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11. Il filo d’oro

Dio degli eserciti
Non mi rendevo conto, in quel periodo, del privilegio di poter celebrare in ore di massima affluenza. Quando cambiò il vento, e fui assegnato a messe destinate a rari mattinieri, dovetti prenderne coscienza amaramente. Nel frattempo avevo riavviato i contatti con il don, in via d’uscita dal trauma della fuga seguita alle pressioni intollerabili. Mi stupivo della sua mitezza, del sorriso triste sul volto emaciato dallo stress. Nonostante dolori e delusioni, aveva ancora una capacità di accoglienza sorprendente, un ascolto in grado di mettere da parte le sue angosce, per dedicarsi all’altro. Soffrivo, pensando alla sua pena, ma entrambi intuivamo l’esistenza di un filo d’oro in bilico tra un presente cupo e un futuro in cui tutto si sarebbe attuato nel modo voluto dal Signore. La fede ricevuta da don Mario risorgeva in me come un ricordo trasformato in realtà viva, in energia che conteneva in sé la forza stessa dell’Onnipotente, lo tsunami del cielo pronto a rovesciarsi sulla terra. Guardando il don, la sua faccia scavata dalle veglie, vi leggevo una luce misteriosa, le tracce invisibili di una prossima vittoria che si faceva strada in mezzo ai dubbi, le crisi, le paure.

10. Strati

strati
Le vicende si incrociavano a ritmo incalzante. Nell’ex parrocchia e al Centro giovanile sembravano procedere serenamente: l’amministratore pareva tener conto della storia e del contesto che per un anno gli venivano affidati. Non era chiaro, per loro, se io dovessi ritornare: il clima era sospeso tra un passato ricco di esperienze esaltanti e condivise e un futuro incerto, in cui si cercava di scrutare e decifrare qualche segno del destino. Noi due avevamo la certezza morale che il Signore ci volesse qui, al Divino Amore; le conferme si moltiplicavano, nella preghiera intensa in cui Dio comunicava il suo Progetto. Il mio impegno si svolgeva tra il Santuario e l’attività pastorale e catechetica nella chiesa della Santa Famiglia, in cui elargivo a piene mani la Parola di Dio, suscitando in catechisti e animatori, aperti al nuovo, un’adesione che nessuno avrebbe più potuto soffocare. Le forze avverse lavoravano nell’ombra: ogni tanto scorgevo conciliaboli tra sacerdoti e laici preoccupati seriamente per la nostra attività. Cercavano alleanze – anche ad alto livello – per stroncare i tentativi di cambiare, spargevano zizzania, coprendo di discredito le nostre intenzioni e iniziative. L’atmosfera si presentava a strati non comunicabili: la goia e la speranza convivevano con l’odio e col rancore, in un conflitto destinato a esplodere, a venire allo scoperto.

9. La fede della Chiesa

battaglia
Era la nostra relazione il fondamento, il perno della storia. Più si procedeva, più il Signore ci faceva comprendere che occorreva trovare lì energie e motivazioni, che l’incontro tra noi era il nucleo incandescente, il big bang da cui si sarebbero formati gli eventi promessi, come una serie potente di deflagrazioni. Proprio per questo il demonio ci attaccava, cercava di mettere zizzania, suscitava incomprensioni e gelosie, che portavano sull’orlo di rotture irreparabili. Ogni volta però, nella preghiera, riemergeva la coscienza di un dono, di un Progetto che andava al di là delle nostre mancanze e insicurezze. La storia della profezia era piena di queste insufficienze, del dolore di chi viaggia in direzione opposta, lottando coi fantasmi delle tentazioni e della propria umanità recalcitrante. Ci invadeva una forza misteriosa, spingendoci ad andare oltre noi stessi, approdando, come dice il Vangelo, all’altra riva. Era questa la chiave che ci dava il coraggio di affrontare un contesto refrattario e ostile, di combattere una guerra con nemici invisibili e mortali, annidati in ogni angolo, pronti a sferrare in ogni istante il colpo decisivo. Ma con noi non l’avrebbero spuntata: questa era la nostra fede, questa è la fede della Chiesa.

8. Il suo combattimento

tronco
La prima impressione fu quella di trovarsi all’improvviso nel posto sbagliato al momento sbagliato: un pacchetto già pronto, dove il prete era poco più che un soprammobile. Un’idea simile sarebbe potuta scaturire solo da qualcuno convinto di disporre di persone e cose alla stregua di una proprietà privata. Tentarono di instradarmi nei binari, censurando ogni minima obiezione. La sostanza dell’approccio si riduceva a questo: qui fai quello che diciamo noi. Non c’era l’ufficio parrocchiale, ma una segreteria dove il gruppo laico dirigente era padrone incontrastato. Da anni continuavano a ripetere le medesime cose nell’identico modo: provare a cambiarle avrebbe significato guerra aperta. Il mio ufficio diventò un tronco d’albero nel giardino antistante la parrocchia, situata al di sotto di una struttura alberghiera annessa all’opera del Divino Amore. Dopo un primo istante di sorpresa, cominciai a procedere in direzione opposta a quella suggerita: dosi massicce di ecclesialità e di Parola di Dio, che restituirono agli spauriti catechisti una coscienza della loro dignità. Un po’ alla volta, la comunità fioriva, iniziava a coltivare in cuore la parola libertà. Dalla grotta di Elia ai nuovi posti dove era possibile incontrarsi, noi due ci lasciavamo ispirare dal Progetto di un Dio che si faceva ogni giorno più vicino, più coinvolto, come se il combattimento fosse il suo, e non il nostro.

7. L’ignoto

ignoto
Il primo impatto, dunque, fu durissimo. Dentro mi sentivo morire, ma mi sforzavo d’essere aperto e disponibile, per non propormi sotto forma di problema, ma semmai come risorsa. Nel Santuario era il caos: una riunione del clero locale fu interrotta da un intervento telefonico del Cardinale, che proibiva le consultazioni indipendenti. Nessuno sapeva cosa fare. Paradossalmente, ero l’unico in possesso di certezze: l’urgenza di scaricare le valige, sistemare la stanza, prendere coscienza dell’ambiente. Il mio mentore era il vice del don, che mi trattava con squisita gentilezza, cercando d’alleviare l’angoscia del momento. Era il primo settembre: dietro di me lasciavo una parrocchia e un Centro giovanile cui trasmettevo il mio carisma, ereditato da don Mario, il maestro di sempre; davanti a me, l’ignoto.
Presto, al Santuario, fu nominato un amministratore, che conoscevo dagli anni del seminario diocesano. Mi stimava, e valorizzò largamente i miei talenti: mi affidò messe importanti e mi permise di tenere, settimanalmente, una catechesi cui presto affluirono cento e più persone. Da febbraio in poi, mi delegò la pastorale parrocchiale: lì subii il secondo trauma, che si aggiunse alla scomparsa imprevedibile del don.

6. Sorprese

caffè
Alla fine la spuntammo: avrei fatto un anno sabbatico, poi sarei tornato. Dentro di me, però, sapevo bene che non si sarebbe trattato di un tempo così breve. Intanto, bisognava pensare a un sostituto: sua eminenza disse di aver trovato la persona giusta, “un uomo di Dio”, che poi si rivelò diverso da quanto potessimo pensare.
Avvicinandosi il giorno del trasferimento, m’interrogavo sugli scenari nuovi che si aprivano. Con il don si parlava di creare un centro di spiritualità e cultura, e già mi vedevo contattare questo e quello, tessere reti con scrittori, pittori, musicisti. Ma soprattutto pensavo a quanta gente avremmo avvicinato, grazie al santuario di recente costruzione, capace di accogliere due migliaia di fedeli.
Venne il giorno fatidico: mi preparavo all’incontro con il don. Assaporavo la bellezza di poter condividere con lui l’ebbrezza di una vita nuova, la realizzazione di un Progetto pensato su misura, la manifestazione potente della volontà di Dio. Ora lo chiamo, ora mi chiama. Per prima cosa cosa andremo a prenderci un caffè.
No, niente chiamate, né caffè: il don se n’era andato.

5. La sua spiaggia

Spiaggia
Il tempo passava, e sembrava non succedere nulla. Poi, all’improvviso, ci fu un’accelerazione inaspettata. Nella preghiera, emerse la necessità di puntare molto in alto, di parlare del Progetto con la gerarchia. Divisi tra speranza e panico, percorremmo una strada che solo il Signore avrebbe potuto suggerire, perché le autorità costituite erano del tutto refrattarie a questioni di tal fatta. Ogni volta che mi presentavo in Vicariato, mi sentivo un alieno in visita fugace a un pianeta lontanissimo. Eppure avvertivo una strana sicurezza, come se le istanze non fossero mie, ma agissi su delega di qualcuno più importante. Sarà per questo, sarà che la preghiera diventa infallibile se si allinea col volere di Dio, accadde quello che non avremmo mai sperato. Scegli il divino amore: l’invito imperioso apriva le porte che in qualunque altro caso sarebbero rimaste invalicabili. Cominciai a preparare i parrocchiani e i membri del Centro giovanile. Mi sentivo tirato da due parti, lacerato da opposti desideri. Ma sapevo quale fosse il mio destino, avvertivo la presenza di un Dio che ti lascia sempre libero, ma al tempo stesso ti rende consapevole di dove ti vorrebbe: e quando vuole, è un’onda irresistibile che ti trascina dritto alla sua spiaggia.

4. Naufraghi

mare
Parlavo col don a intervalli regolari. Lui era minuto, con gli occhiali che prendevano sul volto uno spazio esagerato. Mi capiva: solo più tardi seppi che era uno dei direttori spirituali più quotati, nella nostra città.
Ascoltava senza mai interrompere e ciò m’incoraggiava a raccontare, sgranando la mia vita come un rosario logoro per l’uso. Dai colloqui con lui non trapelava nulla della reale situazione del Santuario: quando entrai e mi resi conto, mi chiesi spesso come avesse potuto resistere anche al minimo sfogo, pur essendo la vittima innocente del sistema. Dagli incontri con lui ritornavo migliore: una lezione di ascolto e di accoglienza, che faceva maturare in me una fiducia radicale nel Progetto. Fino ad allora, questo termine non era, per me, così importante: adesso, invece, si rivelava un credo di cui non avrei più potuto fare a meno. Intorno c’era gente che procedeva incerta, come a tentoni; persone angosciate o rassegnate, indifferenti, impegnate a sopravvivere facendo il morto a galla. Io no, ero parte di un Disegno, un volere di Dio che mi chiamava nel mezzo di una prova in cui da tempo navigavo a vista. Il Signore, per intercessione del mio amico, mi aveva sottratto a poco a poco a una rovina più certa della morte. Nelle nostre preghiere alla luce delle stelle, mi sentivo un naufrago sospinto sulla spiaggia da un’onda irresistibile. Elia ci fissava con le braccine alzate, indeciso se esultare o disperarsi. Il gatto non osava avvicinarsi: ci studiava da lontano, per decidere, alla fine di una lunga riflessione, se fidarsi o meno dei due strani personaggi con cui condivideva il territorio.

3. La grotta di Elia

grotta di Elia
Non ricordo come emerse la questione del Divino Amore. Pregavamo in cima alla collina, nella grotta di Elia. Leggevamo i pensieri scaturiti dalla preghiera intensa cui da tempo eravamo abituati; ogni tanto si affacciava un gatto: non si capiva se cercasse compagnia o protestasse per l’usurpazione del proprio territorio. Per poter decifrare la scrittura, a quell’ora, occorreva una torcia: sembravamo due eremiti in un rifugio in capo al mondo, dove solo le stelle osservavano i nostri movimenti. Una sera di quelle, espressi il desiderio di rimanere lì, in un luogo dove avrei coltivato il mio carisma. E fu in un’atmosfera come questa che sentimmo una voce proveniente dal profondo: scegli il divino amore. Avrebbe potuto trattarsi di un’esortazione a non fermarsi all’amore solamente umano, imperfetto e insufficiente; una spinta a fare con coraggio il salto che traghetta dalla nostra volontà – la famigerata filautia – alla volontà di Dio, che tanto invochiamo, ma spesso ci rimane estranea. Solo più tardi comprendemmo che l’appello prediceva che sarei stato trasferito qui, che il Signore l’aveva previsto dall’inizio, e che l’enigma della vita non avrebbe trovato soluzione se non in questa casa dello Spirito Santo e di Maria.

2. La profezia

alba
Poter celebrare nuovamente in orari decenti mi fece un effetto singolare. Da tempo ero stato relegato in messe ad ore antelucane e ritrovarmi con la gente che tanto aveva atteso per sentire una parola nuova, era una gioia che ripagava di molte umiliazioni. Comprendevo, nello stesso tempo, che il Signore prevedeva da sempre tutto questo, perché crescessi in umiltà e rinunciassi a quella idolatria che era stata la fonte di mali innumerevoli. Mi avevano riaccolto con calore, chiedendo quale fosse la ragione di una così lunga assenza: rimanevo nel vago, accennavo ai disegni divini, sempre misteriosi, sempre al di là della nostra comprensione contingente. Pensavo, a dire il vero, anche all’aria soddisfatta del gruppo dirigente, che aveva riacquistato le leve del potere. Ma Dio dimostrava che il Vangelo è un’altra cosa, che un luogo così santo non poteva rimanere ostaggio di dinamiche non chiare. Non provavo alcun risentimento, né desiderio di vendetta. Mi era più che sufficiente il senso di gratitudine profonda che mi faceva guardare al futuro con fiducia sconfinata. Ecco, si poteva ripartire: il luogo era pronto a rivelarsi come centro di potente irradiazione dello Spirito Santo: la profezia che mi portavo dentro stava, finalmente, per attuarsi.

1. Mondo nuovo

colli albani
Guardandomi indietro, mi sembrava inverosimile: non c’era più nulla di ciò che fino a ieri mi assillava. Uscii nella piazza deserta, mentre un vento troppo caldo scompigliava i capelli tagliati da poco, per fortuna. Feci un lungo respiro, come se lo Spirito Santo s’infilasse nei polmoni tutto in una volta, per rifarsi del tempo perduto. Il cane era sdraiato ancora lì, da tempo immemorabile: si diceva, in giro, che si fosse dimenticato di morire, ma un giorno anche lui avrebbe tirato le cuoia, come tutti. Mi affacciai dal ponte che collega la piazza alla cappella. Anche le colline erano là, come quando pregavo per l’amico, strappando incerti auspici al variare del tempo limpido o nebbioso: quando sei disperato, ti aggrappi a qualunque assurdità. Ora mi sentivo più sereno: sperimentavo, dopo anni, una pace che sembrava fuori luogo: che fosse la sua, la famosa pace di Gesù, annunciata nel vangelo di Giovanni? Da tanto, era solo un’utopia. Ogni giorno mi sentivo più osteggiato, un residuo tossico da espellere. Ma ora era diverso: attraverso la nebbia che saliva laggiù, dai colli grigi, emergeva qualcosa di mai visto, un mondo nuovo.