Archivi tag: Richard Strauss

32. L’eco

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Concéntrati: prova a prestare al tuo passato la profondità che allora ti mancava. Entra in contatto con la faccia opposta del mondo: tuo padre che affronta l’ambiente ostico dell’azienda petrolifera, coi furbi che cercano ogni giorno di fregarlo e gli operai che lo adorano e gli consegnano commossi una grande targa d’argento; tua madre accasciata sulla sedia, in attesa di notizie sull’aereo del marito, lei che immaginava, a ogni partenza, catastrofi e avarie  (e ti stupisci ancora del tuo rifiuto ostinato di volare?). Due personaggi eroici: lui che prima studia e lavora, poi si sobbarca a qualsiasi sacrificio pur di garantirvi la laurea e la vacanza fuori casa; lei che porta avanti una gravidanza assurda, nonostante le sia stato assicurato che il feto è deceduto – sarà vero? mi sembra che si muova – rischiando di morire, al punto che il fratellino di tre anni, vedendola tornare, piange a dirotto e le chiede che cosa sia successo. Dovresti scrollarti di dosso l’armatura che impediva di sentire fino in fondo un dolore, un’allegria, intento com’eri a evitare ogni esperienza di abbandono, l’orrore della solitudine che, da sempre, era stato il tuo problema. Sarebbe così semplice accettare i propri limiti, vedersi con la gente senza l’ansia di venire rifiutato. Dovresti ripercorrere tutta la tua vita, riaffacciarti al balcone sopra Viale Beethoven, accorgerti che nessuno si è portato via l’elefantino di peluche, entrare nella classe sbagliata senza esserne marchiato per il resto dei tuoi anni, guardare dritto negli occhi verdi della Persighetti e dirle che non sei condizionato dal suo sorriso di compatimento, perché in fondo sei migliore di quanto lei sostenga. Scopriresti qualcosa a cui allora non badavi: Michelino era più solo di te, molto più triste, nei giorni in cui la casa del padre era più grande e desertica del solito; Otello cercava l’ebrezza ingenua di una testa coperta di capelli; i salesiani vincevano tre a uno perché ogni giorno arrancavano sul campo scortica-ginocchi del collegio. Hai scelto: toglierai la maschera della paura e guarderai in faccia le persone che la sorte ha associato al tuo passato; sarai come Elia davanti alla caverna: capirai che il rumore insopportabile del mondo, a volte, è solo l’eco del tuo panico insensato.

91. Il tuo nome

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Romolo, Romolo. Le hai provate tutte: lo scrittore, lo psicologo, l’uomo dagli occhi grandi e azzurri che hai visto svanire nel nulla, sulla torre. Ti chiedi se sia possibile trovare uno spiraglio, la via d’uscita a un muro che inibisce ogni finale. Sei in un vicolo cieco, l’esito previsto della tua vita inconcludente, trascorsa a inseguire una bambina che non ha voluto rivelarti il nome. Continua a leggere

Il Cavaliere della Rosa

Secondo un modo di dire di fine Ottocento, a Vienna in ogni strada abitava un genio. Non era uno sproposito: nell’arco di una generazione, prima di sprofondare nella guerra e nel disastro, la capitale dell’ultimo impero vide una rivoluzione in tutte le arti e in tutte le scienze. Il fenomeno aveva la sua spiegazione in una serie di coincidenze: una lunga espansione economica, un impero multietnico, un imperatore-simbolo che non moriva mai, imbalsamava le contraddizioni e mascherava fino all’ultimo l’agonia di una civiltà.
Tra i letterati, che hanno per missione la sensibilità a ciò che nasce e a ciò che muore, soltanto Hofmannsthal si rivolse con un sorriso a un mondo che si ostinava a sopravvivere a se stesso. Nel “Cavaliere della rosa” non ci sono i sarcasmi di Kraus, l’ironia di Musil o i tremori di Kafka. Hofmannsthal contempla con serenità i formalismi desueti, le fisime nobiliari che vanno in archivio. Confida nell’immortalità dei sentimenti. Sorride ai suoi personaggi con la nostalgia di ogni addio e con la vaga speranza di una metempsicosi: quei sentimenti trasmigreranno in altri corpi, in epoche nuove. Continua a leggere