Omaggio a un grande conservatore

Eliot ha costruito una grammatica della vita ed una sintassi della verità. Ogni suo scritto costituisce una pietra miliare nel costitutivo cammino della vita di un uomo che ha sempre, ed implacabilmente, cercato la verità, sempre e comunque.

Nato nel 1888 a St. Louis nel Missouri, nel profondo Sud degli Stati Uniti, Eliot, dopo aver studiato ad Harvard, doveva fissarsi a Londra per sempre, prendendo la cittadinanza britannica. Si spense nel 1965. Durante questo lungo arco di vita, Eliot ha impresso uno stile e una cadenza alla poesia occidentale che rimarrà nella storia della letteratura. Vinse il Nobel nel 1948 e fu glorificato, già vivente (caso rarissimo per uno scrittore e più ancora per un poeta), tanto che perfino la sua attività di editore fu considerata un gioiello prestigioso semplicemente per il fatto che il grande Eliot l’avesse organizzata (la realtà oggettiva si rivelò, di fatto, ben diversa). Eliot inizia il suo percorso esistenziale e letterario con un’opera drammatica e potente, ancora tutta intrisa di assonanze dantesche e vicina a Pope, grande poeta inglese, “La terra desolata” (The waste Land). Siamo nel 1921 ed Eliot riversa sulla pagina bianca lo strazio della modernità che, a suo dire, aveva corrotto il mondo mitico e leggendario dell’uomo, la sua simbolica esistenziale, il suo essere Eroe e padrone del suo destino. Apriamo questa meravigliosa raccolta di versi e lasciamoci sedurre dal grido poetante, arcaicamente depositato nel cuore di Eliot:

Che sono le radici che s’avvinghiano, che rami crescono
Da queste pietrose rovine? Figlio dell’uomo,
Tu non puoi dirlo, né indovinarlo, perché conosci soltanto
Un mucchio di immagini frante, dove il sole batte,
E l’albero morto non dà riparo, né il grillo sollievo…

La trama dei versi si staglia su uno sfondo biblico, duramente ebraizzante, con tutto quel richiamarsi alla terrosità della vita, dei sensi e dell’anima spaesata a fronte del terremoto moderno; solo il Sacro insito nel cuore dell’uomo può salvare qualcosa che possa dirsi reale. Il reale non può giacere nei corpi duri e astratti delle macchine, la vita deve poter respirare con i tempi di Dio. Qui potrei suggerire al lettore un’analisi comparativa di due testi, da un lato
Bernanos, “Le conferenze dedicate alla libertà umana nel tempo del macchinismo” (Biblioteca di Libero, Rivoluzione e libertà), dall’altro lo splendido testo di Thomas Carlyle “Gli eroi e il culto degli eroi” (TEA, Torino, 1990). Eliot aveva bisogno di sradicare la temperie modernista dalla sua biografia fino al punto di ritrovare dentro l’esperienza cristiana anglicana la Casa Madre capace di contenere il suo pensiero e la sua sensibilità. A questo punto ci giunge un poeta straripante di suoni e colori, un uomo maturo e solidamente ancorato alla fede che nutre costantemente la sua anima. Quattro sono le opere centrali di questo periodo che, dopo gli anni Trenta, vedrà un Eliot cristiano: “I Cori dalla Rocca”; “L’idea di una società cristiana”; “L’assassinio nella cattedrale”; “Quattro Quartetti”. Una filigrana aurea di inestimabile valore, una cattedrale di poesia e di pensiero che non troverà più analoghi, almeno per me. Nei famosi “Cori”, Eliot, con una movenza critica riflessa e puntuale, toccherà il cuore della domanda sulla Chiesa: è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’ umanità? Questa domanda costituirà l’asse centrale e direi anche la preoccupazione centrale del saggio dedicato all’idea di una società cristiana, in cui il poeta afferma con rigore la necessità di edificare un consorzio civile non tanto su una fede imposta dall’alto, quanto su una fede con un rilievo pubblico decisivo e, quindi, capace di diventare mentalità e cultura. Temi che, allora, sembravano eccessivamente profetici in un’Europa in mano al nazismo, al comunismo e al fascismo. Oggi, questa prospettiva sembrerebbe pacifica, almeno formalmente, ma allora costituiva una strada radicalmente profetica e nuova. Ora il filosofo tedesco Spaemann, sulla strada maestra tracciata da Guardini, sta ricomponendo un discorso in questa direzione. Con i “Quartetti” entriamo nella dimensione mitico-sacrale della vita e ritroviamo un Eliot sognante e intriso di nostalgia. Si tratta di un’opera alquanto complessa sotto il profilo filologico e decisamente filosofica. Il tema centrale è il tempo nel suo rapporto con l’Eterno. Agostino rivive in questi temi espressi magistralmente da Eliot. Leggiamo alcuni straordinari versi del poeta:

Posso soltanto dire: là siamo stati, ma non so dire dove.
E non so dire per quanto tempo, perché questo è collocarlo nel tempo.
L’intima libertà dal desiderio pratico,
La liberazione dall’azione e dalla sofferenza, dalla spinta
Interna ed esterna, anche se circondate
Da una grazia del senso, una luce bianca che sta ferma e si muove…

Il senso ha una grazia che riposa nel tempo, ma non è solo tempo, perché esplode verso l’Eterno, candido e inafferrabile; del tempo nulla si può veramente dire, come sapeva Agostino (“Confessioni”, Libro undicesimo), il tempo può solo essere vissuto, può solo essere penetrato con l’anima espansa verso il mondo, in attesa della Redenzione ultima. Questa è una “metafisica in prima persona”, la mia metafisica e forse anche la vostra, la nostra apertura attiva verso la vita, che mai troverà termine estremo che la conduca a materiale esaurimento.

    3 pensieri su “Omaggio a un grande conservatore

    1. Luca Ariano

      Eliot è un grandissimo, sebbene conservatore, come giustamente fa notare Gian Ruggero. Penso che dopo di lui, la poesia, inevitabilmente non sia stata più la stessa, così come succede quando si manifesta un vero grande: Dante, Petrarca, Belli, Montale (tanto per rimanere solo in Italia), ecc…
      Un caro saluto a tutti

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    2. Luca Ariano

      Leopardi volevo scrivere ed ho scritto Belli. Lapsus. Sto rileggendo il Belli e m’è venuto naturale…Scusate!

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