Di quel filone di letteratura mitteleuropea che irruppe nelle nostre librerie negli anni settanta del secolo scorso, molti sono gli autori noti e variamente letti, da Mann a Musil, da Joseph Roth a Schnitzler, da von Doderer a Canetti. Ma il nome di Hermann Broch (Vienna 1886 – New Haven 1951), malgrado la pubblicazione da parte di Einaudi de i Sonnambuli già nel 1960, non ebbe affatto risonanza, e sostanzialmente rimase nell’ombra degli esperti di germanistica. E sì che Elias Canetti, nel discorso di accettazione del premio Nobel per la letteratura, attribuitogli nel 1981, parlò di Broch come di colui che avrebbe, se fosse stato ancora vivente, meritato più di lui il premio, e a Broch dedicò molte affettuose pagine nel Gioco degli Occhi, terzo volume della sua autobiografia.
Da quando, ormai vari anni fa, qualcuno mi mise sulla traccia di questo autore così fuori dai percorsi letterari più usuali, non ho smesso di leggere i suoi scritti e di ripensare di quando in quando al suo peculiare modo di concepire e affrontare la letteratura. La prima lettura che si offre di lui è la prima opera che scrisse non appena, nel 1927, a 41 anni, smise di fare l’ingegnere tessile, professione cui era stato naturalmente avviato dal padre e dalla sua impresa, e decise di dedicarsi alla scrittura e alla conoscenza del mondo. Die Schlafwandler, appunto, letteralmente i camminatori nel sonno, ovvero i sonnambuli, da tempo esaurita e ripubblicata oggi con grande cura editoriale da Mimesis ad inaugurare la nuova collana di letteratura, diretta da Massimo Rizzante.
Su questo blog ho già pubblicato un intenso e raffinato dialogo d’amore tratto dal primo volume Continua a leggere

