di Franz Krauspenhaar
lavorare stanca, non lavorare ristanca, è una falla nel nostro sentire e agire, la disoccupazione sonda – l’anima, catetere gigante d’un sociale ammaccato, e le persone che gridano da dentro le loro ulcere di farsi pagare, a ferita, a strappo, a sutura non suturata, nel rimargino lento di giorni pochi, brevi, e scuri, entrate a buio, uscite a buio. lavorare quando sei al lavoro, non lavorare mai, lavorare quando non sei al lavoro, tiepide notti, all’alba, di sera, al gelido mattino, a interrogare una scrivania vuota, sedici e trenta ancora un’ ora o due, buon finesettimana ingegnere, ciao ciao caporeparto, il mio posto è vacante, on (?) vacancy come nei motel di un film anni 50, la classe operaia andò in paradiso e da lì nessun segnale, nessun sonar, e anche le stelle fanno sentire un fruscio bianco, mentre stanno a guardare, gl’operai trapassati invece niente, non rullano più tamburi – nè qui, nè là, silenzio immenso, immenso.
working class, arbeit macht macht macht… e il lavoro nobilita l’uomo, lo rende capriccioso alla felicità, quella cosa che vaga, senza trovare un posto su cui fermarsi, il posto l’hanno trovato tutti, tranne me il povero stronzo, disse il callcenterista, non lo riteneva quello un posto, un alveare di computer, una messa in inganno, un fare per dire, un dire tanto per fare, parole scandite da domande fatte e ricevute, prestampate in mente, lavorare stanca, e stressa, e diserta dalle impronte nostre sulla sabbia dei sogni, e lavorare strugge, e lavorare mendica lavoro, catena di montaggio di richieste avanzate a rollerball di curriculum, e lavorare impiega, e lavorare, come la vita, è una catena corta.
(Immagine dal film: “La classe operaia va in paradiso” – di Elio Petri)


Arriva dritto al centro questa poesia (o prosa poetica?)!L’incipit riporta a Pavese, ma va oltre, mi fa venire in mente Pasolini, il Pasolini delle “brutte poesie” (così le definiva lui, ma non che sia riferito ai tuoi versi Franz, anzi…) a Fortini. Però i richiami che mi vengono in mente sono più che poetici cinematografici (non è caso l’immagine di Petri vero?), mi scorrono delle sequenze di film di Petri appunto, di Rosi, di Montalto, di Vancini e perchè no il Monicelli di “Romanzo popolare”? Il tutto immerso nel XXI secolo. Chissà perchè poi mi viene spontaneo immaginarmi Gian Maria Volontè?
Complimenti, davvero!
Un caro saluto
Stoccata magistrale. Spaccata a carambola con 7 palle in buca. Vai Franz!
E’ vero c’è un immenso silenzio, forse è ora di non seguirlo, di “dire” e unire le proprie voci… Bel testo Franz!
Marco
mi sa che lunedì vado a ritirare lo stipendio 😀
codici linguistici e codici esistenziali: convergono, cozzano, partoriscono, sprigionano ecc.
dopo l’ultimo verbo metterei: significati; ma anche: simboli. un brainstorming utile e suggestivo (a proposito dell’ utilità del poeta).
fabrizio
“arbeit macht macht macht…”: quante domande in questa reticenza, in questi tempi – e in una giornata come questa…
E soprattutto “lavorare stanca, non lavorare ristanca”: quanto vero in questa follia…
Grazie a tutti per i bei commenti, davvero!
Libertà è partecipazione agli utili, ho scritto una volta in uno di quei bloc notes collettivi che sono talvolta le colonne dei commenti dei blog letterari. Ecco, partecipare, quindi insieme – col nostro capitale di sangue sudore e lacrime – a questa nostra “società” per azioni poetiche, letterarie. Condividere. Nel e contro il mondo. Contro il mondo che ci fà male. Verso noi stessi, verso il nostro vero “chi siamo”.
Grazie ancora.
Franz
e questo in certo qual modo non è ancora lavorare?
magari quella parte del lavoro che nobilita anziché stancare? 🙂
…sono pochi quelli che ascoltano veramente e alla fine,
la solitudine è un gran privilegio!
“e lavorare mendica lavoro,”
la leggo per illuminazione che in conoscenza avevo, ma non in parola.
comunanza non condivisa di sperperi quando, invece, la ricchezza c’è, di certo, per tutti, davvero tutti e ci viene sottratta per un forse di ricatto, per un deserto da-di last minute, per una dignità di straccio, ecc.= “non si lamenti: il peggio non è mai morto” ci sarà, ben di più facile, risposto!
ciao, marina a franz
@Luca Ariano.
Scusa Luca, ho dimenticato di risponderti. Sì, c’è molto cinema, qui; il Petri del film da te citato, e anche gli altri; film nati da libri come La vita agra, i due romanzi di Mastronardi – Il calzolaio di Vigevano, Il maestro di Vigevano; oggi tra l’altro sono venuti fuori alcuni libri interessanti sul mondo del lavoro, come Pausa caffè di Falco, o Cordiali saluti di Andrea Bajani; ma questo è un inciso. Dentro c’è molto cinema italiano ma io vedevo anche, nell’occhio del ciclone della scrittura, alcune sequenze di Metropolis di Lang. Grazie, e per carità, lasciamo stare PPP, un sommo, tale anche con le sue “brutte” poesie, è vero – tra l’ altro io il poeta Pasolini lo considero altissimo proprio perchè – anche – così sporco, materico.
@Alivento.
Hai ragione. M’hai beccato:-)
@Carla.
La solitudine è una riconquista, secondo me. Quando diventa una malattia – e per giunta cronica – allora è diverso, penso. Meglio soli che ben allontanati:-)
@Marina.
Certo, è vero. Ricatti su ricatti. E c’è la ricchezza, ma è in vendita a caro prezzo. Un caro saluto.
Antonella, non ho capito la domanda, scusami.
Ah Luca: un gran bel film in b/n sul lavoro è Una bella grinta, di Montaldo, 1965 o 66; vi si narra la storia di un industrialotto emiliano disposto a tutto pur di farsi strada nell’epoca della “congiuntura”. Se l’hai già visto, come si dice, amen:-)
Ciao.
E senza lavoro come sarebbe la vita però? Sartre diceva “ora che sono libero posso morire”… Gran bel pezzo, Franz non deludi mai…! 😉
Grazie. Ho messo il sito tra i preferiti.
@Ciao Gisy!
Grazie Franz per avermi risposto! Sai che io sono di Vigevano? Ho letto entrambi i libri, davvero bello. Mastronardi a Vigevano è un po’ ostracizzato, immagini anche tu il perchè…Beh, Pasolini per me è un grandissimo, appunto anche in quelle sue “brutte poesie”. Non voglio sembrarti irriverente nè lo dico per piaggaria ma il tuo testo mi ha riportato a quella tensione. Metropolis è un film splendido. Adoro Fritz Lang, quello tedesco però, prima di “commercializzarsi” negli USA. Grazie per i consigli di libri. Leggerò.
Un caro saluto
Ma di nulla. Vigevano la conosco un po’ anch’io, ci ho lavorato per quasi un anno (quell’esperienza, trasfigurata, si trova nel mio ultimo romanzo “Cattivo sangue”).
Sei veramente generoso. Lang è stato un grande maestro. Il mio preferito è M. A parte Metropolis, s’intende. Hai ragione, il Lang americano non è all’altezza di quello della UFA; molti bei noir, ma nel complesso nulla che si avvicini ai film della prima fase. Con un’ unica eccezione, forse: Furia, del 36, con Spencer Tracy. Un film sulla colpa e la vendetta, temi cari al vecchio viennese. Se non lo conosci… non lo evitare.
Ciao, un abbraccio.
Ecco Furia non l’ho visto…ora lo cercherò in videoteca. Grazie per lo spunto e il consiglio. M è un film incredibile, l’ho visto e rivisto. Ci sono sequenze da manuale del cinema!Alla prossima.
Un caro saluto
Franz, Luca, ho sentito parlare di Lang ed eccomi qui. Condivido la predilezione per M: la sagoma del mostro e della bambina è stampata indelebilmente nell’immaginario. Però devo dire che di Lang mi piace quasi tutto, sbalordito di come questo signore si sia cimentato in generi diversi mantenendo una sua cifra inconfondibile.
Confesso che mi piacciono anche i film americani. I suoi primi film, è vero, hanno una forza particolare, ma mi sembrano dei capolavori anche gli “americani” “La donna del ritratto”, “La strada scarlatta”, “Dietro la porta chiusa”, “Rancho Notorius”, “Il grande caldo”, “Quando la città dorme”… Scusate se sono stato prolisso.
No no assolutamente prolisso. “La strada scarlatta” e “La donna del ritratto” li ho visti anche io e mi sono piaciuti, ottimi film, però li ritengo un gradino sotto M o Metropolis. Qualche mese fa su Fuori Orario (Rai3) hanno trasmetto una lunghissima intervista di Lang, poco prima di morire: davvero notevole. Ripercorreva tutto il suo percorso cinematografico e la sua vita e raccontava di quando prese la decisione di fuggire dalla Germania, la sera stessa che Goebbels gli propose di girare film per il Reich. Quella parte è agghiacciante: nello sguardo (benchè uno occhio era bendato, come John Ford) si percepiva ancora il terrore…
Scusate se sono andato un po’ fuori tema!
Un caro saluto
Lang prese un treno da Berlino diretto a Parigi, alla svelta, nella notte, poco dopo aver conferito con Goebbels, portandosi dietro una parte del Mabuse, che poi completò in Francia.
La donna del ritratto, sì; secondo me, poco dopo Furia: film eccezionale. E cito anche un piccolo noir molto bello, Gardenia blu, con Nat King Cole che in una sequenza canta “Blue gardenia”.