
Si entrava nel mistero. Quelle albe, che avevano scandito il nostro tempo, continuavano a irradiare una luce che splendeva nel segreto di un cuore più incline all’umiltà. Comprendevamo meglio la pedagogia del Cristo, l’Unto venuto per servire, per lavare i piedi, come solo dagli schiavi era lecito pretendere. Toccavamo con mano le vie di Dio, che non erano le nostre, i suoi pensieri, così lontani dai pensieri del mondo. Gli altri dubitavano ancor più della riuscita: vedevano il gruppo dirigente convinto di tenere in mano le leve del potere, le gerarchie impermeabili al benché minimo segno di ripensamento, e radicate nell’intento, per nulla mascherato, di ribadire lo stato delle cose. Ma noi sapevamo che, per il Signore, sarebbe stato facile minare il castello di carte del sistema. Fissavo gli occhi negli occhi di Gesù: la sua calma sovrana mi persuadeva che l’agitazione, l’impazienza, non avevano ragione di esistere, anzi, apparivano ridicole, o patetiche. Cristo era il centro del cosmo, il Punto Omega verso cui tutta la storia si orientava, in modo irresistibile. Mi sentivo attratto in un campo di forze da cui mi lasciavo trascinare, mi aggrappavo alle sue ali onnipotenti provando, per la prima volta, la sobria ebbrezza del volo.
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30. Valeu a pena?

Intanto, dal mio tavolo, sparivano tutti i commensali. Mandati in altri lidi, uno dopo l’altro, per motivi diversi, ma portando, per me, allo stesso risultato: il fantasma di un’aspra e imbarazzante solitudine, additata come effetto delle mie visioni. Ricordai la scena del Calvario, pietosamente riempita di figure nel Vangelo di Giovanni ma, nella versione di Marco, testimone del perfetto isolamento del Cristo tra i suoi crocifissori. Mi venne in mente l’essere soli nelle Lettere a un giovane poeta, di Rainer Maria Rilke, dove tale condizione viene vivamente consigliata come chiave per sondare il profondo e trovarvi le perle preziose della vera identità. Avevo preso l’abitudine, da tempo, di ascoltare in rete un capitolo al giorno del Vangelo: quella volta mi trovai di fronte la descrizione marciana della passione e morte di Gesù. Sentivo le parole e guardavo l’immagine ricostruita dalla Sindone, con lo sguardo luminoso, fisso su di me. Mi tornò alla memoria una frase che avevo incontrato di recente: se Dio ti sembra lontano, indovina chi si è allontanato. Tutto convergeva nell’offerta, il centro del Progetto, il peso di cui lei si caricava con eroica fedeltà, nonostante gli impulsi contrari della sua natura. Valeu a pena? Tudo vale a pena se a alma não é pequena. I versi di Pessoa suonavano calzanti in quest’angolo di tempo in cui ogni fatto, ogni parola diventava attesa, in cui ogni istante poteva rivelarsi decisivo. Mi scrisse un amico, dicendo che il Papa pregava col rosario che avevo benedetto. Segni che scendevano nel cuore come lo sguardo di Gesù, come il Vangelo della passione e morte di Colui che stava realizzando il suo Disegno.
29. Una coppa di vino

Sarebbe stato facile: facciamo scendere un fuoco dal cielo? Il metodo di Giacomo e Giovanni non coincideva con quello del Cristo. Volevano annientare quei Samaritani che gli avevano negato l’accoglienza, ma Gesù li aveva fissati, voltandosi, con aria di rimprovero. La questione – sembrava ricordare – non può essere posta in questi termini. La chiave è interiore, è necessario credere, perché il mondo cambi. Mi aveva sempre impressionato l’episodio del fico maledetto da Gesù, perché vi aveva trovato solo fiori: che poteva voler dire quel gesto, se non era la stagione dei frutti? Lo avrebbe spiegato poco dopo: avendo fede, si potrebbe dire a un monte di gettarsi in mare, e lo farebbe. Ecco il senso della Porta Santa: se l’anima è aperta, può succedere di tutto, perché non c’è potenza più grande dell’amore. Eravamo noi i chiamati al cambiamento: il Santuario si sarebbe rinnovato grazie ai cuori finalmente liberi, in cui il sangue cominciava a rifluire, accendendo la speranza. Lo Spirito sarebbe tornato: sì, lo Spirito di cui Gesù diceva – in quella sera ventosa, a Nicodemo – che nessuno sa di dove viene, né dove va, perché è il dono del Dio delle sorprese, capace di mutare segno ai quarant’anni di storia scritta sulle righe storte del materialismo, dell’interesse contingente, dei traffici ambigui, che avevano ridotto la casa di preghiera a una spelonca di ladri. Cuori nuovi per cambiare il mondo, farne un’epifania chiara del Signore, che interviene nella storia e la trasforma da acqua insipida e incolore in coppa di vino raffinato, come alle nozze di Cana, in Galilea.
28. Le labbra di Dio

Qualcosa cominciava a muoversi. L’annuncio della Porta Santa e dei suoi effetti insinuava nei cuori un germe di speranza che da tempo era stato soffocato. Soprattutto l’idea di una chiara distinzione tra coloro che pensavano secondo la materia e quelli che si aprivano allo Spirito, rendeva più coscienti delle proprie responsabilità nel cambiamento. Ora era davvero prevedibile che gli eventi sgorgassero spontanei da questa sorgente generosa. Qualunque gesto della compagine materialista sarebbe stato un passo falso, una nota stonata nel gran concerto che il Signore andava dirigendo. Mi tornavano in mente le profezie di don Calabria e don Orione, le visioni di un Santuario come centro di irradiazione dello Spirito, come fiamma divina nel gelo desertico del mondo. Pensavo anche all’immagine di Chesterton, che mi si era scolpita nella mente non appena letta: vivere gli eventi – persone, situazioni – come se emergessero dal nulla, per vederli finalmente nella loro verità e bellezza, perché tutto è straordinario quando è opposto alla completa oscurità. Sì, dal nulla di una gestione materiale, ambigua, interessata, affiorava l’alba insuperabilmente bella del Progetto di Dio. Rancori e amarezze andavano svanendo, come la nebbia del mattino dal ponte dello Spirito Santo. Una scia rosa si faceva largo tra le nuvole, come un sorriso consolante disegnato sulle labbra di Dio.
27. La Svolta

La Porta Santa: ma certo! Era questo avvenimento straordinario che avrebbe operato il cambiamento, innescando il meccanismo inverso a quello replicato da decenni, rivelando – come per miracolo – il segreto più intimo dei cuori: schiavi di una mentalità materialistica o aperti alla grande irradiazione di Spirito Santo che il Signore voleva realizzare. Da qui, da questo giorno, sarebbe partita la corrente di Grazia che avrebbe abbattuto le barriere, esorcizzato le paure. Da qui, chi credeva nello Spirito avrebbe ritrovato il coraggio di cambiare, di ubbidire al volere di Dio, spezzando le catene consunte di opportunismi e di viltà. Da qui, anche noi saremmo venuti alla luce come docili strumenti del Progetto, pensato dai secoli dei secoli. L’apertura, dunque, non era riferita soltanto a una porta materiale – che del resto non c’era! -, ma alla Porta Santa del cuore: era lì che nasceva il mondo nuovo, da lì sarebbero sbocciati quegli eventi che tutti, da tempo, attendevamo.
26. Porte aperte

La mia capacità di resistenza era giunta al limite, all’ultima Thule, oltre la quale cominciava l’isteria, o la depressione. La domenica, per dire, avevano cercato di togliermi la messa delle otto, ma Dio vi si era opposto: il cellulare di chi avrebbe dovuto soppiantarmi non dava segni di vita e tutto era rimasto come prima. Passare il giorno del Signore a benedire auto non era il più ambito dei miei sogni, ma sentivo con chiarezza che dovevo offrire, vivere ogni cosa in compagnia del Servo sofferente. Ciò non impediva il perdurare di uno stato interiore esasperato, che affiorava a tratti, come se l’anima avesse bisogno di una tregua, uno spiraglio di speranza in mezzo a tante ambasce. Sapevo che la meta era vicina; entravamo nell’ultima settimana di passione, in cui sarebbero accaduti gli eventi che avrebbero cambiato il segno della storia: la piccola storia del santuario, ma anche quella grande dell’azione di Dio nel mondo intero. Scenari apocalittici si addensavano sulle nostre teste: un tempo simile a quello precedente il diluvio, in cui la vita scorreva normalmente, in apparenza, mentre a un tratto si sarebbe scatenato un cataclisma di dimensioni universali. Nel momento in cui pensieri come questi m’invadevano, mi sentivo in pace, convinto com’ero che il Signore ci avrebbe preservato da ogni specie di catastrofe. Pensavo alla curiosa situazione per cui, da noi, la Porta Santa c’era ma non c’era: si sarebbe passati sotto l’arco della Torre del primo miracolo, come se Dio non potesse né dovesse trovare alcun ostacolo – neanche un battente da spingere in avanti – alla sua volontà di rinnovare il luogo, trasformandolo in puro ricettacolo del Divino Amore.
25. Il Principio e il Fine

Per dormire, c’è chi conta le pecore; per restare svegli, noi contavamo i giorni, le ore, i minuti. Sì, perché c’era il rischio di assopirsi, di smarrire la tensione buona che ci faceva anelare nel profondo alle ali che ci avrebbero salvato. Un tempo da riempire, dunque: la lezione, forse, era mettere dentro questo involucro non solo le nostre, incandescenti attese, ma le attese del mondo, di chi in quel giorno, in quell’ora, in quel minuto, gioiva o soffriva, si sentiva perduto o ritrovato, neonati e moribondi in un cosmo in continua evoluzione. Ecco che cosa eravamo: junghianamente, simboli della trasformazione, che partiva da noi e avrebbe finito col coinvolgere un numero crescente di persone, in un moto a cerchi concentrici sempre più vasti e popolati. Questo era il Progetto: mi commuoveva pensare alle sue origini, alla preghiera precaria fatta a tarda sera nella grotta di Elia, dove la statua agitava le braccine come a dire: ancora no, ancora dovete camminare, soffrire, trasformarvi, in un processo alchemico da cui il Signore avrebbe tratto l’oro prezioso dell’opera compiuta. In principio era l’amore, e tutto tendeva non soltanto a una fine, ma anche al fine, pensato dai secoli dei secoli. Archeologia e teleologia, l’alchimia della notte e del giorno che portava al miracolo ogni volta immortalato dal ponte dello Spirito Santo: l’alba di una nuova era, in cui tutto il dolore, la speranza, il faticoso e terribile cammino avrebbero trovato sbocco nello sguardo del Cristo, che creava e ricreava la nostra irripetibile avventura.
24. Un fiume carsico

Quanto mancava all’esito finale? Un giorno, due giorni? Sarebbe accaduto in coincidenza con l’Epifania, la festa più adatta, sin dal nome, al balenare della gloria di Dio? Nella mia mente sfilavano ancora i personaggi cui la fantasia dei preti assegnava i nomignoli più strani: Polifemo, il Boss, il Grande Narcotizzatore, nomi leggendari che lasciavano intuire un sottofondo di potere non sempre ispirato all’onnipotenza dell’amore, quella del Padre che è nei cieli. Personalmente, cominciavo ad avvertire una specie di euforia: come se, ad un tratto, si dovesse realizzare un sogno tenuto troppo a lungo nel cassetto. Già immaginavo le facce piene di rabbia o di stupore, di gioia o di disappunto: una girandola di sentimenti seminati in ordine sparso, a seconda delle attese che albergavano nel cuore. Noi continuavamo a immaginare la natura degli eventi che avrebbero agito dall’esterno, in modo così rapido e efficace da mutare il corso delle cose: un avvicendamento nelle gerarchie? Uno scandalo improvviso? Un intervento ex cathedra del Papa, che avrebbe dato il via a un rinnovamento svincolato dalle sacche di interessi o intransigenze che ancora inquinavano la Chiesa? Di qualunque cosa si trattasse, pregavamo che avvenisse presto, per poter assaporare il gusto di una libertà perduta e ritrovata, l’orma e il profumo del Regno di Dio. Avevamo riacceso il desiderio in persone che attendevano con noi, nei travagli del parto, di poter contemplare il Progetto emergere a sorpresa, come un fiume carsico, travolgendo con potenza gli ultimi bastioni di difesa approntati dal maligno.
23. Una precisa strategia

L’anno volgeva al termine. In questo tempo era successo tutto e il contrario di tutto. Avevo celebrato messe piene di gente, contattato persone di tutte le categorie, suscitato speranze e attese che già faticavo a gestire in modo equilibrato. Poi, all’improvviso, il capovolgimento radicale: partito l’amministratore del Santuario, era riemerso il gruppo della vecchia guardia, deciso a rovesciare il segno all’operato precedente. Una continua umiliazione aveva segnato il ritmo delle mie giornate, facendomi sentire oggetto di vendette trasversali, regolarmente spinto negli angoli più bui e dimenticati. Ci misi un po’ a comprendere che tutto rientrava in una precisa strategia: per portare a compimento l’opera avrei dovuto spogliarmi di ogni orpello, lasciarmi ridurre all’essenziale per fare spazio totalmente all’Altro, concedendogli gli ultimi avamposti che tutt’ora mi stavo riservando. Il Progetto non riguardava solo noi, ma la realtà ecclesiale nella sua interezza, che non mancava di recalcitrare, criticando il Papa per le sue aperture, per le rampogne al basso e all’alto clero, per l’attitudine di misericordia e di perdono con i più lontani. Era in atto una battaglia tra le più violente nella storia della Chiesa: il demonio non aveva mai avuto un potere così forte, imperversava nel piccolo e nel grande, occupava ogni interstizio esposto alla sua azione, si insinuava e seduceva dovunque incontrasse riserve o resistenze. Nonostante questo, l’impresa si faceva strada, cominciava a illuminare qua e là la distesa delle tenebre, lasciava intravedere un’alba nuova, che appariva a poco a poco nello sguardo vigile dal ponte dello Spirito Santo.
22. Il giorno grande e terribile

Il tempo non era mai passato così lento. Gli impegni erano tanti, le giornate ingolfate, le corse senza tregua, eppure si stava sempre lì, a una distanza che pareva incolmabile dalla fine del periodo di Natale. Pregavamo intensamente: lo stare davanti allo sguardo di Gesù era ormai diventato un’abitudine, un riflesso condizionato che ogni volta ci salvava dall’impazienza e la paura. Avevamo compreso sempre meglio che il criterio decisivo, in questa fase, era credere nella Provvidenza, come avevo imparato sul campo in trent’anni di vita con don Mario: Dio ci avrebbe sollevato su ali d’aquila, strappandoci agli eventi incombenti e avviando gli equilibri nuovi promessi ultimamente. San Giuseppe, il santo dell’amore provvidente, era il patrono da invocare, in quei giorni in cui qualunque passo si sarebbe potuto rivelare deleterio e sembrava di andare a tentoni in un tunnel oscuro e pieno di pericoli. Gesù mi confermava nel carisma della parresia, la parola forte che scuote, incurante delle critiche dei benpensanti e di gente senza scrupoli. Le omelie, in effetti, erano più circostanziate, intrise di una verità tanto abbagliante quanto scomoda. Qualcuno si stupiva di un parlare così chiaro: ma io gioivo nel corrispondere in tutto all’ispirazione del Signore, che toglieva il velo a ipocrisie e opportunismi, fino a denunciare ogni forma di furbizia, corruzione, avidità. Il velo si alzava sempre più, del resto, anche sulla natura della nostra relazione, che emergeva come un’isola affondata da secoli in un mare di timori e resistenze. Tutto convergeva verso il giorno grande e terribile, rovente come un forno, in cui il Signore avrebbe cominciato, finalmente, ad attuare il suo Progetto.
21. Il viandante

La campana suonò le diciannove. Il Natale era a sole cinque ore e io ero seduto nella stanza davanti all’immagine del Cristo, a interrogare il futuro che ancora non voleva palesarsi. Ero un monaco di un’altra civiltà, chino sul tavolo ingombro di libri, penne, appunti sparsi. Da un momento all’altro, nel silenzio surreale, sarebbe arrivata la notizia intorno alla quale avevamo sognato così a lungo. Mi perdevo negli occhi di Gesù, nella luce misteriosa che emanavano, come se a un tratto dovesse arrivarmi una parola, un segno, la certezza che lui ci fosse in corpo, sangue, anima e divinità, come tante volte mi avevano insegnato. Solo fissandolo negli occhi trovavo il coraggio di presentarmi in campo, sentivo il cuore battere, infiammarsi, come in un sussulto di memoria, un’idea platonica, un archetipo che emergeva dall’inconscio. Capivo sempre meglio le parole di san Paolo: non sono più io che vivo; dove in quell’io si annidava il deposito di male proveniente dall’orgoglio, dal peccato, come se la vita prendesse la rincorsa e trovasse finalmente pace nella ormai necessaria conclusione: è Cristo che vive in me, mi trasmette la forza di lottare, di credere, di esistere. Era l’immagine che prendeva il posto di qualsiasi altra figura nell’universo debole, ignobile, malato delle illusioni umane, la caparra del mondo nuovo che bussava alle porte come un mendicante, un pellegrino, il viandante straniero che un bel giorno ti si ferma accanto e racconta la tua storia.
20. Briganti e cavalieri

Le gerarchie prendevano tempo: sembravano ascoltare, incasellare le notizie, accavallate come onde di un oceano sempre più agitato; ma poi finiva lì, come se appelli, moniti e dispacci, che piovevano ormai senza più tregua, cadessero in una specie di abisso senza fondo, un oblio prestabilito. Forse era questo che doveva accadere: un’ostinata indifferenza ad ogni tipo di messaggio, perché la luce del vero si rivelasse all’improvviso, abbagliante, precludendo qualsiasi via di scampo. Già li immaginavo con le facce preoccupate, a chiedersi l’un l’altro come mettere una toppa, come opporre un argine efficace alla frana dilagante. O forse operavano da tempo nel segreto, raccogliendo dati con pedante precisione, come monaci chiamati a salvare dal naufragio un’intera civiltà, vergando segni e disegni su pergamene inumidite dall’inverno. Bastava un dettaglio a rovesciare lo scenario: a dipingere l’immagine di un clan impegnato a difendere ormai l’indifendibile, o un drappello di santi cavalieri alla ricerca del graal dell’onestà, della fede, dello spirito. Non restava, ancora una volta, che aspettare, guardando gli occhi del Cristo che emettevano onde di fiducia su frequenze sconosciute, come se solo in quello sguardo ci fosse la risposta a ogni domanda che continuava a bussare al nostro cuore.
19. L’esito

Aveva cominciato anche lei a collezionare albe. La sue erano aurore cittadine, piene di macchine e case, spalmate su prati che ricordavano la steppa di certi scorci della Palestina: il nostro era un esodo in via di compimento. Tutto tendeva a quella lama di luce che squarciava il nero della notte, della vita, la speranza accesa all’improvviso nel nostro cammino faticoso, nel male dell’amico che lottava col cancro, nel timore dell’altro di vedere affiorare dal nulla un esito fatale, dalle analisi fatte in fretta e furia. Era l’unico spiraglio che si apriva nella nostra relazione, sospesa sul nulla come il ponte dello Spirito Santo, da cui continuavo a scattare le mie foto, la finestra del salone da cui adesso scattava le sue, in un intreccio di luci rosse e azzurre: la traccia di un sole senza l’ansia di sorgere, abituato com’era da millenni a compiere quel giro, ignaro del groppo di paure e speranze che il moto generava. Collezionisti d’albe: chi l’avrebbe mai detto? Affondati nella notte della prova, guardavamo al volto di Cristo come all’unica luce concessa al nostro oscuro ritrovarci, sempre nello stesso punto. Ma ora sapevamo che no, non era più lo stesso: erano ore tenebrose che avanzavano verso l’esito certo, lo spettacolo del cielo che ancora una volta si sarebbe riempito di colori.
18. Albe

Da un poco di tempo a questa parte fotografavo albe. Era un’attrazione irresistibile, un richiamo che a quell’ora variabile, ma esatta, mi risucchiava sul ponte dello Spirito Santo, a inquadrare lo sfondo ora sgombro di nuvole, ridotte a pochi strati diafani, sottili, che prendevano un colore rosso, o rosato, o giallo oro; ora cosparso, invece, di grigi e bianchi affastellati, gettati quasi a caso su una tela in cui spiccavano un cedro dalle larghe braccia pelose, l’appendice in cemento del Santuario antico, il camminamento angusto e quasi rettilineo che portava alla torre del primo miracolo. E poi, naturalmente, i colli, punteggiati di luci bianche e rosse, come un presepe d’altri tempi, o avvolti in una nebbia fina, che ne faceva un paesaggio irraggiungibile: il sogno radicato, nel profondo dell’uomo, di trovare uno scenario nuovo, sorprendente, che rivelasse, tutto in una volta, il senso della vita. Ecco, forse era questo il moto interiore che mi spingeva a uscire dalla stanza, entrare in ascensore quasi in stato di trance, passare davanti alla cappella, affacciarmi col fiato sospeso per puntare lo sguardo sullo sfondo sempre uguale, eppure sempre diverso. Sì, adesso mi era chiaro: ero stato trasformato in un collezionista d’albe, un messo del cielo che scrutava ogni segno, ogni traccia del futuro che si stava avvicinando.
17. Il suo Volere

Gli eventi: coltivavamo la parola come si coltiva un sogno. Intorno a noi, apparentemente, tutto continuava come prima. La gente prendeva la realtà così com’era, come fosse ineluttabile che le cose andassero in quel modo: ma sotto c’era un segno, un filo d’oro, invisibile agli occhi, che Dio tesseva con pazienza, potendo vedere le cose da molto più lontano, e più vicino. Ogni preghiera era diretta a questa meta, dopo tanti giri; ogni problema trovava qui la propria soluzione, in eventi preordinati da sempre, che avrebbero mostrato, contro certa teologia contemporanea, che il Signore agisce nella storia. La coscienza di ciò infondeva in noi una calma sovrumana, come fossimo sicuri che qualunque cosa succedesse – una guerra, una catastrofe – non avrebbe potuto intaccare il Progetto che stava per attuarsi, che aveva impresso il senso a ogni parola e ad ogni gesto, e avrebbe finito col convincere anche quelli che lo avevano osteggiato: col sarcasmo, l’ironia, l’indifferenza, o l’alzata di spalle di chi segue solo il corso delle cose umane. Mangiavano, bevevano, si sposavano, c’è scritto nella Bibbia: finché Dio si rivelò con potenza, e ogni carne fu costretta a mettersi la mano sulla bocca, contemplando in silenzio il suo Volere.
16. Futuro

Come Dio volle, l’amministratore della mia ex parrocchia partì per altri lidi. Al suo posto venne un prete che già conoscevo, più vicino ai criteri di don Mario e più incline ad ascoltare. Restava in sospeso una serie di domande: sarebbe stato accolto lo spirito autentico della nostra storia? Avrebbe lasciato, il nuovo pastore, che la Provvidenza continuasse a operare, come sempre, prima dell’ultima, tormentata interruzione? Nel frattempo, s’era messo in moto il solito giro di persone a cui della comunità poco importava, ma che pure erano sempre in prima fila. Pensai che prima o poi avrei scritto un libro su queste amenità, per permettere alla gente di riflettere ed esigere un ritorno al Vangelo là dov’era messo in discussione.
Al Santuario l’attesa era spasmodica: il gruppo dirigente dilagava, convinto che nessuno avrebbe messo i bastoni tra le ruote. Le loro messe perdevano fedeli, ma ciò non li portava in alcun modo a correggere il tiro. Tutto sembrava tornare come prima, salvo in parrocchia, dove il lavoro avviato l’anno precedente dava frutti, grazie alla tenacia del parroco e del vice. Ormai mancava poco: macinavo ipotesi su ipotesi, facevo mentalmente l’inventario di ciò che avrebbe potuto scatenarsi da un momento all’altro. Avevo già fatto l’abitudine alla nicchia in cui m’avevano rinchiuso, e da cui uscivo soltanto per sortite estemporanee, come quando la TV ci intervistò riguardo al giubileo: interpellarono me, contrariamente ad ogni aspettativa. Intanto pregavamo, e il futuro ci veniva incontro, allo stesso tempo previsto e imprevedibile.
15. Sfondi

Però, a pensarci bene, la parte più dura era la sua. Erano oltre tre anni che soffriva, anzi, che offriva, per la felice riuscita dell’impresa. Un Progetto, sapevamo, che non sarebbe fallito e che vedeva noi due come strumenti docili e precari di un grande moto di rinnovamento. Capivamo sempre più le ambasce di un Papa che voleva trasformare strutture fatiscenti, ambienti immorali, fiocchi e lustrini di una casta adusa alle apparenze, con in petto un cuore da arrivista. Ci sentivamo reclutati per la stessa, terribile battaglia, vasi di creta tra ferraglie abituate agli urti. Arrivavano voci che lasciavano di sasso: vescovi anelanti alla morte del pontefice, prelati che tramavano nell’ombra, per fare della Chiesa di Cristo una serie di fazioni contrapposte. Più si complicava, più l’avventura ci prendeva dentro, era carne e sangue della vita, non lasciava spazio ad alcuna alternativa. Ogni giorno era buono, ormai, per l’emergere di eventi che avrebbero rifatto il volto del Santuario, destinato a diventare un punto-luce sullo sfondo oscuro di una storia intrisa di lacrime e di sangue.
14. Una missione

La nostra preghiera ci orientava a un cambiamento: presto sarebbero accaduti degli eventi che avrebbero permesso l’emersione di nuovi equilibri. In mezzo a difficoltà di tutti i tipi, era l’unico pensiero che riusciva a infonderci coraggio. Personalmente, ne avevo fatto una missione: a tutti coloro che incontravo prospettavo questo cambio imminente di scenario, dandolo per certo. Alcuni ironizzavano, dicendo che un profeta i cui oracoli falliscono andrebbe messo a morte. Io replicavo che se invece fosse stato tutto vero, mi avrebbero offerto una cena di pesce in qualche ristorante rinomato. In realtà, tutto questo aveva un effetto parallelo: ridare speranza a una comunità logorata da anni di rassegnazione. Il Signore era deciso a entrare in questa storia, e se questo succede, nulla rimane come prima.
Tra di noi i problemi permanevano: paure e resistenze ci impedivano di vivere immersi totalmente nel miracolo in arrivo. Confidavo nel fatto che la nostra verità si sarebbe rivelata, che il Progetto scritto in noi non avrebbe tardato a consegnarci alla nostra vera identità. In questo ero più determinato, ma capivo la sua angoscia, e cercavo in ogni modo di alleviarla, con mille attenzioni che il più delle volte rischiavano di cadere nell’oblio.
13. Fuoco

Arrivò il giorno della scadenza dell’incarico dell’amministratore del santuario. Sapevo che, da quel momento, avrei dovuto aspettarmi di tutto. La prima conseguenza fu il confino immediato in celebrazioni a orari improponibili. La messa delle otto, la domenica mattina, è ideale per coloro che praticano i riti stancamente, per non incorrere in dubbi o conflitti di coscienza. Vedere il santuario semivuoto e abitato da volti diffidenti, mi provocava un misto di rabbia e depressione. Compresi, tuttavia, che il Signore mi voleva povero di spirito, pronto a qualunque sacrificio pur di aderire al suo Progetto. Predicai come se niente fosse, come parlassi a un’assemblea innamorata di Dio e del suo messaggio. Mi accorsi, allora, che non c’erano soltanto vecchiette col rosario, ma anche gente attratta dall’annuncio, disposta a spendersi in un passaparola veloce ed efficace. La chiesa cominciò a riempirsi, con effetti inquietanti su chi pensava di mettermi a tacere. Lo stesso successo registravano le nostre catechesi e la lectio divina, seguite da una piccola folla che gremiva la cappella dello Spirito Santo. Il Signore riattizzava la brace che pareva destinata a spegnersi: era venuto per portare il fuoco, e come era angosciato, finché non fosse acceso.
12. Rospi

I rapporti con l’amministratore del santuario erano alterni. Mi aveva affidato la parrocchia, ma al Cardinale non diceva nulla; se citava e ringraziava collaboratori e dipendenti, diventavo all’improvviso anonimo e invisibile. Temeva di entrare in attrito con quelli per cui ero un guastafeste, a cominciare dall’accolita dei laici della Santa Famiglia. Una volta glielo feci presente, e mi rispose d’esservi costretto per uscirne vivo. Fino ad allora, non avevo mai visto da vicino un’attitudine tanto spiccata al compromesso. Avrei dovuto farmi crescere, come tutti gli altri, il pelo sullo stomaco, ma non ero il tipo: continuavo ad ingoiare rospi, in attesa d’interventi decisivi da parte del Signore. Non avrei mai immaginato che quello che vivevo fosse solo l’inizio dei dolori.
Presto, infatti, l’amministratore della mia ex parrocchia cominciò a comportarsi in modo ambiguo. Aveva deciso di configurare la realtà pastorale a modo suo, come se in quei mesi striminziti avesse potuto assimilare una storia straordinaria di trent’anni, intessuta non di opache operazioni – come quella in cui adesso mi trovavo -, ma di fatti e situazioni voluti dal Signore e realizzati da don Mario, un santo della fede. Si aggirava in Curia, presentando versioni parziali delle cose, mal consigliato da gente che cercava, in manovre come queste, solo il proprio interesse. Una volta gli dissi, esasperato, di riferire in alto loco che gli avevo lasciato un tesoretto, ridotto quasi a nulla per l’esodo in massa dalle sue celebrazioni. Da quel giorno cambiò radicalmente atteggiamento, fino a emettere una serie ossessiva di messaggi nella mailinglist del Centro giovanile.
