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51. Tutto pronto

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Tutto sembrava condurci in una terra ignota, dove il Signore era il Signore, e noi creature da iniziare a tutto, anche a ciò che in genere è dato per scontato. Il nostro rapporto procedeva per sussulti: alti e bassi, in sintonia con i sentieri impossibili su cui il Progetto puntava sempre più, come se solo in vicoli ciechi, davanti a porte chiuse potessimo trovare la nostra dimensione. La dinamica risultava comprensibile alla luce di uno scenario in movimento, in cui le forze del bene e del male si affrontavano in una guerra di trincea, costringendo le persone più coscienti a schierarsi da una parte o dall’altra. Intanto si moltiplicavano gli atti di violenza, gli attentati, i colpi di scena perfino sospetti, come il golpe da cui Erdo?an era uscito rafforzato, a capo di una democrazia nominale, svuotata dal di dentro. L’America sembrava indebolirsi, lasciando Israele sempre più sola in un Medio Oriente trasformato in polveriera; la Russia, paradossalmente, pareva ergersi a difesa dei valori cristiani, mentre colossi come l’India e la Cina crescevano fra tensioni di ogni tipo. Il Santuario del Divino Amore era una tessera invisibile in un mosaico mondiale di difficile decifrazione, ma anche lì s’intrecciavano visioni spirituali e materiali, flussi di luce e forze oscure interessate al potere e alla finanza. Tutto sembrava pronto per l’avverarsi delle profezie, lo scioglimento drammatico dei nodi, la morte e risurrezione del mondo, immensa Pasqua di sangue e di vita rinata dai brandelli della storia.

50. Il responso

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Ci colpì molto l’attentato a Nizza, il camion lanciato sulla folla come “leone ruggente che va in giro, cercando chi divorare”, citando dalla Prima Lettera di Pietro. Un’immagine archetipica del male, un punto di tenebra assoluto sullo sfondo di una storia che ormai si dipanava con chiarezza. Di fronte a tale epifania diabolica la gente si sarebbe svegliata? Sarebbe emersa la coscienza del momento, l’esigenza della conversione, del sincero pentimento che, stranamente, neanche la Chiesa indicava come urgente? Speravamo di sì: quei corpi straziati sulla Promenade des Anglais gridavano giustizia, ma anche uno sguardo ulteriore, un intuito profetico della lotta tra il bene e il male, un appello senza ambiguità a cercare in se stessi i segni vitali di una verità sociale, storica e teologica. Leggendo le analisi degli opinionisti, si trovavano i soliti parametri di razionalità astratta che non portavano a nulla: la ragione illuministica tradiva, in questi eventi, la sua incapacità congenita di trovare non solo soluzioni, ma anche chiavi adeguate per una prima comprensione del problema. Le previsioni di cui tanto s’era parlato, fino ad ora, entravano in una fase drammatica di realizzazione, tra lo sgomento della gente e l’impotenza dei capi: l’Europa del benessere, della perdita costante e progressiva dei valori mostrava il suo lato vulnerabile, come fosse impietrita nell’attesa di un responso decisivo.

49. Alle porte

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Il mondo era ormai un concentrato di violenza. I siti di notizie s’ingolfavano di cronache e immagini di assassinii perpetrati per motivi diversi, ma con la stessa ferocia disumana. L’azione del demonio si faceva più chiara: in primo luogo nelle stragi collegate al fondamentalismo religioso, che rivelava sempre più la sua matrice politico-sociale. L’ingiustizia, eretta a sistema, non poteva non essere foriera di danni irreparabili, a meno che, a livello mondiale, non si fosse deciso di invertire la rotta verso l’autodistruzione. Sull’onda di media rapidissimi e invasivi, le distanze abissali tra paesi ricchi e poveri risaltavano in tutta la loro assurdità. Diventava insopportabile il pensiero che pochi egoisti detenessero l’intero potere nelle mani, depredando in modo insaziabile i beni che avrebbero ridato dignità all’altra parte del mondo. Se non si fosse posto rimedio a tutto questo, il mondo si sarebbe avviato a una rovina inevitabile. All’orizzonte potevamo intravedere l’intenzione di Dio: dar vita a una nuova umanità, sensibile al suo orientamento di Padre generoso, attento ai bisogni dei suoi figli. Sempre più le nazioni sarebbero state provocate a far loro lo sguardo di Dio, la compassione per ogni sua creatura.
Anche noi procedevamo nella nostra ricerca guidati dalla grazia, spinti a superarci per attingere al cuore del Progetto, a una luce abbagliante sullo sfondo tenebroso della violenza umana. Gli occhi di Cristo e il ghigno del demonio erano i poli tra cui il mondo pendeva, sul baratro inquietante di un futuro avvertito ormai alle porte.

48. Tre fronti

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La tendenza più recente era quella di un progressivo svelamento di coloro che accoglievano il messaggio e quelli che, più o meno apertamente, mettevano paletti, storcevano il naso, facevano distinguo, col risultato di una rarefazione dei rapporti, un venir meno di contatti che finiva col creare un comprensibile imbarazzo. La chiamavamo “solitudine della profezia”, sempre avversata o ostacolata, perché traccia di un mondo ulteriore, non verificabile, semplicemente oggetto di fede.
Leone XIII aveva parlato degli obiettivi della massoneria internazionale: distruggere la Chiesa e imporre norme ispirate dal materialismo. Il mondo si sarebbe dunque diviso tra materialisti e spirituali: ci saremmo riconosciuti a poco a poco, emergendo dalla nebbia delle convenienze, dagli pseudo misticismi o il crasso calcolo dei propri interessi personali.
La Chiesa, intanto, viveva il suo momento più difficile: le posizioni si divaricavano, le opposte fazioni lottavano aspramente, sotto una patina formale di rispetto reciproco. La battaglia infuriava, con accuse reciproche di eresia e fariseismo; i colpi bassi venivano coperti da dichiarazioni ufficiali di obbedienza a superiori verità. A uno sguardo esterno, la realtà ecclesiale appariva tesa e frantumata, sempre in bilico tra minacce scismatiche e sottili imposizioni.
Il terzo fronte era quello dei conflitti politici e sociali. La contrapposizione tra America e Russia diventava più palese, con gli estremisti islamici che tessevano trame sotterranee destinate a esplodere nella conflagrazione di una guerra santa.
Noi scendevamo sempre più in profondo, contemplando ormai il bagliore dell’Archetipo scritto da sempre nella nostra storia.

47. Apocalypse now

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Più passava il tempo, più capivamo che il Signore manteneva le promesse: già quattro anni prima aveva fatto intravedere il percorso in cui ci avrebbe accompagnato, passo passo. Ci sentivamo liberati dai pesi che avevano da tempo bloccato o deviato le energie, impedendoci di attingere insieme alla sorgente della vita. Passando attraverso rinunce e sofferenze era emersa la vera identità, pronta per i nuovi scenari di cui parlavamo apertamente, quando si presentava l’occasione. La reazione era spesso la stessa: un’alzata di spalle, un sorriso di condiscendenza, un’istintiva rimozione di un’idea considerata scomoda. Eravamo troppo avanti, nella nostra avventura, per lasciarci scoraggiare dai rifiuti; anzi, il confronto col Vangelo ci convinceva interiormente che questo era lo stile del Cristo, il suo pensiero contrario a ogni moda, a ogni legge del branco, aperto coraggiosamente al volere insindacabile di Dio.
Ogni tanto provavamo a immaginare i possibili effetti di una guerra: preso atto del dramma che avrebbe devastato il nostro mondo, emergeva la speranza – la certezza – di un’epoca nuova, che dalle grigie macerie di una civiltà al declino, avrebbe fatto risplendere il Progetto originario, la creazione nella forma concepita dal Padre. La nostra intesa, dopo tanta angoscia, diventava la caparra di un dono che avrebbe rinnovato la faccia della Terra.

46. La normalità

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Sì, facevamo progressi, spinti dalla Grazia. L’ultima, grande (ri)scoperta fu la normalità, ossia il Progetto di Dio avvertito come vita ordinaria, come verità dell’umana condizione. Che c’era di nuovo in questa presa di coscienza? Il fatto che, per il mondo, la normalità è tutt’altra cosa: il fare da sé, l’idea dell’io come arbitro di tutto e centro assoluto della vita. È quella che i Padri della Chiesa definiscono come “filautia”, la prospettiva proposta dal demonio, che fa di tutto per screditare la creazione, incrinare la fiducia in Dio, convincere che l’unico criterio è l’ego con le sue esigenze e i suoi interessi. È quello che il Quarto Vangelo chiama “il mondo”, in cui Dio è un antagonista, una minaccia al proprio universo personale. Il peccato originale è il concetto sintetico con cui la teologia ha individuato il capovolgimento di valori e attribuzioni: non è più Dio a decidere cos’è bene e cos’è male, siamo noi a dettare norme, a formulare leggi sulla vita e sulla morte, a decidere le forme e i modi di ciò che definiamo amore, a scegliere i modelli a cui ispirarci nei pensieri e nei comportamenti. Ed ecco che emerge l’esistenza così come la vediamo nelle strade, nei luoghi di lavoro, nei servizi dei telegiornali: una giungla in cui vince il più forte, un coacervo di sentimenti negativi e di nevrosi, un labirinto di cui nessuno trova più l’uscita. Come porre rimedio a tutto questo? Nella preghiera e nell’ascolto quotidiano era emersa la coscienza chiara dell’unico antidoto possibile: ripristinare il Progetto originario, confessare la fede nell’opera di Dio, così fedelmente assunta da don Mario. Allora saremmo approdati alla normalità, che coincide con la santità donata dalla Pasqua del Cristo. Il santo non è un marziano, ma chi vive la verità ultima sull’uomo e l’universo.

45. La lama di luce

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Lo sguardo di Cristo: sempre più comprendevamo come fosse quello il polo d’attrazione, la rotta che indicava il cammino. Di fronte ai suoi occhi tutto aveva senso, anche le situazioni più intricate, i problemi più complessi, la giungla in cui spesso arrancavamo. Era come se gettassero luce sulla nebbia che avvolgeva le giornate: l’essere appesi al filo degli eventi, la mancanza di riconoscimenti, la stessa fatica a ritrovarci nell’Archetipo della nostra unione, che ormai intravedevamo. Su questo io ero il più convinto: fin dall’inizio avevo in mano la chiave e non me l’ero lasciata sfuggire, lottando contro l’insorgere di forze contrastanti, che da sempre si opponevano all’attuarsi del Progetto. La battaglia era dunque su due fronti: il contesto del Santuario, in cui la mia presenza si doveva definire, dove davo tanto spesso a vuoto, tra sospetti e indifferenze; e la nostra relazione, vissuta su un crinale di dubbi e di certezze, intrecciati in modo inestricabile. Un pensiero mi era sempre di conforto: la promessa, da parte del Signore, che il Disegno non sarebbe fallito, che l’unione delle nostre esistenze avrebbe dato vita nuova al Santuario e all’opera ideale e materiale di don Mario. Era questo il fine della nostra avventura, la ragione di tanto impegno e tanta sofferenza. Nella notte in cui non si distinguono le forme del lavoro umano e del mondo naturale, eravamo chiamati a indovinare la lama di luce dell’alba della Pasqua.

44. Il buon seme

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Non era facile scorgere il Progetto nella trama della vita quotidiana. Anche gli amici faticavano a trovare il bandolo, preferendo, a volte, un posto più gratificante in quella che chiamavano realtà, sentendosi accettati, accolti nel sistema riconosciuto ufficialmente. Tendevano perciò, insensibilmente, a distanziarsi, a formulare distinzioni un po’ capziose, a trovare, insomma, ragioni plausibili al loro scetticismo sull’impresa. Il coraggio della fede era sempre più richiesto, di fronte a un futuro che appariva cupo, tormentato, cosi lontano da qualunque sicurezza umana. Noi eravamo sentinelle che guardavano dall’alto delle mura, pronte a cogliere ogni lieve segnale degli eventi che sarebbero accaduti. Profeti scomodi, che mettevano un inciampo a chi avrebbe anelato a un porto più sicuro, un rifugio nella notte, una grotta in cui sottrarsi all’assedio dell’ennesima tempesta. Tornava l’eterna domanda di Isaia: sentinella, quanto resta della notte? Eravamo abituati alle attese più snervanti, gli altri no: quale strada avrebbero intrapreso? Sarebbero rimasti sospesi tra un’opzione e l’altra, fino alla verifica dei fatti? Eravamo, per loro, soltanto visionari inaffidabili? Come sempre, ci avrebbe pensato il Signore a realizzare il suo disegno; allora ognuno avrebbe raccolto ciò che aveva seminato. E si sarebbe capito con chiarezza quale fosse il buon seme.

43. Eternamente

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L’attesa: era questo il nostro pane quotidiano, la sostanza delle relazioni, l’orizzonte che ogni giorno scrutavamo in cerca di segnali. Sapevamo che avrebbe potuto trattarsi anche di un anno, e persino qualche mese in più. Ma poi il destino si sarebbe rivelato, gli eventi sarebbero accaduti, producendo gli equilibri nuovi. Comprendevamo meglio come il Signore stesse affrancandoci da ogni desiderio di rivalsa, consapevole o meno. Le trasformazioni che sarebbero avvenute non le avremmo vissute col senso di trionfo che nasce dopo un lungo subire, ma come un dono fatto e ricevuto, una promessa realizzata, l’epifania di un mondo nuovo intessuto di gioia, pace e amore. Ci stavamo aprendo al miracolo più grande: vivere il presente, assaporare l’hic et nunc, il qui ed ora di quello che il Vangelo di Giovanni definisce non tanto vita eterna, quanto essere definitivo, attinto adesso, nell’esperienza intensa dell’incontro tra umano e divino. Era la grazia che avevo ricevuto tramite don Mario, il senso di pienezza che a un tratto percepivo nei colloqui con lui, nei nostri viaggi, nelle cene in cui bastava un gesto, una parola, per trovarsi in paradiso. Il Signore concedeva la meta assicurata all’inizio dell’impresa: il ritorno alle origini, all’età dell’oro; ma non come esperienza frammentaria, bensì come stato ordinario di vita quotidiana. Avvertivo le stesse sensazioni, mi tornavano in mente immagini e sapori che credevo sepolti in un passato irripetibile. Emergeva dal cuore un’antica e sempre nuova verità: tutto finisce, solo l’amore resta eternamente.

42. All’altra riva

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L’evoluzione non si limitava a fatti esteriori – pure importanti, secondo certi aspetti: la stima crescente da parte del rettore, del parroco, delle comunità di suore nel Santuario e nella Casa -, ma riguardava l’interiorità, più coinvolta grazie alla chiave perduta e ritrovata della vera bellezza. L’avevamo riscoperta nell’ascolto delle poesie di Lorca, da me fortemente caldeggiato: l’incontro con l’arte, la musica perfetta del poeta andaluso, aveva risvegliato in noi la profondità che faticava a emergere, per l’incalzare delle prove. Assaporare una misura umana, lasciare che il cuore aderisse alla vita, senza inaridirsi nei noti meccanismi di difesa: ecco la via pulchritudinis, che rimetteva in moto le energie, toglieva la pietra dal sepolcro e preparava all’avvento prossimo della Pentecoste. Certo, rimanevano in piedi le contraddizioni di un luogo ancora sospeso fra antiche tare e propensione al nuovo; ma l’attesa degli eventi si era fatta più salda e fiduciosa, nonostante il muro innalzato, quasi sempre, di fronte all’annuncio delle vecchie e recenti profezie. Gli scenari prendevano forma davanti ai nostri occhi: lo scisma in agguato nella Chiesa; l’ostinata resistenza delle gerarchie ecclesiastiche, impegnate a difendere potere e privilegi; l’oblio dell’opera iniziata da don Mario, al di là di una facciata verniciata a fresco. Su scala maggiore, si poteva intuire il fermento segreto degli araldi della guerra santa, impegnati a studiare i modi e i tempi di un attacco che avrebbe sorpreso, temporaneamente, l’Occidente cristiano. Scrutavamo l’orizzonte con più serenità, convinti che Colui che ha in mano i fili dispersi della storia ci avrebbe traghettati all’altra riva.

41. Triduo

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Crescevamo tra ostacoli anch’essi crescenti, ma qualcosa si muoveva. Avevano spostato la liturgia eucaristica dalle otto alle sedici: un bel vantaggio, perché la sveglia presto, la domenica mattina, era per molti uno scoglio insormontabile. Mi commuovevo a vedere la folla che sceglieva quell’orario semplicemente ritenendolo il migliore. Non venivano per me: ed era un importante risultato. Potevano scoprire qualcosa che mettesse in crisi le loro coordinate, aprirsi a un mistero che fissa, con ciascuno, un incontro decisivo. Insomma, stavamo ripartendo. La messa delle otto era un recinto che tendeva ad allargarsi, ma sottostava a limiti precisi. Ora, l’argine era rotto: il passaparola sarebbe divenuto un volano grazie al quale il Progetto avrebbe preso piede. Pensavo a don Mario e a don Umberto, che dal cielo incoraggiavano la nostra avventura sgangherata: l’esperienza quotidiana, infatti, continuava a registrare angherie ed umiliazioni, un’insignificanza simile a quella di coloro che i francesi chiamano “invisibili”. Eppure, crescevamo: tornavamo all’origine, dopo aver fatto il giro; approdavamo alla sorgente che zampilla per la vita eterna, ai fiumi d’acqua viva di cui parla il Vangelo di Giovanni. Passato il venerdì cruento di passione e il silenzio assordante del sabato santo, scorgevamo la lama di luce dell’alba della domenica di Pasqua.

40. Il male è male

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Si cominciava a parlare di scenari. Ormai era chiaro che le profezie non riguardavano solo il Vaticano, l’attacco tremendo alla Chiesa che l’avrebbe costretta a rinnovarsi, ma un’area molto più vasta, e forse il mondo intero. I cento anni di dominio di satana sarebbero finiti coi fuochi d’artificio di una guerra totale, che avrebbe seminato la morte e innescato un meccanismo di autodistruzione che solo il Pantocrator, il Signore che tiene i fili e le trame della storia, avrebbe frenato al tempo giusto. Già parlavamo di ritorno all’essenziale, di valori che sarebbero riemersi, dopo la grande parentesi di confusione e di non senso, in cui ogni capriccio era un diritto, ogni voglia dell’io una legge da imporre con la forza o con la persuasione occulta. Stavamo toccando il fondo del liberismo e del libertinismo, la democrazia era ormai diventata una facciata che nascondeva il governo assoluto di pochi potentati e lo sfruttamento di una massa inconscia di obbedienti manichini manovrati dall’alto. La cultura procedeva con parole d’ordine cui tutti dovevano piegarsi; lobby intoccabili proclamavano del tutto indisturbate il loro verbo lascivo, viscido, sfuggente, e nello stesso tempo categorico e rigido, intollerante riguardo al pur minimo accenno di dibattito. Un’idea valeva l’altra, perché tutte finivano nel grande calderone di una dittatura invisibile e implacabile, fondata sull’apparente libertà dei social network, degli squallidi spettacoli dei media, proni alla ferrea volontà delle multinazionali del pensiero unico. Persino la fede era gestita da un’industria sofisticata e aggiornata del politically correct, dell’adeguamento al mondo. Era sempre più chiaro che la corsa verso il nulla sarebbe sfociata in un esito al contempo sorprendente e prevedibile: si sarebbe compreso, finalmente, che il male è male, e fa male. Da questa coscienza elementare si sarebbe generata la nuova civiltà; una bella mattina, ci saremmo guardati negli occhi dal fondale di un mondo totalmente rinnovato.

39. Passaggio

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Il venerdì santo venimmo a capo di un’altra verità. Lei passava momenti molto forti – diciamo anche terribili – in relazione all’offerta di se stessa in favore del Progetto. Si avvertiva dal cambio della voce, dal sentimento di rivolta che se ne impadroniva, fino a renderla irriconoscibile. In altri tempi, la trasformazione repentina mi destabilizzava: rischiavamo ogni volta di rompere il rapporto, di distruggere la tela faticosamente tessuta dal Signore. Ora la reazione era diversa: non solo perché vedevo chiaramente che soffriva per la mia trasformazione, ma anche perché avevo compreso di dover accogliere quella che chiamavo “l’altra persona”, amarla con la stessa intensità, per riportarla al centro, alla profondità in cui risiedeva il nostro io più vero. Ci alternavamo nei ruoli della favola famosa della bella e la bestia: facevamo l’esperienza che solo l’amore può guarire, integrando le forze distruttive, centrifughe, per tornare alla pace promessa dal Cristo. Era questo il senso della terza tappa della settimana di passione: il diavolo mirava a sfigurare il Progetto, a distruggerlo con l’odio e la violenza; ma proprio il corpo consegnato alla brutalità del mondo diveniva immagine del più bello dei figli dell’uomo, come è scritto nel salmo. Toccavamo profondità sconosciute, attingevamo alla fonte che zampilla per la vita eterna, di cui parla Gesù alla donna incontrata, a mezzogiorno, al pozzo di Giacobbe. Aprivamo il coperchio della pentola e sentivamo il flusso dello Spirito riprendere il suo moto, restituendo il dono della vita autentica. Era come la caparra di ciò che sarebbe successo nella Chiesa: un attacco violento, mirato a distruggerne le basi, sarebbe diventato l’occasione per renderla più bella, per farne l’immagine pura del suo Fondatore originario. Qual era il prezzo del passaggio? Sicuramente alto, come ormai sapevamo da tempo. Ma ci avrebbe traghettato dal venerdì di passione all’alba della domenica di Pasqua.

38. Viene un’ora ed è questa

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Parlavamo delle profezie, ma nessuno ci credeva. Riflettevamo sul fatto che Dio aveva concesso spesso, nella storia, avvertimenti chiari intorno a fatti drammatici, ma che i moniti erano stati regolarmente scherniti o trascurati, a cominciare dal diluvio. Mi tornava alla mente la parabola del ricco epulone, il quale, condannato all’inferno, pregava che qualcuno avvisasse i fratelli del pericolo; la risposta era che anche se uno fosse tornato dai morti, l’incredulo avrebbe proseguito a rifiutare. Quando accennavo a questi temi, durante il pranzo comunitario del Santuario, mi ascoltavano con studiata sufficienza, opponendo ognuno le proprie convinzioni: l’ultima rivelazione è quella di Cristo!, ed obiezioni analoghe. Altri chiedevano date; avrei voluto rispondere che tutto sarebbe potuto accadere anche domani, ma mi limitavo a ricordare che i messaggi convergevano su questa fase storica, senza aggiungere ulteriori indicazioni. Cominciavo a immaginare le possibili modalità in cui gli eventi si sarebbero attuati: una piazza San Pietro gremita di fedeli, in ascolto dell’udienza papale, o una solenne cerimonia liturgica, con la presenza di cardinali e vescovi. A un tratto si sarebbe scatenata la violenza, come era accaduto nei giorni precedenti, in altri luoghi. Questa volta, però, l’effetto sarebbe stato più scioccante, come se il cuore stesso della civiltà fosse stato sfigurato da una furia senza pari. Un attacco, dunque, non solo concreto e sanguinoso, ma anche fortemente simbolico: era come se finisse un’epoca, col suo retaggio di corruzione e impurità, e dalle tristi macerie risorgesse un’era luminosa, simile a quella del primo cristianesimo. La pace che il Cristo prometteva sarebbe sbocciata da un baratro pauroso di violenza sacrilega. Solo il sacrificio, la perdita, la morte, avrebbero prodotto la Pasqua che sempre si rinnova, nella storia del mondo. Da quel giorno, più nulla sarebbe stato come prima; la Chiesa avrebbe riscoperto la bellezza delle virtù incontaminate, l’umiltà e la povertà; si sarebbe convertita a un Dio purissimo, inseparabile da un processo di purificazione e spoliazione. Lo scenario era alle porte: viene un’ora ed è questa, dice il Cristo, parlando della sua rivoluzione di amore e libertà.

37. La pentola

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Ricordo l’immagine che don Mario evocò, confidandosi con me molti anni fa: la visione di una pentola ricolma dei segreti dell’umanità, delle chiavi per capire l’essere; e lui che chiedeva al Signore: posso aprirla? Vivevamo qualcosa di simile, in quella fase storica in cui tutto era sul punto d’emergere e di rovesciarsi nel suo esatto contrario. Era come se vedessimo oltre: riguardo all’ex parrocchia e al Centro giovanile, dove una certa tendenza, prima sotterranea, operava allo scoperto un tentativo di colonizzazione che sembrava vincente; e al Santuario del Divino Amore, nelle mani della vecchia dirigenza, assecondata da gerarchie sorde e incapaci di mettere fine al processo involutivo. Comprendevamo meglio come ciò che appariva in superficie fosse solo una patina lieve, destinata a scomparire al primo colpo di spugna: l’orgoglio, l’arroganza, avrebbero ceduto senza condizioni all’assalto improvviso della storia. Avevamo imparato a riconoscere il misto di forza e debolezza presente nei poteri umani, l’odore del nulla, il tanfo di morte che esalavano i progetti nel confronto col Progetto di Dio, pronto a risorgere dalla crosta della terra ferita da attentati a raffica nei cinque Continenti. Più questo nucleo incandescente si irradiava, più sentivamo l’appello a rifugiarci nell’amore di Dio, che sorregge l’universo impedendogli ancora di dissolversi in una nube evanescente di entropia. Chiedevamo al volto santo di Cristo la parola, il pensiero, il gesto più opportuno per ogni istante che ci dava di vivere. Stavamo accedendo al sapere di don Mario sul mistero ultimo del mondo: potevamo chiedere anche noi di sollevare, trepidanti, il coperchio della pentola.

36. L’appuntamento

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Intanto, facevamo progressi tangibili nella nostra crescita spirituale. Personalmente, avevo sperimentato la profondità del versetto 53,3 del libro di Isaia, dove il Servo del Signore è definito “uomo dei dolori, che ben conosce il patire”: espressione agevolmente riferibile alla figura del Cristo. Aprendomi a questa dimensione, prendevo coscienza dei residui di edonismo che ancora resistevano, e mi orientavo a vivere ogni piccola o grande sofferenza in unione con Gesù. Il primo risultato fu il rifiuto di assumere – come ormai facevo quotidianamente – analgesici per l’emicrania. La sorpresa fu che, vivendo il malessere in questa prospettiva, scemava a poco a poco, fino a divenire tollerabile e spesso a scomparire. L’altra scoperta arrivò dalla lettura del libro di Gaeta sulla Vergine delle Tre Fontane, dove lessi che qualunque cosa la Madonna impetrasse dalla Trinità, infallibilmente l’otteneva. Questa coscienza rivoluzionò la mia preghiera, che divenne mirata ed efficace. Nello stesso tempo, toccammo con mano come i più restii ad accogliere i messaggi fossero proprio i sacerdoti: come se gli effetti del razionalismo illuministico colpissero loro più degli altri e impedissero di considerare le comunicazioni soprannaturali come uno dei modi più plausibili del dialogo tra l’uomo e Dio. Il timore di apparire ingenui o fondamentalisti chiudeva il loro cuore e rendeva impossibile ai fedeli di conoscere il Progetto che il Signore aveva concepito in un mondo refrattario al cambiamento. In questo modo i più vicini, abilitati a penetrare nel mistero, sarebbero stati i più sorpresi dall’imporsi improvviso degli eventi. Il sacerdote e il levita della parabola del Samaritano sarebbero passati ancora oltre, dall’altra parte, e avrebbero perso un ulteriore, importante appuntamento con la storia.

35. L’impresa

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Gli scenari apocalittici non servivano a piazzare batterie di fuochi d’artificio per attrarre spettatori; e nemmeno a forzare cambiamenti di politiche ecclesiali che niente e nessuno era riuscito a scalfire, fino ad ora. La giusta prospettiva era quella del vangelo appena letto la domenica, il brano della torre di Siloe caduta sui diciotto e del massacro dei ribelli Galilei su ordine di Ponzio Pilato: se non vi convertite, perirete tutti, ammonisce Gesù, suggerendo che il male, per chi crede, è un appello urgente a un’autentica e profonda conversione. Non bisognava, dunque, calcare la mano su immagini cruente e disturbanti – che pure emergevano dalle note profezie -, ma invitare a una verifica della propria vita, del proprio specifico ruolo sul palcoscenico di un tempo non più adatto a dilazioni o pretesti per chiudersi a scelte coraggiose. Certo, adesso era difficile, quasi imbarazzante pregare per la rapida attuazione degli eventi: sapevamo che avrebbero causato lacrime e sangue in abbondanza; come sperare che accadessero al più presto? Come gioire per la morte di tanti confratelli, la distruzione delle cose sacre, l’oltraggio a una memoria secolare racchiusa negli spazi intangibili della santa liturgia? Eppure intuivamo che più nulla avrebbe potuto scongiurare l’irrompere dei fatti: l’intreccio del bene e del male sarebbe stato investito dalla luce abbagliante del Progetto, e avrebbe rinnovato alla radice la Chiesa cattolica apostolica romana. Di fronte a questo dato, non restava che un’opzione: convertirsi. Non a caso era il messaggio d’esordio del Battista e di Gesù, entrambi votati, sin dal loro apparire sulla scena, all’impresa di cambiare l’Uomo.

34. Le profezie finali

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Arrivavano conferme dappertutto; anche un libro con le rivelazioni della Madonna delle Tre Fontane al veggente Bruno Cornacchiola: “Vi saranno giorni di dolori e di lutti. Dalla parte d’Oriente un popolo forte, ma lontano da Dio, sferrerà un attacco tremendo, e spezzerà le cose più sante e sacre, quando gli sarà dato di farlo”. Ci convincevamo sempre più che sarebbe stata questa la via battuta dal Signore per raggiungere lo scopo – apparentemente utopico – di una purificazione profonda della Chiesa. Mi tornavano alla mente le catene di illusioni e delusioni che ci avevano inchiodato a una speranza ogni volta rimandata: il pensiero confortante di una gerarchia disposta a regolare situazioni di palese ingiustizia, in cui anche un bambino avrebbe saputo cosa fare. Ma nessuno, in alcun caso, si era deciso a intervenire, costringendo la gente a smarrire la fiducia residua nei cosiddetti “uomini di Dio”. E allora, Dio, avrebbe trovato i suoi mezzi alternativi per ricondurre la Chiesa alla legge del Vangelo; avrebbe permesso la violenza di un “attacco tremendo”, portato al cuore stesso della compagine cristiana, ai responsabili poco disposti a rendersi strumenti dell’opera del Padre. Come attendere il verificarsi degli eventi? Nell’unico modo suggerito dallo Spirito, in casi come questi: pregando, e confidando nel fatto che chi si affida al Signore non ha nulla da temere. Avremmo voluto gridarlo ai quattro venti ma, per il momento, potevamo confidarlo solo nelle nostre catechesi o nella lectio divina, oltre che nelle scarne puntate di un romanzo ogni giorno più sintonizzato sulla lunghezza d’onda della storia.

33. Lo sguardo nello sguardo

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Il tempo passava e nessuno sembrava convertirsi. Era come se il Signore avesse dato modo di verificare le proprie posizioni, di pentirsi di manovre e collusioni, ma senza risultati. I nodi si sarebbero potuti sciogliere persino facilmente: sarebbe bastato riconoscere le ingiustizie palesi, l’arroganza dei soprusi, le decisioni degne dei regimi più rozzi e più violenti. E invece proseguivano imperterriti a non voler vedere, a far finta di niente, come se sotto ci fossero ragioni inconfessabili, ricatti nascosti, minacce di vendette e ritorsioni. Mi ero convinto che gli eventi esterni, capaci di cambiare gli scenari, sarebbero stati catastrofici – e predetti, del resto, da profezie autorevoli: i cento anni del dominio diabolico, Leone XIII, il terzo segreto di Fatima, le rivelazioni della Madonna a Medjugorie, le visioni cupe della Emmerich. Non a caso pareva ogni giorno più probabile la notizia di nuovi, terribili attentati ad opera dell’Isis, l’attacco al cuore dell’Europa, al centro della Cristianità cattolico-romana. Solo questo, forse, avrebbe permesso l’avvento dei nuovi equilibri di cui da tempo si parlava. Solo questo, forse, avrebbe costretto le gerarchie, sorde ad ogni appello, a mutare atteggiamento, a lasciare che il Vangelo tornasse ad essere l’unico criterio della vita ecclesiale. Non restava che attendere, lo sguardo nello sguardo di Cristo, studiandone, di giorno in giorno, ogni minimo riflesso

32. L’Angelo che sorge dall’intimo

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Il Signore ci conduceva, con la sua sapienza. Non l’avevo sentito mai così vicino, salvo forse nei momenti migliori con don Mario, quando lo Spirito m’invadeva al punto da darmi l’impressione di volare. Più procedevamo, più percepivo Dio come armonia, un arazzo di bellezza indescrivibile, che collega fra loro i fili più apparentemente eterogenei. La trama preziosa del tessuto iniziava ad emergere insensibilmente: nelle proposte di attività spirituale che cominciavano a raggiungermi, nella serenità maggiore tra noi due, nell’apertura di chi già avvertiva i benefici della catechesi e della predicazione. Era come se si delineassero due direttrici d’azione parallele: da una parte la promessa di un intervento esterno del Signore, reso possibile dalla grazia della Porta Santa; dall’altra, la trasformazione che la grazia stessa operava in noi e in quelli che cercavano sinceramente una soluzione per la vita. Il flusso dello Spirito riprendeva a scorrere, la luce dell’alba a splendere sulle rocce del sentiero in salita, tra la sabbia del deserto di un’impresa difficile, impossibile anzi, per gli strumenti umani, ma pronta a inverare, da un momento all’altro, le parole dell’Angelo che sorge dall’intimo di ogni essere che il Signore ama: nulla è impossibile a Dio. Neanche lo scenario nuovo che ancora nessuno osava immaginare.