni e mascherava fino all’ultimo l’agonia di una civiltà.
Tra i letterati, che hanno per missione la sensibilità a ciò che nasce e a ciò che muore, soltanto Hofmannsthal si rivolse con un sorriso a un mondo che si ostinava a sopravvivere a se stesso. Nel “Cavaliere della rosa” non ci sono i sarcasmi di Kraus, l’ironia di Musil o i tremori di Kafka. Hofmannsthal contempla con serenità i formalismi desueti, le fisime nobiliari che vanno in archivio. Confida nell’immortalità dei sentimenti. Sorride ai suoi personaggi con la nostalgia di ogni addio e con la vaga speranza di una metempsicosi: quei sentimenti trasmigreranno in altri corpi, in epoche nuove. Continua a leggere