di Sebastiano Aglieco
Devo l’intuizione del mio blog RADICI DELLE ISOLE, a un’antologia di poesia del novecento del tutto particolare, il cui metodo di indagine propongo qui come esempio di esplorazione delle consonanze, nel tempo e nello spazio. E’ difficile riscontrare dei giudizi in questo libro, quanto piuttosto sguardi che s’incrociano. Prova abbastanza rara nel panorama odierno, che meriterebbe un dibattito più appropriato.
Marco Munaro, Gianfranco Maretti Tregiardini, IL LAMPO DELLA BOCCA e altre figurate parole tra poeti italiani del Novecento, MUP
“Sono tanto brava lungo il giorno./Comprendo, accetto, non piango” (pag 10). “Più pura nell’azzurro è la luce d’argento/Più bella la tua figura” (pag 12).“>. >” (pag 18).Una donna impara l’orgoglio dall’amore. L’amato rievoca i suoi occhi forti di luce. Cercano le rose, sfiorite sotto il sole tra i rovi. Molto tempo dopo Elio Fiore rievoca un viaggio a Firenze, da Mario Luzi, con una lettera di accompagnamento di Sibilla Aleramo: “Dino non era pazzo, mi dico, come un bimbo/cantava, ignorando la morte e la vita,/cantava un’altra luce mentre calpestava/le tue rose e ti sputava, Sibilla” (pag18). “La storia della poesia del novecento si fa così senza mediazioni di scuole o gruppi di ideologie, direttamente attraverso i testi, in quanto portatori primi di “poetiche lampo, bagliori di “immagini” esse stesse, immagini che virano in teoria, e viceversa” (Zanzotto) (pag 6). Altre corrispondenze più prossime. 1975: “Batteva il nome (proprio/lo batteva, come/si batte una moneta)e il conio/(ma quello ostinatamente/batteva)il senso/(il valore)” (pag 83) , Giorgio Caproni.1995: “Ritorna, che cantar canzone di voto/dentro l’acqua del Naviglio io voglio/perché tu sia riesumato dal vento.” (pag 87), Alda Merini.Le parole sono entità biologiche, respirano nello spazio e nel tempo, assumono forma e colore. Si mimetizzano, o trasformano interi paesaggi. Le sottili ramificazioni di cui sono capaci danno origine a un corpo che non ha forma ma infiniti sensi. E’ il corpo della letteratura nella cui geografia si situano le voci dei poeti. E così possiamo immaginare poeti/occhi, poeti/polmoni, poeti/piedi. E’ facile intuire la prospettiva di una simile visione. Non più elenchi di nomi, mutilazioni di parti, soffocamenti, amputazioni, ma un complesso organismo che vive. Ogni parola ha il suo contrario; ogni bellezza può nutrirsi del suo lato oscuro. I poeti dimenticati spesso si riscoprono necessari; dei poeti più grandi è possibile cogliere le fratture generanti, le intuizioni chiarificatrici, i rapporti e i debiti, quante volte non riconosciuti, con i fratelli minori. Questo avviene nel luogo deputato alla parola: la bocca. “Il lampo della bocca ferisce e lenisce, è carico di memoria, dà oblio.” (pag 5). Le parole evocate mostrano la loro origine, non la negano. Attraversando il corpo, esse compiono un lungo cammino prima di fermarsi. Così possiamo leggere le varianti testuali, le sfaccettature, gli infiniti mutamenti dello sguardo perché il poeta ritorna al testo “per una propensione a donare – finalmente – a se stesso e, per il proprio tramite, ad altri” (pag. 7). Se la germinazione è una tecnica novecentesca, le parole sono specchi riflettenti, si nutrono di “associazioni, opposizioni, variazioni di immagini; dei modi secondo i quali la percezione poetica produce forme“ (pag. 5). Il corpo della letteratura, di tutta la letteratura, è l’insieme delle funzioni che lo muovono e gli danno senso. E’ un corpo spirituale proprio perché complesso; non ha rinunciato, come le grandi radici di un albero, a scavare nella materia della terra, intrecciando pensieri al buio e portandoli alla luce nel mistero degli incontri. Tutti questi legami che il libro ci offre sfiorano le varie manifestazioni della parola, che non ci è data solamente attraverso “la parola”, ma gli altri modi che la chiariscono e la definiscono: ritratti, autoritratti, frammenti di canto. Così possiamo leggere lo spartito di una ninna nanna di Clemente Rebora, o ammirare il ritratto a carboncino di Andrea Zanzotto eseguito da Milo De Angelis; un’incisione su zinco di Emilio Villa intitolata “Sibilla”, e un autoritratto multiplo di Leonardo Sinisgalli. Questo lavoro, forse, costituisce l’emblema del libro: schizzi d’inchiostro su carta, in cui il corpo viene rappresentato secondo prospettive diverse, ombroso, oppure indefinito. Un corpo che cambia, che mostra la sua grande ombra. Variabili di un progetto non ancora concluso, che si definisce per la sua capacità di accrescersi, di non escludere le esperienze ritenute minori. “Le notti che mi manca il fiato/Chiamo,chiamo con la mano/Fuori dal lenzuolo/Quei pochi che amo./Non rispondono:/Sono in un altro sonno,/In un altro vuoto/E non mi riconoscono.” (pag. 291). Scrive così Raffaele Carrieri – un testo dedicato proprio a Sinisgalli – che io vorrei interpretare secondo la metafora di un corpo che non si mette in contatto, che si autocensura; uno stile della nostra epoca e di questi ultimi decenni di letteratura.
Ecco, leggendo in filigrana il libro, tra i possibili sensi che esso comunica, uno è quello della relazione fra i maestri, ma nel momento nascente dei legami, quando ancora non esistono maestri e non esistono allievi. Quello è il momento propizio del dono, del sentirsi alla pari, perché intuiamo l’origine della nostra arte nella necessità del donarsi, altrimenti nessuna parola avrebbe senso. L’indice dei poeti che conclude il testo, è in effetti, l’indicazione di una corrispondenza. Un esempio: FORTINI: (Noventa, Pasolini, D’Elia, Zanzotto, De Angelis, Benzoni). Ecco delineata una mappa, una microstruttura che, certo, può ancora alimentarsi di altre voci, di altre corrispondenze. E se si legge attentamente risulta chiaro come per corrispondenza debba intendersi quell’attitudine, tutto novecentesca, di associare cose lontane e distanziare cose prossime. La traccia suggerita per ogni poeta – nel caso di Fortini: “Il giudizio sulla storia e sul presente urge e si mette in gioco dialettico con la poesia” (pag. 377), è l’elemento di confronto/scontro tra poetiche e vita.
Il libro non vuole offrire gli exempla; non è esattamente un’antologia e non si pone il problema di una critica militante. Non vuole suggerire o imporre criteri. La sua anomalia consiste nella propensione a sospendere il giudizio rinunciando momentaneamente a un’esegesi – o piuttosto, a cercare di immaginarne un’altra – guardando da una prospettiva non compromessa. Si può guardare dall’alto, a volo radente, oppure nascondersi negli anfratti umidi e oscuri e da qui immaginarsi di essere il vaso capillare di una grande quercia. Il compito è un delicato atto di auscultazione. Perché non siamo soli; tutti, in qualche modo, le voci, i visi, le assenze, noi stessi, nel piccolo mondo di parole che ci siamo costruiti, ci apparteniamo in un modo più profondo e misterioso. Il compito di tutti, di tutti noi, dei poeti giovani, è quello di riuscire a percepire il respiro del grande albero.

Un’antologia che apprezzai quando uscì. Putroppo si perse nel turbillon di antolgie dei periodo (ora pare essersi un po’ calmata l’uscita di antologie o sbaglio?) ma la trovai molto originale nel taglio e nel modo di riporare alla scoperta di poeti e di poesie del tutto dimenticato. I curatori sono persone preparatissime con cui ho avuto la piacevole occasione di discutere appunto di certo poeti accantonati troppo in fretta.
Un caro saluto
Io non la conosco ma già il titolo “il lampo della bocca” mi piace, perchè così dev’essere la parola. a.
Ne prenderemo visione. Grazie della segnalazione.
Quest’antologia è giunta fino a me, qui in Inghilterra, grazie al pensiero e alla gentilezza di una cara persona che me ne ha fatto di recente dono. E’ un’antologia da sfogliare con lentezza, un passo alla volta, una pagina al giorno, per poi riporla e tornarci più e più volte, nel tempo, col tempo. Ha un’impostazione del tutto particolare, originalissima, un trascorrere per tematismi, richiami, rimandi e corrisponenze (in senso lato e letterale) tra le voci dei migliori poeti italiani, al di là dei decenni, dei secoli anche. Sebastiano mi ha preceduto nel segnalarla, e ne sono felice.
Saluti a tutti,
Cristina
Una piccola polemica, spero salutare, e non me ne vogliate. Perché tutto il casino al quale ho assistito in questi anni intorno a strumenti chiamati “antologia”, spesso di basso profilo, e silenzio totale intorno a questa?
Sebastiano
Forse perché questa è del tutto estranea a qualsiasi logica “corporativa”, carattere che è invece alla base di tante recenti antologie (indipendentemente dal loro oggettivo “valore”)?
Non conoscevo questa antologia e cercherò di procurarmela. Sul come e perché sia passata sotto silenzio, non ho capito: non se ne è parlato sui blog/siti, sulla grande stampa o sulle riviste specializzate? Polemica per polemica, rinuncerei comunque al costante tono sdegnato/ammonitore che spesso accompagna questi post di “riscoperta”, giacché per gran parte si tratta di vanity press.
Ti riferisci a me? Non è il caso.
Sebastiano