
Lo scenario previsto si delineava a poco a poco: le elezioni del presidente americano, i primi, chiari segnali di un malcontento nella Chiesa, la stessa natura, che pareva agitarsi e contorcersi senza trovar pace. Era come se sotto la maschera imposta dai media, e dai loro manipolatori a volte insospettabili, prorompesse qualcosa che non era più possibile frenare. Del resto, il senso profondo della storia non si sarebbe fatto fermare dalle macchine oliate del politically correct: la verità cominciava a farsi strada, fuoriusciva tra gli spazi angusti delle gaffes, negli interstizi delle censure inaccettabili, nelle crepe cui una visione ambigua e opportunista della vita non poteva impedire di allargarsi, quasi a vista d’occhio. I soliti organi del pensiero unico continuavano a suonare il piffero di una rivoluzione ormai fallita, per le coscienze vigili di molti: le contraddizioni erano sotto gli occhi di tutti, anche se i fans delle lobby potenti si ergevano a difesa di posizioni indifendibili.
Nel nostro piccolo, davamo un contributo alla causa del Progetto: nella predicazione, nella catechesi, nell’ascolto di un Vangelo che proprio in quei giorni sciorinava testi apocalittici, quasi a conferma di un mondo nuovo che sarebbe sorto dalle macerie delle umane velleità. Il segno del Cristo emergente era la gioia che si faceva largo tra i colpi e le ferite, un sentimento profondo e radicale, che nasceva dall’unione col Re dell’Universo, il cui unico, immenso potere era quello dell’amore.
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71. Repressioni

Ogni tanto, pareva s’aprisse uno spiraglio. Per vie paradossali, come sempre. Nei giorni precedenti era scoppiato il caso del domenicano incappato nell’ira funesta del politically correct , ormai imperante anche in certi, battuti corridoi della Curia Romana. Aveva osato pronunciare la parola “castighi”, peraltro presente nella nota preghiera che milioni di fedeli pronunciavano al termine della confessione, l’Atto di dolore. Ma il malcapitato non si era sognato di parlare di castigo in senso, come tecnicamente si suol dire, “afflittivo” – ossia come punizione diretta del peccato -, ma in termini, dogmaticamente ineccepibili, di appello alla conversione personale. Il direttore della radio, dai cui microfoni era partito il cosiddetto “anatema”, si era affrettato a cacciare il religioso, sospendendone la trasmissione ipso facto e latae sententiae. L’attacco deciso, anche da parte di alcuni vescovi imprudenti – che non avevano nemmeno letto il testo dell’intervento del domenicano -, aveva sortito, come spesso accade, l’effetto contrario, suscitando nei più accorti un’ondata di sdegno di fronte a tanto sfoggio di autoritarismo. Erano stupiti dalla negazione del diritto all’esistenza di un pensiero diverso, di una nota stonata rispetto al mainstream del momento. Si parlava di come difendere la radio, del resto apprezzata dal popolo di Dio, forte del suo “sensus fidei”. Gli animi cominciavano ad accendersi, di fronte a tanta solerzia nel sopprimere i germogli di una profezia piantata nel ciglio a strapiombo sull’abisso.
70. Il battito

Il battito del cuore: era questo il punto da cui la preghiera s’innalzava, come un grumo di vita donata, una traccia indelebile e viva dell’amore di Dio. Il cuore non lo puoi comandare, batte da solo; è stato messo lì da qualcun altro; qualcun altro ti dà il potere, ogni giorno, di sperimentare la gioia e la sofferenza, le delusioni e le sorprese, la sfida quotidiana che mette alla prova e fa fare un passo avanti verso la salvezza. Solo al ritmo di quel battito era lecito ricorrere ai criteri consueti della crescita interiore: l’analisi dei pensieri inconsci, la cura dei fini e delle motivazioni, la verifica finale dei comportamenti. Il battito del cuore era l’appello ininterrotto a dare priorità alla vita, a non ingolfarsi in acrobazie dell’intelletto o della volontà. Comprendevamo sempre meglio che per trasmettere amore non bastava sentirsi sicuri, impeccabili, difesi da incursioni esterne; ma semplicemente abbandonarsi all’amore più grande del Creatore, che si china sulla creatura comunicandole energia, guarendo le ferite, profondendo senso ai momenti più duri e in apparenza assurdi. Lo insegnavamo agli altri: ascolta il battito del cuore, fai spazio alla vita come dono. Il Regno di Dio era il sorgere improvviso di un’immagine, un ricordo, il segno di una presenza inconfondibile, il respiro del cosmo: tutto in un punto così infinitesimamente trascurabile, eppure ricco di una dignità senza misura.
69. Quale bellezza

Diventava importante capire come potessero convivere la bellezza della vita e l’epoca di sofferenza che si annunciava con maggior chiarezza. Eravamo sempre più coscienti di come bello, buono e vero fossero le vie d’accesso imprescindibili alla dimensione dello spirito. Rileggevamo le sintesi aggiornate di ontologia e metafisica, riferimenti certi nel contesto di confusione generale sulle basi della vita. La filosofia dell’essere era un farmaco provvidenziale nella perdita dei punti fermi, sintomo e causa di malattie spirituali di ogni tipo.
Ma come si potevano congiungere bellezza e dolore? Come coniugare l’ottimismo realistico di Dio con le tensioni, i conflitti, la violenza dilagante nelle strade della storia?
Avremmo dovuto chiederci, in preghiera, cosa turbasse il bello contemplato e vissuto nell’ottica “altra” del Vangelo. Fin qui, la risposta era scontata: la coscienza di un orizzonte oscuro, che incombeva sul mondo, era più che sufficiente a gettare un’ombra sulle nostre aspettative. Ma in che modo intravedere, sullo sfondo inquietante, la luce della speranza cristiana?
La risposta non poteva essere che una: in Dio, bello, buono e vero convergono perfettamente. Avremmo dovuto rivedere, dunque, la nostra concezione di bellezza, confrontarla con la Pasqua del Cristo, rivelarne la partecipazione alle sofferenze della Chiesa, l’unione alla Passione di Gesù. In questa prospettiva, si scopriva una bellezza nuova, che attingeva all’Essere di Dio, alla sua eterna verità e bontà. Oltre l’oscurità terribile del Venerdì Santo e il silenzio tombale del Sabato, si profilava la lama di luce dell’alba della Domenica mattina.
68. La speranza

Spiegare cosa fosse la speranza cristiana era un compito arduo, in quel periodo. Per chi fosse avvezzo al linguaggio delle profezie non poteva essere un problema: sullo sfondo oscuro degli eventi, la salvezza era un punto luminoso, inconfondibile. Solo la coscienza esatta del male avrebbe potuto avvertirci del bisogno urgente di salvezza. La narcosi imperante, invece, imponeva le lenti rosa dell’illusione a buon mercato, la fiducia malposta in un buonismo che avrebbe lasciato con la bocca amara.
Pensavamo alla domanda di Dio al profeta appena convocato: Cosa vedi, Geremia? Vedo un ramo di mandorlo, Signore.
Mandorlo, in ebraico, significa anche “vigilante”. Il profeta era un’insonne sentinella chiamata a tenere gli occhi del popolo vigili sul tempo che veniva. Un compito scomodo, soggetto a ogni forma di critica e obiezione, ironia e perplessità.
San Massimo il Confessore, uno dei grandi Padri della Chiesa, diceva che i vizi provengono da due attitudini interiori: la ricerca del piacere e la fuga dal dolore. Mai come allora, la società narcisistica – com’era stata definita – pareva soggetta a questi sbandamenti, opposti ma complementari. La perdita di Dio, del rapporto personale e profondo, aveva aperto la strada a ogni forma di presenza surrogata, esasperando, insieme, la morbosità e la fuga.
Come venire a capo di una distanza in apparenza incolmabile?
Sapevamo di dover restare saldi, costanti nell’annuncio, premurosi nelle spiegazioni, comprensivi nei confronti degli scettici e di quelli che, in nome di una falsa nozione di speranza, negavano l’urgenza della conversione. Sì, la speranza era proprio l’aggrapparsi alle ali di Dio, che avrebbe sostenuto coloro che accettavano di aprire occhi e orecchi alla sua eterna parola di salvezza: “quando vedrete queste cose, alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.
67. Le ceneri del vecchio

Non si trattava della fine del mondo, del giorno e dell’ora che nessuno conosce. Era invece il momento in cui tutto sarebbe passato nel crogiolo della purificazione, attraverso le tappe della divisione da Dio (il fondamentalismo religioso), la divisione dall’altro (la guerra) e la divisione da se stessi (lo scisma ecclesiale). Dicevamo sempre che occorreva tener d’occhio queste tre direzioni, per comprendere il corso presente della storia. Ricordavamo le parole di Gesù, le dichiarazioni che in molti rimuovevano, perché non rispondenti all’atmosfera del tempo, alle esigenze del politically correct: “se non vi convertirete, perirete tutti nello stesso modo”. E da cosa ci dobbiamo convertire? si chiedeva la maggior parte della gente. Si era perso il senso della trasgressione, a partire da quello che la teologia continuava a chiamare “peccato originale”. Il simbolo del libro della Genesi era chiaro: l’uomo coglie il frutto dell’albero dell’Eden, per cui, da quel momento, sarà lui a stabilire cos’è bene e cos’è male. Il suo giudizio vale quanto, anzi più di quello di Dio, che forse non esiste. Da allora in poi, cioè da sempre, il disordine è entrato nel mondo, l’anarchia etica da cui discende ogni sorta di prevaricazione, di deviazione, d’ingiustizia. Il male cresce, e con esso il dolore, il malcontento, il seme dell’infelicità. Quando il male si moltiplica, non ha più freni: perde la misura e il senso delle cose, e precipita verso l’autodistruzione. Questo era il momento che ci era dato in sorte. Da tempo circolavano avvertimenti dall’alto, inviti a una sincera conversione, a un ritorno a Dio, al riconoscimento di un legame strutturale fra Creatore e creatura. Non era la fine, ma un inizio nuovo, nato dalle ceneri del vecchio.
66. Annunci finali

Noi “sapevamo”. Eravamo sicuri che gli eventi sarebbero accaduti, e altrettanto consapevoli della loro gravità. Tentavamo di comunicare la certezza in modi comprensibili e accettabili, ma arrivava il momento in cui si creava la distanza, il dubbio, in cui il muro dell’incredulità diventava una barriera insormontabile. Questo non ci impediva di proseguire nell’opera di sensibilizzazione, nell’annuncio di tempi che avrebbero cambiato lo scenario mondiale e, di conseguenza, l’insieme dei nostri microcosmi. Se da più di trent’anni la Madonna lanciava i suoi messaggi, il motivo doveva essere importante. Pensavo a quanto fosse difficile per Dio farsi presente ai suoi figli distratti, assorbiti dai loro interessi, obiettivi ed ambizioni, come se il tempo non dovesse riservare delle svolte, come se oltre l’angolo non potesse mai manifestarsi una sorpresa. Il nostro compito era aprire le menti, ma soprattutto i cuori: far riscoprire la dimensione della profondità, in un mondo appiattito sulle frivolezze e le apparenze, come una sala da ballo sfarzosa e rumorosa poco prima dello scoppio della guerra. Già, la guerra: era difficile immaginare gli effetti di un conflitto globale nell’epoca delle armi nucleari. Forse proprio questo faceva intravedere il cambio di paradigma generale a cui tutte le profezie si riferivano. Eppure erano pochi quelli che ascoltavano: mangiavano, bevevano, si sposavano. La storia sembrava ripetersi negli stessi termini, nello stesso, puntuale appuntamento con l’uomo e la donna sordi e ciechi. Noi annunciavamo, nonostante: qualcuno, prima o poi, avrebbe aperto gli occhi.
65. Lo Straniero

Si affacciava sempre più un’idea portante, di quelle che appena si presentano diventano necessarie e imprescindibili: l’idea dell’alterità del Regno e del Vangelo, e dunque dell’urgenza di aprirsi a qualcosa – o meglio a Qualcuno – che non può lasciarti come prima.
La preghiera ci faceva comprendere che lo Spirito comunica le coordinate della vita trinitaria, quello che San Paolo chiama “il pensiero di Cristo”. Aprirsi all’Altro significava accogliere lo Straniero che abitava in noi, camminava con noi, come quel giorno sulla strada da Gerusalemme a Emmaus. Suonava anche più chiara, in questo modo, la dichiarazione del pastore universale davanti a tutti i popoli, nel giorno del Giudizio: ero straniero e mi avete ospitato. Il primo forestiero da accogliere era il Sé, che giaceva inascoltato nell’abisso della vita, quello che appare solo in sogno in certe notti segnate dal destino. Se avessimo aperto la porta al viandante misterioso, all’Archetipo di tutti gli archetipi, avremmo incontrato anche noi stessi, e non avremmo temuto mai più nulla. La vita trinitaria si faceva strada nei cuori provati da sofferenze e umiliazioni. Quella strana forma di amore che si chiama agàpe si insinuava alla luce del giorno, e non più solo nei sogni della notte. L’Altro era la chiave per distinguere le coordinate del nostro viaggio verso il Paradiso.
64. Dal letame

Mi avevano sempre colpito le parabole gemelle della perla preziosa e del tesoro nel campo, anche per la loro intrinseca bellezza. L’idea che qualcuno venda tutto perché ha trovato ciò che conta, mi affascinava e si faceva strada, come il seme gettato nella terra. Nello stesso tempo, mi stupiva il fatto che tanti non solo non trovassero perle o tesori, ma che spesso, in caso contrario, li disprezzassero, come le cose sante date ai cani di cui parla Gesù, in un altro passo del Vangelo. Com’era possibile arrivare a questo? La risposta poteva essere una sola: la paura. Per paura si fanno molte cose, ma soprattutto non se ne fanno. Si perdono le occasioni migliori, quelle che non tornano, come diceva acutamente Agostino: temo il Signore che passa, perché posso non accorgermene. Avrebbe potuto, il Signore, salvare da questa peste devastante? Si sarebbe chinato a ricucire trame interrotte da timori, invidie, gelosie, sciogliendo vite ibernate da una durezza algida che non lasciava spazio al soffio dello Spirito? Mi venivano in mente immagini forti, da trasmettere solo in nome di una carità che non teme di urtare, pur di scuotere dal torpore del rifiuto: è come se qualcuno sputasse – o peggio – su ciò che di prezioso ha ricevuto in dono. Subito dopo, tuttavia, si affacciava un’altra immagine, tratta dal repertorio del mio cantautore preferito: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Forse dobbiamo guardarci in faccia fino in fondo, scoprire quanto siamo brutti, sporchi e cattivi, per scoprire la bellezza di una perla, lo splendore mai visto di un tesoro.
63. Abbracciati

Quando seppi che il povero era morto, lo presi come un segno. Sì, saremmo tornati alle radici, quando la comunità era una cosa indivisibile dai volti derelitti che stazionavano la notte e il giorno, chiedendo, litigando, urlando a squarciagola. Ripensai all’abbraccio con cui mi aveva accolto quando ci avevano chiamato, perché si era messo a dormire sotto la statua della Madonna col bambino: mi aveva stretto forte, con le lacrime agli occhi. Chissà, magari un attimo prima di morire, travolto dal treno, aveva pensato ai pochi abbracci ricevuti in vita: e tra questi, chissà, magari c’era il mio. Sì, saremmo tornati alle radici; don Mario ci avrebbe ispirato di nuovo, con la sua carità senza confini. Avremmo pianto e riso, ripensando alle avventure che ci avevano visto isterici o insonni, tesi o preoccupati, ma sempre felici, con la vita che incalzava e si fermava soltanto per un rosario nel santuario, o una birra al ristorante sul mare. Se n’era andato anche lui, come quell’altro che veniva a bussare alla mia porta negli orari peggiori, con la sua cinquecento sgangherata avuta chissà come e chissà quando. Lo avevano trovato morto dopo giorni, fra i topi della casa. Se n’era andato senza salutare; ma forse anche lui, come l’altro, aveva trovato don Mario sulla soglia di quello che chiamiamo paradiso, e si sarebbero abbracciati così, senza parlare.
62. Gesù Bambino

La nostra vita si orientava sempre più decisamente a Cristo. Ultimamente era emersa un’esigenza imprescindibile di fare ordine, focalizzando un’articolazione e una gerarchia precise nelle nostre attività e ancor più negli ideali, nei contenuti, nei valori di cui i nostri giorni s’impregnavano. In cima a tutto c’era il Cristo, appunto; l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine: una realtà aveva senso solo se partiva da Lui e tornava a Lui. Intorno a questo Capo si arrotolava la pergamena della nostra vita: i progetti, le preghiere, i rapporti, la gamma ricca e varia delle espressioni personali e sociali, il nostro posto nella Chiesa, gli impegni, gli interessi, fino alla lunga lista dei Santi protettori. Perché di protezione c’era sempre più bisogno: con il fondamentalismo alle porte, le tensioni mondiali e quelle all’interno della Chiesa, sembrava che il recente terremoto fosse solo un’avvisaglia di ciò che sarebbe avvenuto di lí a poco. Dall’ex parrocchia provenivano segnali di distacco dalla conduzione precedente, ma il Signore avrebbe riportato tutto alle radici; anche la grande Chiesa avrebbe riscoperto il suo patrimonio secolare, dopo l’azzardo di teologie spericolate che sembravano colpirla a morte. L’immagine del Gesù bambino con il mondo in mano, che avevamo scoperto di recente, era il segno eloquente per dire che l’ultima parola spetta al Creatore, e non alla creatura.
60. Iride

Ci capitava spesso di considerare la grandezza del Progetto a cui tutti siamo chiamati. Mi tornavano in mente le parole conclusive della catechesi sulla carità, predicata da don Mario, a cui ci ispiravamo: “Questa nostra catechesi, in realtà, non può finire: la conclusione deve essere scritta con la nostra vita, perché tutti siamo stati convocati e a tutti il Signore ha prospettato il suo disegno.”
Il percorso era denso di prove, difficoltà e sofferenze di ogni tipo: una guerra all’ultimo sangue tra la luce e le tenebre, Dio e il demonio: potevamo ben dire d’averlo visto in faccia e di comprendere tutta la portata del suo potere distruttivo. Ma era proprio da qui, dall’accettare di passare per l’abisso restando fedeli, che i frutti erano giunti, e il cuore di pietra si mutava in un cuore di carne.
Sentivamo ormai nostre le parole del salmo: “ho creduto anche quando dicevo: sono troppo infelice”. Rimanere e credere, aiutarsi reciprocamente a non indietreggiare, aspettare la chiarezza che sarebbe sopraggiunta, guardandoci dai falsi bagliori delle tentazioni: era questo il compito che il Cielo ci invitava a vivere. E questo era il contesto in cui l’intera umanità veniva immersa: profezie di provenienza diversa indicavano l’inizio di millennio come il punto preciso dello scontro decisivo tra il bene e il male. Era in corso il crollo di una civiltà che mostrava palesemente le sue falle: gli eventi previsti da più parti rappresentavano il preludio necessario all’emergere di un mondo nuovo, annunciato da un’iride di pace, come la preghiera delle lodi mattutine ci spingeva a proclamare, per tenere accesa la speranza
59. Il Cristo giudice

Che gli eventi fossero vicini lo dimostrava il fatto che nei rapporti cadevano le maschere: sempre più si rivelavano i veri sentimenti, i fini celati in abitudini o proposte apparentemente benefiche e sincere. Bastava niente per creare attriti che segnavano distanze, incomprensioni che generavano silenzi e malumori. Chi poteva capire che il Signore ci trasformava in monaci guerrieri, sepolti nelle celle a pregare, a scrivere, addestrandoci alle grandi rinunce che la storia avrebbe chiesto di lì a poco? Gesù ci voleva indipendenti: sia dal successo mondano, dal plauso della gente, sia da legami affettivi sotterraneamente esposti alle leggi del “do ut des”. Il Cristo giudice della Cappella Sistina era il simbolo pregnante del nostro cammino: la mano alzata, che minacciava pene eterne, si trasformava, per noi, nel palmo aperto che mostrava la piaga, la pena dell’amore, l’offerta di una vita piena, perché colma di Dio. Ogni giorno, dunque, perdevamo pezzi di passato, ma ci aprivamo ai tesori del futuro, diventato presente. L’Emmanuele, il Dio con noi, ci prendeva per mano e ci lasciava scivolare nel mondo dello spirito, dove buono, bello, vero, tenerezza, comprensione e perdono si facevano linfa vitale che nutriva, energia che ogni giorno ci rendeva più pronti agli eventi che bussavano alle porte.
58. Un uomo felice

In un clima di violenza e confusione, come riscoprire la bellezza dell’uomo, evocata da don Mario nell’atto di fede da lui scritto? La negatività sembrava avere il sopravvento: le notizie di attentati e omicidi si moltiplicavano, cresceva la precarietà nel mondo del lavoro, e i valori fondamentali si disgregavano in un soggettivismo senza limiti.
Il mondo occidentale provava a opporre i suoi valori in risposta alla furia distruttiva, ma di quali valori si trattava? Cosa spingeva persone cresciute nella nostra civiltà, e spesso apparentemente integrate, a lasciare tutto per ciò che ritenevano un ideale tanto alto e attraente da indurli a giocarsi la vita?
La crisi in atto sembrava riferirsi a qualcosa di profondo, alla stessa identità dell’essere umano, alla domanda eterna sul senso delle cose. Un vuoto di valori a cui l’Occidente in declino non era più in grado di rispondere. E come avrebbe mai potuto farlo? La mentalità materialistica non intercetta la realtà ricca e complessa che caratterizza l’essere: corpo, mente e spirito sono dimensioni peculiari, e ciascuna richiede specifiche risposte. Trascurarne una sola compromette l’integrità del tutto. La parola chiave era “persona”. Era questo il bagaglio che don Mario ci lasciava: un’antropologia che univa i valori fondanti dell’essere umano con le virtù teologali, ossia fede, speranza e carità. Un uomo può essere felice – sosteneva lui – solo quando, a partire dai valori umani, arriva a dire dal profondo: io credo, io spero, io amo. Era questo che avevamo ricevuto, e che avremmo trasmesso a un mondo più che mai disorientato.
57. Triadi

Tutto procedeva verso l’essenziale. Nelle omelie tornava spesso il tema del bene che fa via via cadere le maschere e i lustrini di uno stile di vita auto illusorio. La triade che il Signore ci consigliava di chiedere in preghiera prendeva più sostanza: purezza, amore e umiltà diventavano i valori che più cercavamo di integrare nella nostra esperienza quotidiana. Mi sentivo in sintonia col finale del racconto L’Orlando pazzo per amore, di Italo Calvino, in cui il protagonista conclude l’avventura con questa sentenza folgorante: “ho fatto tutto il giro e ho capito: il mondo si legge all’incontrario”. Quanto più la società inseguiva i suoi ideali taroccati – il sesso, il denaro, la carriera -, quanto più raccoglievamo, davanti al volto di Cristo, il frutto di un silenzio fecondo, udivamo la voce di uno che grida nel deserto per preparare la via d’uscita dalla catastrofe imminente. I fronti si ampliavano: dal Santuario e dal Centro giovanile a un mondo sull’orlo di una guerra che in me suscitava il ricordo della Piana di Meghiddo: il grande scontro tra il bene e il male, il celebre Armagheddon, era alle porte.
56. Servirò

Don Mario era entrato. E quando entrava lui, la scena cambiava, il vento della fede riportava vita, riaccendeva i colori, ridava respiro alla speranza. Il suo dono, a ben vedere, era sempre lo stesso: un’esistenza aperta, disponibile a Dio. Anche questa volta ci lasciava in dote un’intenzione profonda, in antitesi all’azione demoniaca, ribelle, maledetta: il terribile non serviam, il no di satana al Progetto di Dio, l’odio per l’opera da compiere, allora come ora. In fondo, lo spirito impuro comunica sempre quel rifiuto, la sfida titanica al disegno di bene del Signore. La situazione storica in corso rifletteva questo sentimento, la trasgressione come principio generale, l’ignoranza del limite, l’anarchia dei valori, ridotti a gusto personale. La Chiesa rischiava, a volte, di accrescere la confusione, cancellando i pochi punti fermi di un’etica allo sbando. Tutto questo discendeva dalla presa di posizione del Nemico, formulata nella notte dei tempi: non serviam, non servirò, non voglio piegarmi al volere del Creatore. Ma ecco che don Mario ci veniva in soccorso, a bordo della sedia sferragliante, comunicava il suo intenso desiderio di obbedire al piano divino-umano del Figlio Crocifisso e Risorto. Così sentimmo, nel profondo del cuore, la stessa ispirazione; le stesse parole salivano alle labbra col medesimo slancio: voglio servire te, Signore. I residui di negatività si bruciavano in questo voto di ubbidienza, l’energia buona del cosmo rifluiva nei polmoni e dava ossigeno al nostro ideale appena nato. Servirò, servirò Te solo, Signore, perché la tua bellezza salvi il mondo.
55. Don Mario

Fare il punto: era per noi un’esigenza prioritaria e propedeutica rispetto a ogni altra scelta. Lo scenario si andava chiarendo sempre più: confusione e ignoranza la facevano ormai da padrone, mentre un panico inconscio s’insinuava nel cuore della gente. Le notizie di basi terroristiche in Italia si moltiplicavano, e non era più logico pensare che tanto avrebbero colpito qualcun altro: volenti o nolenti, si era costretti a vederci nella stessa barca. Teoricamente, ciò avrebbe dovuto favorire la solidarietà e la condivisione; praticamente, accentuava ancor più il ripiegamento su se stessi, il proprio clan, l’interesse personale. Forse proprio tale ostinazione rendeva necessario lo sconvolgimento degli schemi, il rimescolamento di tutti gli elementi della società. Si capiva, anche, come solo da questa prova estrema potesse sorgere un modo nuovo di giudicare la realtà, emancipato dagli oggetti, dagli status symbol, dai trucchi vecchi e nuovi per uscire vincitori nella competizione globale, che l’Occidente aveva assunto come criterio guida. Eravamo coscienti della missione assegnataci in questa giungla inestricabile di pseudo valori: mostrare le chiavi per aprire la porta della vita, tornando a concepire qualcosa di umano e di divino: le virtù teologali di fede, speranza e carità, l’insegnamento inossidabile del nostro don Mario che ci assisteva dall’alto giorno dopo giorno, al punto che sembrava di avvertire ancora lo scricchiolio della sua sedia, il segnale acustico con cui ogni volta ripartiva nelle scorribande dell’ultima dozzina d’anni della sua incredibile esistenza.
54. La verità

Qual era il criterio che avrebbe favorito il passaggio alla fase del rinnovamento? La verità. Chi aveva intenzione di “passare all’altra riva”, come dice il Vangelo, avrebbe dovuto impegnarsi soprattutto in questo senso. Il mondo era in preda alla menzogna: dei politici, dei pubblicitari, della gente comune, che respirava ogni giorno un’atmosfera avvelenata. Non era, la nostra, la civiltà dell’immagine? Non doveva mostrare una faccia e poi, in privato, condurre una vita parallela? Il male contava su questo: nessuno era più in grado di distinguere il vero dal falso; la rete s’ingolfava di notizie senz’alcun fondamento, paradossali e esasperate, per attirare l’attenzione dei lettori e incassare proventi con le reclames che ingombravano lo schermo. Il risultato era che più nessuno credeva a nessuno, o, se vogliamo, che tutti credevano a tutto, salvo alla verità di Cristo e del Vangelo. Mandavo articoli a siti importanti: quelli rifiutati riguardavano sempre lo scenario inquietante che si andava profilando, ma che nessuno poteva evocare, per non turbare il patto implicito del politically correct. Da quest’orecchio non sentiva nessuno, come se oscurare le parole potesse cancellare anche i fatti che si preannunciavano da tempo, e che ormai non potevano più definirsi “profezie”: tutto era chiaro, per chi non fosse accecato da ideologie o paure.
53. Conversione

Il primo prete sgozzato provocò un sussulto, ma la falange del politicamente corretto non cambio la propria posizione. Evidentemente non bastava. Ormai era chiaro, a chi aveva gli occhi in fronte, che l’attacco era stato avviato e altre vittime sarebbero arrivate ad avvalorare un’ipotesi scontata. Che l’intreccio – diciamo pure l’intrigo – fosse più complesso di motivazioni semplicemente religiose era noto dall’inizio: le lobby finanziarie volevano accelerare gli incassi assicurati dall’industria della guerra; le grandi potenze si contendevano le risorse naturali a colpi di rivoluzioni e controrivoluzioni, finché la situazione non sarebbe sfuggita di mano ai sedicenti padroni del mondo. Le conseguenze, questa volta, sarebbero state molto più drammatiche, perché spalmate sull’orizzonte di una globalizzazione che non avrebbe risparmiato niente e nessuno. I primi a essere travolti dal disastro sarebbero stati coloro che lo avevano innescato: il male gli si sarebbe rivoltato contro come un cane rabbioso, impaziente di mordere e uccidere. Ancora una volta sorgeva spontanea una domanda: come salvarsi dalla catastrofe imminente? L’unica risposta sensata era il cambiamento sociale e personale, la conversione al bene e ai valori, il riconoscimento di una verità al di là delle scelte di comodo e di tutte le forme più o meno mascherate di egoismo. Era giunto il momento di gettare la maschera: lasciando emergere il non senso, qualcuno si sarebbe ricreduto, orientandosi a una storia rinnovata, all’alba imprevista e imprevedibile di un mondo nuovo.
52. Le mura del mondo

Sì, la gente cominciava a interrogarsi. Anche perché nessuno poteva sentirsi più al sicuro: in qualsiasi posto si trovasse – al bar o al ristorante, al teatro o allo stadio -, era difficile scacciare il pensiero delle stragi perpetrate all’improvviso, come richiami a una realtà diversa e opposta a quella quotidiana. Anche tra le grandi firme del nostro giornalismo, c’era chi coglieva i segnali di eventi inquietanti che premevano alle porte. Ogni giorno si apriva la schermata dei notiziari online per capire se ci fosse stato un altro attacco, o se avessero pensato a qualche nuovo sistema di difesa. In realtà, l’unico argine efficace era guardarsi dentro, distogliere lo sguardo dai lustrini ingannevoli, dalle luci psichedeliche di una civiltà al tramonto. Solo una presa di coscienza collettiva avrebbe potuto fermare l’onda del caos, l’incalzare di una violenza cieca e sorda. Ma chi aveva intenzione di cambiare? I governi continuavano a operare con la miopia di sempre, i privati cittadini a ripetere il tran tran di tutti i giorni, nel rifiuto di vie nuove, di visioni inedite dell’uomo e della vita. Queste toccavano a noi, profeti solitari, pecore nere nell’immenso gregge che seguiva chi gridava più forte. Chi erano i pastori? Quali le guide che indicavano la strada senza conoscerla? Sul Titanic dell’Europa si seguitava a ballare e banchettare; il gossip continuava a fare affari, la pubblicità a smerciare prodotti taroccati. Nessuno osava più contrapporsi a una folla compatta e conformista. Voce di uno che grida nel deserto: solo il Vangelo continuava a lanciare il suo messaggio, sentinella inascoltata sulle mura del mondo.
