
Dal punto di vista di Dio, la vita si legge all’incontrario: la superbia è bassezza, l’umiltà è altezza. Per conoscere lo spirito, bisogna capovolgere ogni termine, perché è più grande ciò che è più profondo.

È bello pensare a Dio come a Uno che perdona. Immaginarne la pazienza di fronte all’insipienza umana, convincerci che siamo amati nonostante, sotto uno sguardo come il Suo. Contempliamo, nello stesso tempo, il mistero del rifiuto, l’antico vizio di credersi padroni: non di una ditta o di una proprietà, ma della vita.

Siamo sospesi tra virtù e superbia perché, se la prima si trasforma in vanto, va in malora. È meglio essere impeccabili e altezzosi o scalcagnati e con i piedi in terra?
La vita è fatta di bivi come questi: aspiri al bene, ma ti tocca accertare che la cosiddetta perfezione non diventi vizio, come in Lucifero, vittima di uno splendore che lo ha portato alla rovina, in quanto causa di orgogliosa vanità.
Ciò spiega perché, dai tempi antichi, la virtù regina è l’umiltà: è l’unica a impedire di passare dalla porta posteriore del Cielo alla bocca spalancata dell’inferno.