Filologia di una morte. Su “Philologia Pauli” di Massimo Sannelli

La morte di Pasolini è un lascito fragoroso, ancora a distanza di decenni, un’eredità pesante e gravida, un avvenimento che tuttora scuote intellettuali, storici, giornalisti, e divide quell’informe invenzione mediatica che s’usa definire opinione pubblica. Un Pasticciaccio brutto, un crimine maturato nei bassi fondi di borgata e nella depravazione – secondo la versione ufficiale tramandataci dai tg in bianco e nero e dalle colonne ormai ingiallite dei giornali dell’epoca.

Oppure un nefasto complotto politico, una spietata congiura messa in atto per eliminare un testimone scomodo dei tempi, un poeta che non si accontenta di scrivere versi ma che, come il San Tommaso nell’olio del Caravaggio, insinua l’indice scrutatore nelle piaghe di un Paese di cui intravede già il declino, di cui subodora il falso benessere, le secolari tare, le moderne vergogne. Ma i morti, a volte, parlano, soprattutto se non hanno taciuto in vita. E a volte parlano attraverso la loro stessa morte.
Pasolini parla ancora, e a voce se possibile più alta, nella negazione del suo essere, nel mistero – e nel mito – di un assassinio feroce mai del tutto spiegato. Un enigma che l’approssimazione colpevole di indagini mal condotte, mal pensate, probabilmente mal dirette fin nell’intenzione, non ha aiutato a risolvere. Oppure. Che Pasolini la sua morte se la sia scelta, voluta, in qualche modo preparata. Un’esistenza eccessiva e straordinaria, una vita vissuta, forse, come un “esercizio di morte”.
La fine terrena di Pasolini come un’ultima, estrema, predica agli uccelli – Uccellacci e uccellini – il tentativo finale di chiamarli a raccolta, sopra il cofano di una vecchia Alfa Romeo arenata sul lido sudicio di Ostia.
Un poeta è un profeta. Se non nel senso etimologico (colui che annuncia avvenimenti futuri – e Pasolini fu anche quello, benché sia forse più giusto dire, con Mario Luzi, che più spesso seppe unire i pezzi del presente in una visione futura, come in Petrolio) – lo è sempre nel senso letterale (colui che dice, proferisce – e chi più del Pasolini corsaro o regista).
La poesia, allora, come necessità, urgenza, bisogno impellente e fatale. E la morte, quindi, come estremo canto, racconto finale. La morte di Pasolini, infine, come ultimo capitolo, epilogo di una vicenda poetica, ancor prima che umana.
Abbracciando la tesi di Sannelli – la morte di Pasolini come estremo testo, e gesto, poetico – si legittima anche l’ipotesi di una possibile esegesi della sua fine come filologia di un ultimo documento letterario. Un testo poetico da leggere come atto performativo, come “la consegna di sé ad un progetto stilistico e rituale”, come una drammatica postilla scritta a lettere di fuoco in calce a un’opera aperta lasciata volutamente tale.
Non si tratta qui solo della “confusione tra arte e vita, tra letteratura ed esistenza”, bensì della morte come sigillo a un’esperienza biografica che nella poesia dei versi e delle immagini cinematografiche, così come nei romanzi e sui giornali, ha iscritto il lacerante testamento di un uomo, di un letterato, di un artista, di un intellettuale engagé. Di una “bestia da stile”.
La Philologia Pauli di Massimo Sannelli è poesia essa stessa; è uno struggente, nobilissimo tentativo di restituire senso e dignità al massacro di un poeta, ma è anche un tributo eminente alla sua opera e alla sua eredità, a un’esistenza che si fa monumento di se stessa proprio nell’istante in cui tragicamente si spegne. Qualcosa in meno del suicidio, qualcosa in più dell’assassinio.
Allo sviluppo della tesi principale, Massimo Sannelli aggiunge un corredo di scritti (di cui fa idealmente parte anche l’affascinante, sentita introduzione di Gian Ruggero Manzoni) che moltiplicano, come sassi gettati in uno stagno, prospettive e riflessioni, dalla forza a un tempo centrifuga e centripeta, incatenati in una serie infinita di rimandi che, paralleli e meridiani, dall’esperienza poetica di Amelia Rosselli passano, tra l’altro, per Antonio Porta, attraverso Edoardo Sanguineti e Pier Vittorio Tondelli, fino a toccare gli esiti più recenti della critica e della poesia contemporanea. Un cerchio che si chiude con la silloge Il mese di giugno dello stesso Sannelli: venti poesie che hanno il respiro sacro e commosso dell’ex-voto, l’umiltà altissima del dono.

Cristina Babino

Mi permetto di riproporre questa nota che scrissi qualche tempo fa sul saggio di Massimo. Lo riapro spesso, tuttora. E ogni volta riesce a dirmi qualcosa di profondamente nuovo. CB

43 pensieri su “Filologia di una morte. Su “Philologia Pauli” di Massimo Sannelli

  1. davide racca

    vorrei chiedere a Massimo Sannelli, che stimo molto ma di cui non ho letto il libro in questione, che tipo di rapporto abbia con la poesia di Pasolini.

    io sono contrario alle mitizzazioni. odio che quando si parli della sua morte si debba fare sempre una dietrologia meschina da aneddoti borgatari, ma al contempo me ne infischio dell’assurdo gioco di chi punta in alto nella sua vicenda parlando di un personaggio scomodo a chissà quali poteri da guerre fredde.

    diciamo che in assoluto mi infastidisce il declamatorio dannunzianesimo da vate. oggi, viviamo tempi ambigui: la fascinazione sottotraccia di un “vate” che viene dal passato mi puzza ancora di “fascismo” e lo trovo in piena sintonia con l’attuale divismo da star-system.

    secondo me bisogna eliminare la persona e guardare all’opera. è necessario. se non facciamo questa operazione restiamo sempre vittime dell’ambiguità carismatica che si esercita nelle dittature: un volto, un leader, e una massa di schiavi che pendono dal suo labbro.

    se la cosa ci riesce facile per la Fallaci, dovrebbe riuscirci anche per Pasolini.

    tutto sommato Pasolini ha detto e scritto cose anche molto scontate e con grandi pose moralistiche (con questo non giudico un’intera opera, variegata e complessa, ovviamente)… ma la sua poesia -in blocco, eccetto alcuni punti altissimi e vertiginosi- oggi non mi convince più di tanto.

    giudico negativo mitizzante un uomo che, si dice, ha scosso coscienze nella misura in cui la coscienza era comunque targata “corsera”…

    grazie

    davide racca

    PS spero che questo mio intervento non sia preso come una provocazione, ma come una mia richiesta di chiarimenti a Sannelli e una mia visione delle cose. e soprattutto non voglio mettermi nella schiera dei detrattori di Pasolini, visto che nei suoi testi e nei suoi film mi sono spesso ritrovato, e riconosciuto.

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  2. Davide Nota

    Io credo che quel che scrive Massimo sulla morte di Pier Paolo Pasolini non debba in alcun modo entrare in contraddizione con la ricerca di una verità politica, perchè come sappiamo la dimensione del tragico individuale e la dimensione storica sanno sempre ben intrecciarsi e confondersi e la coscienza “poetica” della prima non può esser scusa per l’insabbiamento “politico” della seconda.
    Pier Paolo Pasolini è stato assassinato perchè entrato in possesso di materiale riservato sulla morte di Enrico Mattei.
    Il fatto che questa “storia oggettiva” si intrecci con una “storia interiore” del poeta Pier Paolo che quella morte pregò ed invocò non può offrire il destro a chi volgarmente e miseramente vuol sostenere che siccome Pasolini la morte “se l’è cercata”, il caso non c’è.
    Pasolini pregò costantemente per la propria morte, è vero, ed è stato esaudito per mano di sicari siciliani pagati dalla Mafia o direttamente dall’Eni di Cefis.
    Le due vicende (la religiosa e la politica) sono parallele.
    Dico questo con la massima stima per Massimo Sannelli e per Cristina Babino che ha scritto la recensione.

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  3. lorenzo

    leggendo il commento di Davide Racca mi è venuto in mente questo: quando mi capita di parlare di Pasolini con gente che di politica “ne capisce” (io non ne capisco niente, mai l’ho capita e mai la capirò), quasi invariabilmente sento la stessa opinione di Racca: “tutto sommato Pasolini ha detto e scritto cose anche molto scontate”, o varianti: il pensiero politico di P. era assolutamente ingenuo, banale, etc. non ho difficoltà a credere che sia vero. Pasolini non era un politico, non era un economista, non era uno studioso di politica etc. ma forse non è questa una osservazione sufficiente a “liquidare” la valutazione del possibile “impatto politico” o della possibile “rilevanza politica” di Pasolini. da una parte la “politica” è certo qualcosa di cui tutti si sentono autorizzati a parlare al bar (come del calcio) pur – io credo – non capendone un’acca, e d’altra parte la politica è un’arte – per i politici di professione – e un oggetto di teoria – per gli studiosi, per gli specialisti. Non riconoscere profondità di pensiero politico agli interventi di Pasolini significa non distinguere tra i due livelli (e tra gli infiniti “gradi” che li separano) ed anche escludere che qualcosa di politicamente ingenuo o banale (dal punto di vista dello studioso o dell’esperto) possa avere un impatto politico (in senso lato). E’certo possibile (e forse questa è la posizione di Racca, che d’altra parte sembra augurarsi una società puramente razionale), dare una definizione stretta di “politica”, che ne faccia un campo d’azione e di pensiero a sé, impermeabile ad influssi esteriori. Se non si sceglie questa possibilità, credo sia impossibile negare l’impatto politico di alcuni personaggi storici che mancavano del tutto di una visione politicamente sottile, profonda, fondata e non banale.
    In quest’ottica, liquidare gli interventi “politici” di P. perché politicamente scontato, ingenuo o scorretto è simile, per es., alla posizione – piuttosto miope – dei logici e dei matematici riguardo alle “Osservazioni sui Fondamenti della Matematica” di L. Wittgenstein.

    Saluti,
    Lorenzo

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  4. davide racca

    spero che il mio intervento non venga travisato… non punto il dito sulle questioni politiche. ma sulla mitizzazione del personaggio Pasolini che si tende a leggere come “vate” piuttosto che come “artista” (prendete questo termine nella sua accezione più ampia, quindi anche politica se del caso, perchè l’artista non è esente dal politico, anche il più sprovveduto!).

    “mitizzare” la persona (vedi il culto della persona, che a qualsiasi livello e grado ha sempre un connotato gerarchico) significa mancare di occhio critico. l’opera poetica di Pasolini, all’oggi, non mi interessa tanto. ha un carattere retorico che non mi convince. ma qui non faccio analisi culturalista. qui dico semplicemente la mia.

    però mi limito a osservare che c’è un rischio nel non dividere l'”artista” dal personaggio mitizzato (che come ogni mitizzazione si è costruita non da sola ma da chi aveva un certo interesse a farne icona!): il rischio è quello di farne un “Vate” nè più nè meno che dannunziano.

    per questo chiedo che tipo di lettura Sannelli faccia di Pasolini. la poesia di Sannelli non ha niente (a quanto io abbia potuto leggere!) del Pasolini poeta.

    mi interessa Pasolini per quel che ha scritto, realizzato… non per il suo mito.

    credo poco, ad ogni modo, al fatto che lui avesse delle informazioni segrete su enrico mattei (come dice Davide Nota). ma ciò nonostante, questa è altra storia. le dietrologie, ripeto, sono chiacchiere da salotto. sia in un senso che in un altro.

    saluti

    davide

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  5. lorenzo

    sulla “mitizzazione”, nell’accezione moderna (di “culto della personalità”, di “Vate dannunziano”) che credo Racca stia usando, sono d’accordo. ma (lo dico cercando di soffocare l’eco) la categoria del mito (in senso proprio, nella sua accezione arcaica) agisce ancora profondamente sulla sensibilità dell’uomo contemporaneo (ancora, non siamo in una società puramente razionale). e in questo senso – arcaico – il mito non necessariamente deraglia verso il “culto della personalità” (il prototipo del dittarore) perché il carattere archetipico (e dunque impersonale) – che è essenziale al mito – lo impedisce. in questo senso, Pasolini può benissimo diventare “un mito” (e non per costruzione di oscuri sacerdoti come tu suggerisci) senza che ciò implichi un culto della personalità: diventare un mito significherebbe qui – al contrario – spogliarsi dei caratteri della personalità individuale e scolorare in un archetipo. è solo una possibilità che suggerisco, non dico che questo sia il caso. credo che sia questo il significato di “mito” a cui Sannelli si riferisce nel suo libro.

    saluti,
    lorenzo

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  6. davide racca

    sono d’accordo con questa definizione di mito, e ti ringrazio, Lorenzo, per la chiarezza della tua impostazione. e sono sicuro che Sannelli abbia usato questa tua modalità di lettura.

    saluti

    davide

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  7. Davide Nota

    Mi scuso con i gestori del blog ma vorrei essere chiaro una volta per tutte.
    La mia non è un’opinione personale. Non servono a molto le opinioni personali in questi casi. C’è un’indagine in corso del giudice Vincenzo Calia. Pasolini era inequivocabilmente in possesso di una documentazione segreta sull’omicidio Mattei. Questa documentazione fu fornita dalla minoranza Eni anti-Cefis, sotto il falso nome di Giorgio Steimetz. Il libro stampato sotto il falso nome di Giorgio Steimetz aveva il titolo di “L’altra faccia del presidente”. Pasolini stava rielaborando queste informazioni per Petrolio, unite ad informazioni passate da Verzotto.
    Come dicevo bisogna stare molto attenti a non fare ingenuamente il gioco degli scribi e dei farisei che continuano a crocefiggere innocenti per poi far dire che “se la sono cercata” e che “tanto prima o poi sarebbe successo”.

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  8. davide racca

    a Davide Nota,

    non mi sono mai permesso di dire che Pasolini la morte se l’è cercata, nè tantomeno sono entrato nel merito della sua vita privata. anzi!

    questo solo per essere chiari. il resto, come dici tu, sono “indagini”. ma non è il discorso che si sta affrontando.

    mi spiace di non essere stato chiaro.

    saluti

    davide

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  9. Davide Nota

    Sì Davide, scusami, è che occupandomi dell’indagine sull’omicidio di Pasolini come piccolo ma importante tassello di un mosaico più complesso (quello che Giovanni Pellegrino chiama la guerra civile della repubblica italiana) sono abbastanza sensibile alle seppur involontarie sottovalutazioni che sommandosi vanno a formare quel disinteresse pubblico che consente poi oltraggiose archiviazioni e sfacciati insabbiamenti.
    Mi scuso ancora per l’intrusione fuori tema con Davide, con Massimo e con Cristina.

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  10. massimo sannelli

    (non entro nel merito della politica, ecc. rispondo alla domanda sul mio rapporto con Pasolini. e vi abbraccio, m.)

    In una sola sera scopro che un maschio è il portatore di due testes, tra le gambe, che devono essere sfogati: se non li sfoga, se non si sfoga, soffre, e si piega molto, come malato. Soffrirà fisicamente la mancanza dell’amore fisico. Ma io non, ho detto – e tu certo, dice chi ha parlato; perché sei un uomo; perché hai una mente; perché puoi controllarti. [e la mia reazione mentale non è: IO SONO MIGLIORE DI LORO; ma IO SONO SOLO] E scopro che l’amica deve pagare la camera in cui l’amico la ospita, e l’amica parte sapendolo: l’amica sarà camera dell’amico, sesso su sesso; e l’amico dice già di amare l’amica; quello che prima è stato piegato in due, per la sola forza dei suoi testicoli; e il giorno dopo l’ingenuità di giovane poeta (non si rinuncia mai ad essere poeti, nonostante lo spettacolo dei testes gonfi) si appagherà di nuovo: scrivo per te, scrivo solo di te. L’amica ride di lui e non può amarlo. A chi piace l’ambiguità? (a me piaceva, un tempo; ma quel tempo è FINITO). E il giovane, dopo lo sfogo, non vede che tra lo scrittore di poesie – che piange e ride e sospira – e il se stesso di ieri, che doveva svuotare il centro del suo corpo, non c’è nessun rapporto. In una sola sera mi viene detto che «è stato detto» che una lettera di stima di un poeta di vent’anni nasconde un posizionamento untuoso, a cui io darei man forte. Ma io vedo solo: una lettera – sola – con parole di stima per me; anzi: per la poesia che ho scritto. E ora provo il dolore di chi sa che non c’è dialogo, né possibilità di dialogo, tra chi invoca una “dolce consolazione” e chi deve svuotare il seme che gli occupa il centro del corpo, qui est le phallus, come scrisse il mio ex maestro, quando Berio dedit sonum. Se amo Pasolini – così imperfetto, volutamente, e spesso enfatico ed elegiaco fuori tempo – è per la fine e non per l’inizio. La sua fine è la fine di un discorso che parla per non piangere e non trova compagni. Perché, semplicemente, non trova più il suo compagno, capelli ricci e occhi scuri (e già diceva: voglio essere seppellito, lì, a Chia: con lui; e sarà seppellito in Friuli, sotto i temporali: accanto alla madre; come dire: la sposa dell’invertito è l’inverso della destinazione naturale: e saranno insieme, dove non dovrebbero essere vicini). Senza compagno, perché si deve vivere? Ora, in Pasolini, una morte scritta con deliberati effetti retorici ed elegiaci corrisponde ad una morte realizzata: perciò è un problema di SENTIMENTO che si esprime in modi INTELLETTUALI, da poeta e – soprattutto – da regista. Così amo l’uscita di scena di chi sa, precisamente, che non potrà avere, fuori, un suo simile che sia veramente un suo simile: non avrà, cioè, né sposo né sposa. E amo l’uscita di scena di chi ha un pubblico enorme e tutto da perdere. E i poeti di ora – tranne chi ha veramente un marchio dolorosissimo nel corpo – credono di poter vivere: continuando a scrivere, oltretutto, in una lingua che ha già dato tutto o quasi, e che muore ogni giorno. Amo Pasolini per il richiamo che la sua morte esercita sulla mia voglia, reale, di scomparire. E di scomparire nello stesso modo, che è – nel mio (e forse suo) delirio – l’unica espiazione possibile rispetto ad un passato e ad un presente in cui manca la “dolce consolazione”; che è ridicola e puerile: la mano nella mano, o poco più. Non c’è amore umano che tenga, se la realtà dell’amore umano è la necessità fisiologica di emettere sperma. Così ho attraversato il mondo dei miei coetanei – molti dei quali scrivono poesia e chiedono, giustamente, un riconoscimento – chiedendo solo una stretta di mano e un abbraccio. Per molti, conservare sperma fa male; e dunque vogliono TUTTO: emetterlo, e poi posizionarsi tra i poeti. Natura e cultura, cioè: ed un doppio, vero, vantaggio, a costo di sembrare ridicoli a chi li ha visti PRIMA e DOPO. Per altri, che non sono migliori dei primi, trattenere vita senza essere vivi è altrettanto brutto. Io sono di questa seconda schiera. Vi chiedo scusa di questa confessione schifosa – l’umore e gli umori vi si contraddicono a vicenda – detta da amico ad amici.

    20 gennaio 2007 (11.15-11.45)

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  11. marcos

    L’eiaculazione non è la stessa cosa di emettere vita, una necessità, non per tutti, piuttosto un desiderio, irrefrenabile, una volta innescato, anzi detto più volgarmente, un piacere. Che poi non serve a niente macchiare riviste colorate e posizinarsi tra i poeti. Ma è l’unico modo per scomparire, cioè non ingravidare nessun utero e nessuna mente.

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  12. elena f.

    @ massimo

    una volta lessi un libro in cui un padre spirituale diceva che trattenere la vita equivale ad ammalarsi non a morire, e noi tratteniamo la vita tutte le volte che non stringiamo quella mano e neghiamo quell’abbraccio che ci viene richiesto.
    il desiderio di scomparire mi accompagna in questi giorni come un pugnale puntato alla gola, nonostante chi con amore e presenza costante sopporta questo mio desiderio di fuga.

    forse cerchiamo abbracci dove per noi non ce ne sono mentre non ci accorgiamo di coloro che sono pronti ad offrircene, con amore.

    un abbraccio, (povero lo so, molto povero, ma sincero)
    elena f.

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  13. davide racca

    filamento latteo a tutto
    spreco e onan al fianco che
    trattiene… e lì, sapersi
    in orgia al punto da sentirsi
    soli… moltitudine a nerbo
    duro – è giovane, si sa, ma
    non consola…

    tanti morti da contarsi in
    uno… tanta foga… e sembra
    nulla.

    Rispondi
  14. massimosannelli

    Sono d’accordo con Davide Nota, quando dice che la vicenda politica e la vicenda privata sono parallele. ed è proprio questo ad affascinarmi (e ad angosciarmi). in primo luogo perché muore un poeta: non un poeta qualunque ma un poeta che in Empirismo eretico teorizza la libertà come “libertà di scegliere la propria morte”; quando quel poeta muore, ha – in qualche modo – tenuto fede alla libertà? Non lo so, è una domanda che mi faccio e che ripeto a chi può rispondere. In secondo luogo perché non c’è niente, NIENTE, in comune tra Cefis e la poesia: sono binari paralleli, appunto. ma in quale modo RAZIONALE i due binari cooperano? O non cooperano? Non lo so. E qual’è l’infernale filiera che unisce l’ENI a Pino Pelosi, che non fece nulla o quasi, ma era lì? In quale lingua – altra infernale filiera – comunicano delinquenze diverse come la mafia dei colletti bianchi, la mafia con la spranga, la prostituzione romana, ecc.? Sì: in quale lingua? Un amico romano, non contemporaneo di PPP, mi dice: credo che sia stato ucciso dai servizi segreti, in un modo particolarmente duro. Perché, oltre che nemico, era omosessuale, e più intelligente: la furia sul suo corpo era grande quanto l’odio per un nemico troppo intelligente. Veniamo da anni infernali e bui, in realtà. Dei quali non si riesce a rifare la storia. Chi è nato nel 1973 ricorda vagamente, come un ritornello, la frase dei giornalisti RAI: “è stato barbaramente ucciso a Roma…” (seguiva il nome). Non si riesce a fare luce. E io continuo a scrivere su un morto che non muore. E a mescolare a quel dolore altro caos, quello molto fisico e molto sessuale del lungo commento che ho scritto sabato.

    Rispondi
  15. davide racca

    Massimo,

    capisco il punto di approccio con cui introietti e deitti una figura come Pasolini, così forte e anche terribilmente ambigua (tanto più puro quanto più bestiale il suo rapporto con l’amore, totalmente esibito) – benchè mi riservo ancora di leggere il tuo testo.

    la tua, della volta precedente, è stata una risposta spiazzante. degna di un poeta. ne sono contento, molto!

    le domande sono aperte, e resteranno sempre aperte, per fortuna (e non accontentarsi delle verità istruttorie credo che sarà ancora più importante, per i tempi futuri!).

    ma circa la libertà di scegliere la propria morte, sono persuaso che si possa fare a meno di ogni teorizzazione.

    purtroppo esiste il suicidio. questo è il nodo di gordio.

    ti saluto

    davide

    Rispondi
  16. Angela Molteni

    … Mi hanno arrestato, processato, perseguitato, linciato per quasi due decenni. Questo un giovane
    non può saperlo… Può darsi che io abbia avuto quel minimo di dignità che mi ha permesso di nascondere
    l’angoscia di chi per anni e anni si attendeva ogni giorno l’arrivo di una citazione del tribunale e aveva terrore di guardare nelle edicole per non leggere nei giornali atroci notizie scandalose relative alla sua persona…
    (P.P.P.)

    Su Pasolini e il suo orrendo assassinio, quando avvenne, lessi di tutto: c’era, in una grande maggioranza di casi, soprattutto la volontà precisa di colpirlo con il discredito, riservatogli del resto abbondantemente anche in precedenza: in alcuni casi in modo più mascherato, in altri più violento, rozzo e volgare. In altri casi si verificò qualcosa di (perfino) peggiore: da tutte le parti si iniziò una vera e propria gara ad “assumerlo” nei propri ranghi, ad iscriverlo d’ufficio alla propria conventicola. Iniziai a leggere per davvero Pasolini. Fino allora avevo tre punti fermi riguardanti la sua figura e la sua opera: la “famosa” poesia su studenti e poliziotti (da qualche anno ero impegnata politicamente e sindacalmente e quello fu un vero e proprio pugno nello stomaco, un tradimento, lo chiamavamo, non tanto per l’analisi che conteneva, ma per la strumentalizzazione che avrebbe generato); il suo libro “Teorema”, una metafora sconvolgente sulla decomposizione della società in cui anch’io vivevo; il suo film “Decameron”, in buona parte una rappresentazione della gioia di vivere, una sorta di pessimismo gioioso.
    Seguii il processo per il suo omicidio, lessi conclusioni e arringhe degli avvocati, sentenze del tribunale. E, anche in questo caso, commenti più o meno malevoli, rozzi e infami sul fatto che, in definitiva, la sua era una fine annunciata, anzi “cercata”: perfino il suo ottimo cugino ne diede una definizione di questo tipo…
    Sulla sentenza di primo grado al processo per l’assassinio di Pasolini si deve ricordare anzitutto che Pelosi fu ritenuto colpevole del delitto di omicidio volontario in concorso con ignoti e che sul concorso di altre persone innumerevoli riferimenti argomentati sono contenuti nella sentenza stessa:
    … Le lesioni riportate dal Pasolini e il luogo in cui vennero ritrovati i vari reperti escludono nel modo più sicuro che i fatti si siano svolti così come li ha rappresentati il Pelosi e danno nello stesso tempo una significativa prova della necessaria presenza sul posto di più persone.
    Dopo tale sentenza e dopo quella di secondo grado (che intervenne rapidamente – sette mesi dopo – ed escluse il concorso di altre persone all’omicidio, quasi vi fosse una “urgente necessità” di escludere ipotesi di quel tipo, il che dà perlomeno l’impressione che vi fosse qualcuno direttamente interessato a non far prevalere quella che era molto più che una tesi fantasiosa) si formularono da parte di altre persone ulteriori ipotesi che tendevano soprattutto a provare la presenza di terzi su quel maledetto pratone di Ostia. Vennero ricordate altre aggressioni subite da Pasolini ad opera di fascisti; si parlò del ricatto cui Pasolini era sottoposto dopo il furto di alcune pellicole; si misero in rilievo i suoi scritti apparsi sul “Corriere”; si immaginò che Pasolini stesso avesse progettato e poi “lavorato” per realizzare la propria morte, come in un film; si è arrivati recentemente alle indagini del giudice Calia cui fa riferimento anche Davide Nota nei commenti alla recensione di Cristina Babino, indagini che sono anche all’origine di due libri che ho letto, scritti ultimamente da Gianni D’Elia. Pelosi, tra l’altro, fece sapere pubblicamente che in effetti su quel pratone furono altre tre persone ad agire, tre persone che, pestandolo a morte, diedero tra l’altro a Pasolini dello “sporco comunista”.

    Mi soffermo in particolare su tre aspetti:

    1) gli articoli pubblicati dal Corriere della Sera: all’epoca il Corrierone era considerato poco meno che un giornale reazionario. Il fatto che Pasolini scrivesse proprio per quel quotidiano ha a mio parere un significato politico preciso: indirizzarsi in prima battuta, lui dichiaratamente marxista ed elettore del Pci, a lettori che fossero ben distanti dal suo sentire politico – rispettosi dell’immarcescibile potere democristiano, probabilmente elettori della Dc -, e tentare di scuoterli, di “farli pensare” (basterebbe riferirsi agli articoli sul “processo ai gerarchi Dc”, o a quelli sul ruolo della Chiesa). Pasolini che pubblica i suoi articoli sul Corriere mi è venuto in mente, tra l’altro, quando ho ritrovato Berardinelli a scrivere sul “Foglio” di Ferrara… sostanzialmente niente affatto in linea con quel quotidiano. Mi sono chiesta se in effetti Ferrara gli pubblichi articoli senza leggerli. Fatte le debite proporzioni fra direttori di giornali, forse lo faceva anche Piero Ottone… Mio padre era un bel conservatore, votava liberale, leggeva il Corriere: ogni articolo di Pasolini un po’ lo scandalizzava, ma riusciva anche ad apprezzarlo, diceva lui, per il coraggio che dimostrava quell’uomo esponendo certe tesi, e poi ci imbastiva interminabili discussioni con gli amici e soprattutto con me, considerata la “sovversiva” di famiglia.
    Pasolini stesso rispondeva, a chi gli chiedeva se non si sentisse strumentalizzato (cito a memoria): loro strumentalizzano me, io strumentalizzo loro per diffondere le mie idee; è un braccio di ferro, vedremo come andrà a finire… Tutto si può accettare, anche i commenti superficiali e offensivi di Davide Racca, ma si fa assolutamente un torto incancellabile a Pasolini se non si comprendono i motivi per cui si fosse imbarcato nell’impresa di pubblicare i suoi scritti sul Corriere…

    2) la tesi politica: non si riesce ad acquisire neppure un barlume di comprensione sulle circostanze dell’assassinio di Pasolini se non ci si documenta ampiamente sul clima politico di quegli anni. E se non ci si mette di fronte alla figura politica di Pasolini. Magari smettendola una buona volta di dire cialtronate livorose del tipo “era una personaggio scomodo a chissà quali poteri da guerra fredda” oppure “ha scritto cose anche molto scontate e con grandi pose moralistiche”. Chi l’ha scritto, almeno quel pose moralistiche poteva evitarlo. Se c’è stato qualcuno che te le cantava in faccia senza troppi riguardi, questo era proprio Pasolini…

    Dico per inciso che faccio sempre molta fatica a comprendere (o forse non ho mai compreso) che cosa le persone intendano per “politica”, “fare politica”… L’affermazione “Non m’intendo/non mi interesso di politica” mi ha sempre fatto un po’ ridere, sia pure amaramente. Si tratterebbe, in effetti, proprio di un’affermazione politica se solo si avesse consapevolezza del fatto che la vita di tutti i giorni per coloro che vivono in una comunità, in una società di donne e uomini – e non sono attenti esclusivamente ai propri, meschini problemi egoistici ancor prima che personali – è, appunto, la politica. Facciamo politica se ci interessiamo fattivamente della scuola dei nostri figli, o del nostro treno pendolare che va a pezzi, della nonnetta che, rifiutata da un ospedale, muore in ambulanza, o critichiamo la rozzezza dei programmi televisivi.

    Pasolini, secondo me, ha fatto politica per tutta la sua vita, fin da quando se ne andava tra fiorellini candidi e azzurrini di primavera, quelli che nascono subito dopo le primule e vide dei braccianti che si opponevano allo strapotere del padrone: “fui dalla parte dei braccianti. E lessi Marx”.
    … La mia vita sociale in genere dipende totalmente da ciò che è la gente. Dico “gente” a ragion veduta, intendendo ciò che è la società, il popolo, la massa, nel momento in cui viene, esistenzialmente (e magari solo visivamente) a contatto con me. E’ da questa esperienza esistenziale, diretta, concreta, drammatica, corporea, che nascono in conclusione tutti i miei discorsi ideologici…
    Banale? Ingenuo? Ma tutti ‘sti commentatori leggono qualche volta, magari tra un drink e l’altro, qualche pagina di Pasolini?

    Politico è il Pasolini di Ragazzi di vita e delle giornate disperate di Accattone; politico è il Pasolini che racconta, sia pur poeticamente, la lotta di classe nell’eterno conflitto tra falchi e passeretti. O che difende quattro pietre sconnesse che compongono un sentiero medievale perché dietro quelle pietre c’è la vita di tutto un popolo; o che individua con trent’anni di anticipo – certo non da “profeta”, ma realisticamente, tenendo conto di ciò che accadeva e si diceva intorno a lui (che viveva immerso, corpo, anima e ingegno, in questo mondo) – gli esiti della globalizzazione e del consumo smodato di beni inutili al progresso e alla crescita culturale dell’essere umano. Chi lo taccia di banale o di ingenuo probabilmente ha capito ben poco di Pasolini, oppure ha letto su sacri testi tutto sul consumismo, l’omologazione e la mutazione antropologica degli italiani, salvo trascorrere il sabato pomeriggio a fare shopping in qualche centro commerciale. Giusto per coerenza.

    Ma ritorno a quell’autunno ’75: scrive nel 1992 Giorgio Galli, studioso e commentatore di fatti politici già a quell’epoca:
    … Delitto che non si spiega se non nel clima politico dell’autunno 1975. La Dc era stata sconfitta due volte, nel 1974 (referendum sul divorzio) e pochi mesi prima, nelle elezioni del 15 giugno. Si sentiva “assediata”, come ebbe a scrivere uno dei suoi leader, già segretario e poi presidente del partito, Flaminio Piccoli.
    Il primo maggio i vietnamiti di Ho Chi Minh conquistavano Saigon, gli americani sgomberavano il Vietnam, si sentivano dirigenti democristiani paragonare alle “macchie di leopardo” (la zona dove si era insediata la guerriglia in Vietnam) le nuove amministrazioni di sinistra che si insediavano un po’ ovunque in Italia, accerchiando il potere della Dc.
    In questo clima matura la decisione di dare un colpo d’avvertimento, di tacitare, con l’agguato e col discredito, la voce di chi chiedeva di processare la Dc dalle colonne del maggior quotidiano italiano. Oggi questo clima è remotissimo. […] Ma poiché la Dc appariva assediata si volle aprire una breccia nell’assedio facendo tacere una delle voci più forti dei supposti assedianti.
    Non è poi così peregrino ipotizzare un assassinio a sfondo politico… io stessa ricordo che leggendo – allora – gli articoli nei quali Pasolini sosteneva si dovessero processare i gerarchi Dc mi resi conto di quanto fisse rischioso esprimersi tanto esplicitamente in merito a pesantissimi capi d’accusa quali:
    … indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna, distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani, responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono “selvaggio” delle campagne, responsabilità dell‘esplosione “selvaggia” della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori.
    Un bel po’ di colpe da codice penale… Oltretutto, era risaputo quanto fosse scrupoloso Pasolini nel documentarsi, dovesse girare un film o rispondere a un lettore di “Vie Nuove”… Pecorelli è stato ammazzato per molto meno…
    Ricordo per esempio che, all’epoca, a parlare di “strage di Stato” per piazza Fontana erano soltanto gli anarchici e Lotta continua. Ovviamente, vituperati su tutta la carta stampata, segnati a dito e criminalizzati, tanto per gradire. E a qualche saputello, oggi, pare “banale” o “ingenuo” che Pasolini ne parlasse nientemeno che dalle colonne del Corriere?

    3) la tesi di Zigaina. Dico subito che non mi ha convinto la tesi di una sorta di suicidio assistito, anzi progettato, diretto e realizzato come in un film dalla vittima stessa (con sapiente regia, ci avverte Zigaina). Oppure della scelta della propria morte, ancorché Pasolini stesso ne abbia scritto e non solo in Ermpirismo eretico.

    Certo, chi conosce un po’ Pasolini ha individuato in lui, attraverso i suoi scritti, una pulsione di morte. Aveva la consapevolezza dei guasti provocati dal neocapitalismo, la coscienza di tutto ciò che avrebbe ancor più aggravato le cose; era omosessuale e non accettava questa sua condizione. Solo un mese prima di essere ucciso scriveva nella “lettera luterana” a Calvino:
    … E’ cambiato il “modo di produzione” (enorme quantità, beni superflui, funzione edonistica). Ma la produzione non produce solo merce, produce insieme rapporti sociali, umanità. Il “nuovo modo di produzione” ha prodotto quindi una nuova umanità, ossia una “nuova cultura” modificando antropologicamente l’uomo (nella fattispecie l’italiano). Tale “nuova cultura ha distrutto cinicamente (genocidio) le culture precedenti: da quella tradizionale borghese, alle varie culture particolaristiche e pluralistiche popolari. Ai modelli e ai valori distrutti essa sostituisce modelli e valori propri (non ancora definiti e nominati): che sono quelli di una nuova specie di borghesia. I figli della borghesia sono dunque privilegiati nel realizzarli, e, realizzandoli (con incertezza e quindi con aggressività), si pongono come esempi a coloro che economicamente sono impotenti a farlo, e vengono ridotti appunto a larvali e feroci imitatori. Di qui la loro natura sicaria, da SS. …
    A me capita spesso di leggere Pasolini e di angosciarmi, di passare intere giornate in totale depressione… Perché è grande la disperazione che si sente nelle sue parole e a volte insopportabile il dolore che trasmettono le sue riflessioni, le sue analisi rispetto a una situazione che gli si presentava ed era la realtà. Pasolini ha sempre inteso descrivere la realtà, quindi è possibile immedesimarsi nei sentimenti che lo scuotevano: basta guardarsi intorno, oggi forse più di allora. Ma da questo a costruire la speculazione sulla sua morte programmata c’è veramente un baratro…
    No, Zigaina non mi convince, anzi considero un vero e proprio arbitrio il suo metodo di indagine o di analisi anche perché mi è parso di individuare in ciò che ha scritto tentativi puntigliosi di riuscire a deformare, a piegare le parole di Pasolini alla proprie tesi. Peggio, quando non riesce a interpretarle direttamente, spesso si serve di interpretazioni altrui.
    Si sa, l’arte dell’interpretazione si pratica quasi sempre su terreni minati. In campo musicale ci si perde spesso in interminabili discussioni sul fatto che le interpretazioni più attendibili siano quelle nelle quali ci si sforzi di rendere chiara l’intenzione dell’autore. A mio parere, invece, le migliori interpretazioni sono quelle in cui il musicista-esecutore-interprete riesce a trasmettere emozioni. Per fare un solo esempio: Glenn Gould, anche volendo, con il suo pianoforte non avrebbe potuto chiarirmi alcuna delle intenzioni espressive di Bach. Questo per un semplicissimo ma fondamentale motivo: all’epoca di JSB non esisteva ancora uno strumento che assomigliasse neppur lontanamente a un pianoforte, dovevi accontentarti di un clavicembalo o di una spinetta, e l’espressività te la sognavi. Eppure, ascoltare Bach attraverso l’interpretazione di Gould su un gran coda (dalle risonanze, queste sì, magiche) non solo dà la misura della grandezza dell’autore, ma dà anche profonda gioia e intensa emozione. Ecco, diciamo che Zigaina proprio non mi emoziona. Anzi, riesce perfino a farmi un po’ incazzare, e poi dirò perché.

    Quella del pittore-amico di Pasolini è comunque una ipotesi che è del tutto legittimo esprimere e che ha perfino aspetti che possono essere considerati esotericamente affascinanti, se non fossero anche elementi che disturbano. O almeno disturbano me. Sono una persona che privilegia la concretezza, che vive con i piedi ben piantati su questa terra: non amo la magia, gli oroscopi, la cabala, le palle di vetro; non ho mai creduto di poter conoscere il destino facendomi leggere da chicchessia le carte o i segni incisi sul palmo di una mano. I misteri, il misticismo, l’occultismo non esercitano alcun fascino su di me. Probabilmente è un mio limite, ma chi non ne ha uno? So che esistono persone che credono fermamente in queste pratiche. E addirittura credono, oltre che a queste cose, perfino che esistano l’inferno e il paradiso…

    Ed ecco, infine, i motivi ai quali facevo riferimento poco più sopra:
    a) ha utilizzato, per dimostrare la validità delle sue ipotesi, versi di Pasolini – e a tal fine viene stravolto perfino il titolo di una raccolta del poeta, Trasumanar e organizzar: Con estrema disinvoltura filologica, Zigaina lo traduce in Organizzar il trasumanar ;
    b) non ha esitato a usare ripetutamente il Pasolini-pittore promuovendo mostre di dipinti del Nostro secondo percorsi dettati dalle proprie tesi personali, quindi non tanto rivolti a far conoscere l’arte di Pasolini, quanto meschinamente indirizzati a pubblicizzare se stesso;
    c) ha organizzato iniziative per lanciare i propri libri su Pasolini senza che a tali eventi fosse presente alcuna pluralità di punti di vista, in modo che fosse accuratamente evitato qualsiasi contraddittorio e magari qualche contestazione argomentata alle sue tesi;
    d) nei suoi interventi pubblici ha manifestato sempre una sorta di vittimismo nei confronti di quelli che lui definisce – dando prova di un buon livello di volgarità – “i tenutari” della memoria di Pasolini (la Chiarcossi, Walter Siti, nonché Enzo Siciliano e Laura Betti ora scomparsi);
    e) ciliegina sulla torta, Zigaina ha trovato piena udienza presso i radicali (Pannella, per intenderci) che l’hanno invitato a un loro congresso dove ha potuto farsi strumentalizzare a dovere strumentalizzando a sua volta Pasolini e la sua opera. Il tutto senza contraddittorio naturalmente. E’ lì che è nato anche l’odioso termine di “tenutari”.

    Rispondi
  17. davide racca

    Egregia Angela Molteni,

    mi spiace che le mie parola le siano giunte ingiuriose e offensive. faccio mea culpa senza problemi, perchè se le parole hanno assunto questo tono la colpa è di chi le ha scritte.

    il mio intervento è dettato dal fatto che la mia generazione (appartengo alla classe 1979 per intenderci) legge autori del passato, anche recentissimo, e studia la realtà del proprio tempo.

    dichiaro innazitutto il mio amore sconfinato verso il pasolini regista. poeta grandissimo e visionario. non amo il pasolini poeta. è un mio parere, limitato all’opera (evitando ovviamente di fare di lui una “bestia da stile”).

    mi limito all’opera perchè sul resto, sulla sua vita, io francamente so ben poco… nel senso che seppur conosca tutto ciò che lei ha detto (eccetto questa sua riflessione su Zigaina che non conosco minimamente) so che ogni cosa di non scritto direttamente da Pasolini mi risulta come un tiro della giacchetta… sia da una parte che dall’altra.

    purtroppo ci dobbiamo fidare degli altri, delle considerazioni indirette di chi lo ha conosciuto (e francamente le voci sono troppo discordanti per averne un’idea chiara).

    se posso allora, per non cadere in balia degli altri e del sentito dire, preferisco leggere Pasolini e vederlo, e sospendere, o mettere in dubbio il giudizio su di una vita (che credo neanche una verità istruttoria potrà ricomporre nella sua complessità).

    da questo momento in poi per me comincia la lettura dell’opera.

    la prego di accettare le mie scuse, ancora

    davide racca

    Rispondi
  18. Davide Nota

    Gentile Angela Molteni,
    d’accordo su tutto tranne che
    – sulla esclusività della ragione deduttiva: da poeta non posso tacere il mistero (che è sempre di tre tipi: intuito, percepito o donato). Resto fermo sulla linea della doppia verità. La storica da indagare. La religiosa da contemplare.
    – sulla svalutazione del contesto storico internezionale. Tutta la storia della prima repubblica italiana è storia della guerra fredda, tra fedeltà atlantiche e tentativi di indipendenza energetica, cioè politica, sedati spesso nel sangue. Non bisogna dimenticare che l’informatore principale di Pasolini, per quanto riguarda l’affaire Mattei in Petrolio, fu Verzotto (DC), che fu tra l’altro anche l’informatore segreto del giornalista De Mauro, che indagava anche lui su Mattei e che fu ucciso dalla Mafia. E non bisogna nemmeno dimenticare che Verzotto, esattamente dopo l’omicidio Pasolini, si è rifugiato in Libano, da cui ha rilasciato interviste in cui chiedeva al governo italiano protezione.

    Rispondi
  19. Davide Nota

    P.s.

    La dimensione storica e la dimensione religiosa sono “al di là della dialettica”, in “contraddizione alogica e non sintetica”.

    Rispondi
  20. Davide Nota

    P.p.s.
    Per quanto riguarda il mistero: intuito e non dedotto, nel senso che ne dà Edgar Allan Poe in Eureka. Percepito nel senso che ne dà Pasolini in Teorema. Donato, nel senso della “rivelazione”.
    Ma il mistero non nega la realtà ragionata nè offre scuse per chiunque voglia negarla.

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  21. massimosannelli

    cari tutti, vorrei ringraziare Angela Molteni (per la precisione e per il grandissimo lavoro come curatrice del sito http://www.pasolini.net), Davide Racca (per la dignità e il rispetto) e Davide Nota (per la competenza storica e politica). proprio stamattina ho scoperto in biblioteca un libro che non conoscevo: “The Italian Theatre Today: Twelve Intreviews”, a c. di Alba Amoia, The Whitston Publishing Company, Troy (N.Y.) 1977. Contiene anche un’intervista a Daniele Costantini (l’autore del lungometraggio sulla Banda della Magliana), allora molto giovane. Costantini dice: “there is the writer who dies peacefully in his bed after having taught for thirty years at the university. and the writer who dies the way Pasolini did. Pasolini, for all his defects, always lived within reality. It’s like the difference between Jean Genet and a member of the French Academy” (p. 108: ed è l’unica occorrenza del nome di Pasolini in tutto il libro). Non solo questa morte è enigmatica e ambigua (nel senso che ha più interpretazioni, tutte più o meno plausibili); ma è anche IDONEA A MARCHIARE – NEL BENE E NEL MALE – LA VITTIMA. Il rifiuto della comodità in vita si traduce in una morte lontana dal letto e dalla cattedra universitaria. Mi chiedo (e chiedo a tutti): il discorso di Costantini è valido? o è irrazionale? sarebbe possibile svolgere una funzione anche politica, come quella di Pasolini, dall’interno di una vita comoda e rassicurante? (per inciso, esiste un aforisma di Giuliano Mesa sullo “scrivere senza serenità”). Ha un senso collegare contenuti scomodi, vita scomoda e morte scomoda? (in questo senso, Pasolini apparterrebbe alla famiglia di Che Guevara e Camillo Torres, per restare tra i miti degli anni ’70). è una mitologia da scardinare? o c’è una verità o una necessità? grazie fin d’ora a chi vorrà aiutarmi a capire.
    massimo

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  22. Enrico Cerquiglini

    Chiudo scusa dell’intrusione nella discussione ai gestori del blog, ma l’argomento “Pasolini” nella sua complessità mi ha sempre particolarmente interessato. Purtroppo non ho avuto modo di leggere il libro di Sannelli (mi riprometto di farlo quanto prima). Ho letto con estrema attenzione quanto si è sviluppato nei commenti. Non posso negare di essere d’accordo con quanto detto da Angela Molteni e Davide Nota. Al contrario non sono riuscito a decodificare in modo chiaro quanto afferma Davide Racca. Il tono, afferma lo stesso Racca, non vorrebbe essere provocatorio. Quindi non mi resta che credere alla sua buonafede. Vorrei però dare un modesto contributo su due aspetti: la mitizzazione del personaggio e l’opera di Pasolini.
    Pasolini non è un mito: è diventato il simbolo di una nazione senza verità. La sua morte è la morte di centinaia di persone che sono state uccise per mano dei soliti “ignoti”. Nessun mito, solo l’indignazione e la necessità della verità tiene vivo il Pasolini-corpo in chi ha bisogno che la verità emerga, in chi non si rassegna a convivere riverentemente con coloro che hanno ancora le mani grondanti di sangue. La verità storica è un’esigenza, non un optional.
    Quando parlando dell’opera di Pasolini la si decontestualizza si cerca inevitabilmente di ridurla a frammento, magari altissimo, magari sublime, ma sempre frammento. Non vorrei che si ricadesse, come a volte mi sembra succeda in questi ultimi tempi, nella mania crociana di separare ciò che è poesia da ciò che non lo è, perché filosofia, politica, ecc. Sarebbe il classico regredire e chiamarlo progresso. Pasolini, che piaccia o meno, ha aperto una strada: ha saputo entrare nella vita, fin nei suoi gradi più infimi (non è un valore morale che si esprime!), e coglierne un sacro respiro. Che i suoi toni spazino dall’oratoria alla “profezia” all’idillio mi sembra assolutamente normale (se non sbaglio anche un tale Alighieri…), che abbia cercato di utilizzare la poesia per commentare il reale, o come strumento di indagine credo che sia quanto di meglio ci ha lasciato il Novecento. Meglio forse il ritiro formalismo di taluni ermetici? O il rifugio in un sogno-eros penniano o la speculazione delle avanguardie?
    Quello che Pasolini, come altri citati in questi commenti, ci ha involontariamente insegnato è che in questo paese dire la verità può costare caro. E questo credo che in troppi, non solo tra gli intellettuali,. l’abbiano imparato.
    Se davvero vogliamo “ri-ammazzare” Pasolini collochiamolo tra Che Guevara, Camillo Torres e magari Marilyn Monroe e James Dean.

    Enrico Cerquiglini

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  23. Angela Molteni

    Ringrazio coloro che sono intervenuti dopo di me su questa pagina: Massimo Sannelli per la cortesia, Davide Racca per le scuse, Davide Nota per le opportune, preziose precisazioni, Enrico Cerquiglini per le ulteriori riflessioni che condivido. E avviso che nella pagina dedicata alla recensione di Cristina Babino a Philologia Pauli di Massimo Sannelli, nel mio sito pasoliniano ho inserito anche alcuni link che rimandano a riferimenti utili all’approfondimento di ciò che ho scritto nel mio commento
    precedente.
    Un saluto da Angela

    Rispondi
  24. Francesco Marotta

    Carissima Angela Molteni, in nome della grande stima che ho sempre nutrito nei tuoi confronti e nei confronti dell’eccellente lavoro che da anni porti avanti, in rete e non solo, devo dirti, in tutta franchezza, che mi risulta difficile accettare gli aggettivi “superficiali” e “offensivi” coi quali connoti i commenti di Davide Racca. Tutte le sue osservazioni, a quanto leggo e sono in grado di capire, possono essere ricondotte a una domanda, implicita, rivolta a Sannelli, il cui libro dichiara di non aver letto, in merito al tipo di operazione condotta nell’affrontare la morte di Pasolini. Teme una “mitizzazione” e fa una serie di osservazioni, di ordine generale, sui rischi impliciti di fascismo che, a suo modo di vedere, condivisibile o meno, tali operazioni comportano. La risposta di Sannelli, di cui prende atto, sgombra il campo da tale possibilità. Punto. Cosa rimane? Un “suo” giudizio sulla produzione letteraria di Pasolini, le preferenze alla sua opera cinematografica e la sua (di Racca) volontà, chiaramente espressa, di ritornare a rileggersi i testi. Si può benissimo non essere d’accordo (e io, te e altri che hanno vissuto sulla propria pelle quegli anni sicuramente non lo siamo), ma additarlo a “modello” di interpretazione falsata di una personalità e di una “vicenda” che sono rientrate solo di striscio nel suo chiedere originario, mi sembra un po’ troppo. Soprattutto a fronte del suo atteggiamento generale: uno che si scusa per non essere stato in grado di farsi capire in ciò che concretamente chiedeva, nel merito di un libro non ancora letto, non mi sembra rientrare a nessun titolo, soprattutto per il lato umano, nella categoria del “provocatore”.

    Detto e ribadito che condivido in pieno tutto ciò che stai scrivendo e ricostruendo, per amore di verità, sulla vita e la morte di Pasolini, non posso non aggiungere una paio di considerazioni, in forma di domande, che sono nate proprio dalla lettura di tutto il thread. La prima, di ordine generale: siamo sicuri che le osservazioni che Racca fa su “mito”, “mitizzazione” e relative derive, qualora fossero state espresse in un contesto non immediatamente riferibile a Pasolini, non sarebbero state accolte da tutti? La seconda, più specifica: come mai nessuno, escludendo te e pochissimi altri, si prende la briga di indagare a fondo lo “smottamento” culturale, e non solo, che ha portato in pochi anni la destra, e anche frange di quella estrema, a impadronirsi strumentalmente, o a cercare di farlo, della figura e dell’opera di Pasolini? Non è che nelle parole di Racca ci fosse proprio, anche se non chiaramente espresso, un riferimento a questa situazione e al fatto che tanti intellettuali, anche “pasoliniani”, non hanno operato nessun distinguo, finendo con l’accettare il fatto compiuto?

    Con immutata stima.

    fm

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  25. davide racca

    Caro Francesco, grazie per il tuo intervento. Hai espresso esattamente quello che intendevo. Allego qui sotto una mail alla Molteni che ho scritto stamattina e in cui spero vengono in chiaro dei travisamenti di mie espressioni… e conseguenti interpretazioni.

    Egregia Angela Molteni,

    facciamo i conti con quello che ho scritto, allora:

    per “una dietrologia meschina da aneddoti borgatari”
    intendo che non mi interessano minimamente tutti quegli
    aneddoti squallidi del remo nel culo, dei suoi
    rapporti omosessuali, insomma delle ingiurie e del
    fango che si gettava contro di lui per screditarlo.
    non mi interessa, perchè erano operazioni che
    colpivano in basso, in modo meschino.

    per “un personaggio scomodo a chissà quali poteri da
    guerre fredde” neanche questo mi interessa: cioè, non
    mi interessa pensarlo come una pedina sulla scacchiera
    della guerra fredda. “io so, ma non ho le prove”…
    diceva pasolini. era sicuramente scomodo pasolini, ma
    non penso al punto da essere un elemento disturbante
    la guerra fredda che si stava realizzando tra i due
    poli. con questo non voglio sminuire la portata delle
    riflessioni sociali di pasolini di quegli anni, ma
    visto che ci sono ancora indagini e nulla è certo
    credo che sia importante aspettare le indagini. anche
    se non mi accontenterò neanche delle indagini. perchè
    una vita come quella di pasolini, così complessa, non
    la ricostruisce un tribunale. allora la sua opera sarà
    fondamentale, perchè di lui ci darà sempre il senso di
    una complessità mai riducibile.

    per “ha detto e scritto cose anche molto scontate e
    con grandi pose moralistiche”, è quello che credo, e
    ovviamente su questo non ho pretese di difendermi. è
    una mia opinione.

    per “un uomo che, si dice, ha scosso coscienze nella
    misura in cui la coscienza era comunque targata
    ‘Corsera’” è una frase ambigua. mi rendo conto. ma
    anche pasolini lo era. ambiguo e complesso. al punto
    che oggi è strumentalizzato anche dalla destra. e
    nessuno se ne accorge?

    capisco il suo intervento sul rapporto col “corsera”,
    ma vede, io penso che quando le strumentalizzazioni
    siano reciproche (vedi “loro usano me, io uso loro”)
    purtroppo non si esce da una dimensione malata di
    strumentalismi che possono anche portare
    sciaguratamente al fatto che oggi la destra faccia di
    pasolini un oggetto a suo uso e consumo.

    per “credo poco, ad ogni modo, al fatto che lui avesse
    delle informazioni segrete su Enrico Mattei…” è ciò
    che credo e anche su questo aspetto l’esito di
    indagini.

    quante volte ho pianto vedendo uccellacci e uccellini.
    che cosa sono le nuvole…

    e il decameron…

    conosco a memoroia supplica a una madre.

    e sebbene le lucciole esistono ancora, perchè ancora
    le vedo, quando pasolini diceva della loro scomparsa
    io capivo il potere metaforico di quel suo discorso.

    ma non ho da aggiungere molto altro. amo pasolini. ho
    paura soltanto di perderlo perchè è una figura che
    rischia molte strumentalizzazioni sciagurate.

    cordiali saluti

    davide racca

    Rispondi
  26. massimo sannelli

    cari tutti… a me (parlo così, delle mie impressioni…) Pasolini continua a sfuggire sempre. anche dopo aver letto quasi tutto (credo) quello che ha scritto e che è edito, anche dopo aver scrutato persino il suo tema natale (per chi vuole controllare: Bologna, 5 marzo 1922, ore 6.30, pesci ascendente pesci) – l’ho fatto pensando che potesse averlo fatto anche lui, condizionandosi, in qualche modo – anche così qualcosa sfugge. Per esempio: se la Magistratura dimostrasse in modo definitivo una pista politica, e si potesse dire che PPP è stato ucciso o dall’ENI o dalla DC, come si dice che Moro e Rossa sono stati uccisi dalle BR – in quel momento ci dovremmo chiedere: QUAL E’ IL PESO DI POESIE IN CUI PASOLINI ANTICIPA UNA MORTE PREMATURA E VIOLENTA? E QUAL E’ IL PESO DI UNA DICHIARAZIONE COME QUELLA SULLA LIBERTA’ DI CHI SCEGLIE LA PROPRIA MORTE? (una frase, tra l’altro, che Pound potrebbe aver amato, e che forse non ha a che fare con l’ortodossia marxista). O quelle poesie non hanno peso (e il legame tra testo e morte è casuale) o bisogna accettare un Pasolini ‘profeta’ (“profeta” e “profezia” sono parole ricorrenti nella sua scrittura). Si tratta di affronti gravi alla Ragione – e non è un caso che Sanguineti continui a non sopportare Pasolini… vi abbraccio, vi ringrazio di cuore
    massimo

    Rispondi
  27. Francesco Marotta

    Caro Massimo, il mio intervento riguardava solo ed esclusivamente gli sviluppi della discussione, quale qui si è prodotta, non certo la specificità del tuo libro e delle riflessioni (ad ampio raggio, paradigmatiche) che contiene ed offre.

    Una serie di riflessioni tutte interne, sostanzialmente, alle due domande che qui, giustamente, riproponi. E da leggersi, a mio modo di vedere, in relazione a tutti i testi che il libro contiene: dai “Quattro allegati” a “Il mese giugno”. In particolare le venti poesie (per me, uno dei vertici assoluti di tutta la tua produzione), che, oltretutto, illuminano della luce più vera tutto quanto il libro. Non ci ritorno, per il momento, solo perché credo che Stefano Guglielmin vi abbia dedicato parole “essenziali”, che bisognerebbe meditare a lungo prima di costruire su quei testi ogni altro dire critico.

    L’errore, forse (ma non c’è mai “errore” quando si sviluppa una discussione importante), è stato quello di cercare nel tuo libro verità indiziarie o giudiziarie: risultanze che esulano, almeno questa è il mio pensiero di lettore attento, dalle intenzioni profonde dell’autore.

    Un caro saluto.

    fm

    Rispondi
  28. Davide Nota

    Una precisazione per Fm, essendo stato io il primo ad aver tirato fuori il tema giuridico e politico: le mie precisazioni storiografiche non negavano il discorso poetico e misterico di Massimo e tutt’al più lo liberavano da eventuali strumentalizzazioni. Questo Massimo lo sa già, e l’ho scritto anche sul mio blog nel post “Una contraddizione apparente”. Il discorso delle “verità parallele” era il mio modo di abbracciare la sua lettura, senza negare l’altra.

    Un’ultima precisazione per Davide Racca: se hai voglia di studiare il caso Pasolini dal punto di vista storiografico i materiali ci sono già. Studiali, dopodichè sarai liberissimo di negarli. Se invece non ti interessa affrontare un simile studio, cerca di non intervenire pubblicamente negando con facile pressappochismo gli studi (e i sudori, e le lacrime) di altri.
    E’ anche questa una forma di rispetto.

    Chiaramente ben venga il tuo scetticismo sull’opera e sulla questione della “mitizzazione”: ci mancherebbe. Da discuterne.

    Abbraccio completamente il commento #30 di Massimo: credo sia un ottimo punto di arrivo.
    Complimenti e grazie a tutti per la discussione.

    Rispondi
  29. davide racca

    a Davide Nota,

    non ho negato gli studi di nessuno con facili pressappochismi. è che non rientrava nel mio ragionamento e nella domanda che facevo a sannelli. resta quello che è scritto e quello che ha aggiunto francesco marotta.

    so benissimo dove devo andare a cercare materiali per studiare il caso pasolini.

    chiedo ancora scusa ai vivi e ai morti, ma soprattutto ai morti.

    qui mi fermo. e va bene così.

    Rispondi
  30. Francesco Marotta

    @ Davide Nota

    Senti, Davide, ma tu il libro di Sannelli l’hai letto? Presumo di no, perché, in caso contrario, ti accorgeresti che gli interventi tuoi e della signora Molteni sono assolutamente fuori luogo. Il che non significa che in questi interventi non ci sia la verità storico-politica: c’è, e, per quanto mi riguarda, è anche la mia.

    Sannelli è un poeta e, da poeta, ha lavorato su una sua ipotesi che racchiude in un unico abbraccio Pasolini e la Rosselli, trasformando questa ipotesi in una opzione di poetica che è la “sua” e prescinde dalla verità istruttoria. E’ come se io trasformassi (faccio un esempio) in un “mio” ideale “poetico” l’esilio di Dante, indipendentemente dalla ricostruzione storica delle vicende. Si può essere o meno d’accordo, ma se io denuncio questa intenzione, perché poi mi si attacca sul fatto che non ho parlato delle divisioni e delle dispute tra “bianchi” e “neri”?

    Detta tutta: Racca è intervenuto chiedendo lumi sul libro di Sannelli, non su Pasolini, sul quale può avere le idee che vuole: e io, adesso, sono stufo, per non dire altro, di vederlo insultare e accusare di chi sa quali reati di lesa maestà. Soprattutto quando, con un’umiltà che nessuno degli intervenuti ha mai mostrato, ha chiesto scusa dei fraintendimenti che “avrebbe” provocato. Ed è stato già troppo buono, secondo me, a non rispondervi per le rime. Perché è bastato pronunciare il nome “Pasolini” per veder accorrere i depositari del verbo e della verità rivelata sull’argomento.

    Tu, Davide, credi per caso di saperne più di me che, oltre ad averlo conosciuto di persona, ho vissuto quegli anni alla stessa età che hai tu oggi? Eppure non mi sognerei mai di dare consigli agli altri su cosa leggere o non leggere, su come interpretare o non interpretare. Piuttosto che dare lezioni di moralità a chi non conoscete, e che, forse, potrebbe darvene in ogni momento, perché non fate qualcosa per strappare l’opera e la memoria di Pasolini a quella destra che se ne sta appropriando sotto il vostro naso, trasformandolo in un suo “mito”? Deprivandolo della capacità di parlare anche oggi, con la forza della sua denuncia e il rigore delle sue scelte?

    fm

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  31. Davide Nota

    Umh… credo a questo punto di non essermi fatto capire, perchè sottoscriverei il tuo ultimo commento, se non mi si accusasse di aver detto cose che non avrei potuto neanche pensare.
    Guarda, ribadisco: il discorso delle “verità parallele” è il mio modo di abbracciare la lettura poetica di Massimo senza togliere attenzione alle indagini storiche: una puntualizzazione ad aggiungere. O più semplicemente il mio punto di vista, che assorbe entrambe le letture. Nessun attacco. Sottolineo: NESSUN attacco, tanto che il libro di Massimo l’ho consigliato in lettura assieme al Petrolio delle stragi di D’Elia. Due libri diversissimi ed entrambi veri.
    Se si rileggesse attentamente lo scambio qui sopra si troverebbe al #21 questa mia precisazione al discorso di Angela Molteni: “Sulla esclusività della ragione deduttiva: da poeta non posso tacere il mistero (che è sempre di tre tipi: intuito, percepito o donato). Resto fermo sulla linea della doppia verità. La storica da indagare. La religiosa da contemplare.”
    Questo è quanto ho detto, nient’altro.

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  32. massimo sannelli

    cari… rifletterò sul mito destrorso, su come non suscitarlo. per ora solo un biglietto, prima di uscire dalla biblioteca. questo fine settimana non credo di poter leggere e intervenire… il silenzio in cui starò non avrò altro significato che il non poter andare all’internet point. perdonatemi, non potrò. (non me lo posso permettere! ma lo dico con un sorriso, perché “il derubato che ride ruba qualcosa al ladro”!…). vi abbraccio sempre, tutti, vi aspetto (e soprattutto grazie.
    massimo

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  33. Francesco Marotta

    Per chiudere la parentesi.

    Davide, io non ti contesto niente riguardo alle letture e agli studi che fai (contesterei me stesso, visto che non possono essere altro che le mie letture e i miei studi); così come mi sembra di aver elogiato abbastanza il lavoro svolto dalla Molteni per tener viva la memoria di Pasolini: un lavoro che seguo da sempre.

    Io ti/vi contesto (e ho il dovere morale di farlo, visto che “certe” parole sono state pronunciate a “casa” mia) l’accanimento, assolutamente immotivato, contro Davide Racca. E lo contesto in particolare a te, visto che ti rivolgi a un tuo coetaneo e a uno che, come te, mette negli studi la stessa passione e la stessa moralità che gli viene rimproverato di non rispettare negli altri. Ecco il punto.

    Sai che ti stimo, ma non posso assolutamente accettare che si scriva: “cerca di non intervenire pubblicamente negando con facile pressappochismo gli studi (e i sudori, e le lacrime) di altri”; o che si parli della stessa persona, che né tu né Angela Molteni conoscete, come di uno che “ingiuria” e “offende”. Non lo permetterei nemmeno nel caso non lo conoscessi. Soprattutto quando, rileggendo il complesso dei suoi interventi, non trovo niente di tutto questo, anzi, ne emerge il ritratto di ben altra persona.

    Saluti.

    fm

    fm

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  34. Davide Nota

    Capìto… Mi scuso se la frase riportata può essere stata intesa da te e da Davide Racca come una forma di tracotanza nei confronti di quest’ultimo. Non era assolutamente mia intenzione. Chiedevo solo di non scrollarsi di dosso decenni di ricerca storiografica con l’arma del giudizio personale. Se si sta provando che Dante è stato esiliato, non posso dubitarne “a naso”. Chiedo comunque scusa se il mio tono è stato fastidioso.
    Spero di potermi confrontare presto sui temi da lui sollevati: l’opera poetica; la mitizzazione; cosa piace di Pasolini alla destra. Tema sviluppabile in: tutti i valori presi e “tramandati” dalla destra sono da condannare per contrasto? Il World Social Forum dimostra come eredi della sinistra extra-parlamentare, eredi del sindacalismo rosso ed eredi del sindacalismo bianco vadano verso una natural fusione. Non solo: a Genova e a Firenze c’era anche il Fronte nazionale. La domanda a cui porta il discorso sul Pasolini “di destra”, e a cui bisogna rispondere con grande lucidità, è allora questa: esistono dei “valori” che in questo momento, uniscono seppur involontariamente, l’estrema destra, l’estrema sinistra e il sindacalismo bianco? Scusate, sono andato totalmente fuori tema.
    Se vi interessa il discorso sono disponibile a partecipare, chiaramente su un nuovo post.
    Un abbraccio a tutti. Discussione davvero nutriente. Scusa ancora a Davide Racca e a Francesco.
    Davide

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  35. Paolo Sortino

    Caro Massimo,

    “…E i poeti di ora – tranne chi ha veramente un marchio dolorosissimo nel corpo – credono di poter vivere: continuando a scrivere, oltretutto, in una lingua che ha già dato tutto o quasi, e che muore ogni giorno. Amo Pasolini per il richiamo che la sua morte esercita sulla mia voglia, reale, di scomparire. E di scomparire nello stesso modo, che è – nel mio (e forse suo) delirio – l’unica espiazione possibile rispetto ad un passato e ad un presente in cui manca la “dolce consolazione”; che è ridicola e puerile: la mano nella mano, o poco più…”

    pensare la morte di Pasolini come gesto filologico ci permetterebbe di chiudere un discorso, non tanto sulla Verità del suo assassinio, certo, ma sulla sua Giustizia. La voglia di scomparire sembra essere, dopo certe sofferenze provate sulle sue pagine per essersi scoperti giovani infelici, ad esempio, l’essere morti!, il chiaro segno di comprensione del testo. Sembra altrettanto chiaro che oggi come oggi possiamo sottrarre al terreno del nichilismo solo un annullamento volontario di una realtà “precedente”, “dolce”, appunto, “consolatoria”, quindi l’abiura, la rinuncia totale e coerente – quando per realtà precedente intendo anche la sola possibilità di allontanamento da noi stessi.
    Dimettersi ognuno, secondo lavoro, dalla possibilità di illudersi di fecondare il mondo con il poco spirito a disposizione. Evitare il cortocircuito della msturbazione esistenziale. L’eiaculazione preventiva sulla vivibilità dell’esistenza. Persino questo mio modo di scrivere è già, nella difficoltà iniziale di spiegarmi e nella facilità con cui ho concluso, la tendenza a fare di tutto motivo astratto, allontanamento dal sentimento generatore. Io, ecco, sto ancora lavorando sull’infelicità, sul mio non poter trattenere sperma, o, di contro, il cercare fortissimamente di “trannere vita pur essendo morto” è evidente, ma proprio di questo volevo essere testimone utile di quanto dicevi.

    buon lavoro a tutti.

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  36. fafello

    “L’arte mette in disordine la vita. I poeti dell’umanità ristabiliscono ogni volta il caos. I poeti della società cantano e si lamentano, benedicono e maledicono entro l’ordinamento del mondo”. [Karl Kraus]
    Pasolini è un poeta dell’umanità o un poeta della società?

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  37. massimo sannelli

    secondo me è un poeta dell’umanità, che può dare l’impressione di un poeta della società (anche per il suo desiderio di essere “poeta civile”). il disordine è anche nella sua morte, che rimane come estremo testo ed estremo film – in cui il montaggio (affidato a noi) e il senso sfuggono. ieri sera e stamattina riflettevo su alcune incongruenze nelle dichiarazioni di Pelosi (a cominciare dal fatto che le regole non scritte della prostituzione, quella sera, sono saltate: fu perso molto tempo per la cena e la corsa ad Ostia, si andò molto lontano, non ci fu un accordo preliminare sulla prestazione – cose ovvie, in quel mondo; e già questo, secondo me, elimina la pista del delitto nell’àmbito dei prostituti: perché ci sono i caratteri di un incontro tra amici o per altri motivi, più che per fini sessuali). riflettevo sul fatto che la frase “in fondo, se l’è cercata” sia ricorrente e attribuita sia ad Andreotti (in un articolo sul corriere della sera nel 2005, ad esempio, e ricordata da Nico Naldini) sia a Pelosi (nel libro Io angelo nero). soprattuto, avevo in mente un bellissimo articolo di Roberto Saviano sull’espresso, alla fine dell’anno scorso. che diceva più o meno: lavoravo a “nuovi argomenti” e incontravo tanti amici di Pasolini che finivano per dire “ha cercato quella morte” e che gli ricordavano le storie oscene e degradanti su Pier Paolo, divulgate apposta per screditarlo (così come un potente russo minacciò Anna Politovskaja di drogarla e costringerla a fare foto porno per rovinarle la reputazione). Saviano dice che la prova provata per cui il potere è stato colpito al cuore da una parola è la reazione: permette la circolazione della parola, ma colpisce al cuore chi l’ha scritta. Saviano dice che quelle storie infamanti vengono cancellate da una morte incredibile e violentissima (per credere: nel sito http://www.pasolini.net è disponibile la perizia medico-legale di Faustino Durante), che impone un’immagine altissima. torniamo sempre allo stesso punto: ad una una morte su cui non si riesce a dire l’ultima parola. vi abbraccio, vi ringrazio
    massimo

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  38. massimo s.

    e a Paolo, che leggo ora: grazie. parli di cose che provo io stesso, ogni giorno. grazie (scrivo dalla biblioteca, su un computer non mio, di corsa: scusate il brutto italiano del commento sopra)
    m

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